52-secondo posto

Mio fratello è sempre stato migliore di me agli occhi dei miei genitori.
Ha imparato a nuotare prima di me, ha imparato a sciare prima di me, ha imparato ad andare in bicicletta prima di me.
E’ sempre stato avanti a me.
Non mi importava che gli riuscisse meglio fare tutto.
Non ero gelosa.
Sapevo che avrei imparato anche io.
Non era più bravo di me. Non era migliore.
E’ solo più svelto.
Mi dava fastidio il continuo paragone che si faceva tra di noi.
Mi sentivo piccola piccola quando lodavano Javier per i suoi successi.
Sapevo che per me non sarebbero arrivati.
Perché non mi incoraggiavano a me?
Erano duri perché duro era il mondo ed io sarei dovuta crescere con le spalle robuste?
Sottolineare continuamente la sua bravura metteva in luce la mia lentezza.
Fermi tutti.
Non era lentezza: erano i miei tempi.
Non mi faceva male il mio modo di essere.
Mi feriva il modo di comportarsi dei miei.
Perché avrei dovuto cambiare?
Perché avrei dovuto essere come mio fratello?
Ho iniziato ad avere dei soprannomi: tartapiana, ghiro…tutto ciò che in natura è lento mi era attribuito.
Era un difetto tanto brutto fare le cose con calma?
Prendersi il tempo che ciascuno reputa necessario?
Non capivo proprio il loro desiderio di vedermi correre. Di vedermi portare al massimo le mie potenzialità.
Sminuirmi con me non era la tattica giusta.
Pensavano che mi sarei data una mossa per godere di vedere mio fratello alle mie spalle?
Poi avrebbero iniziato ad angosciare lui?
Ero stanca dei paragoni continui, della continua gara a cui ero costretta a partecipare e in cui ero consapevole sarei sempre arrivata seconda.
Nel tentativo di fortificarmi mi stavano scoraggiando.
Mi stavano fossilizzando al secondo posto.
Mi stavano facendo credere che fossi lenta.
Che fossi sbagliata.
Per sedare la boria di mio fratello hanno attribuito anche a lui soprannome: saputello di poche cose.
Mia madre e mio padre si lamentavano della sua vivacità e della sua pretesa di saper tutto.
Io attribuivo loro la colpa della sua spavalderia.
Gli davano troppo importanza.

51-tabù

Quando, un pomeriggio, avvicinandosi silenziosa da dietro, ha visto quale fosse l’argomento del mio studiare, mi ha chiuso il libro di scatto.
Non mi ero accorta della sua presenza.
La sua mossa mi ha lasciata di sasso talmente era stata improvvisa ed innaspettata.
Perchè quella reazione?
Colta alla sprovvista sono rimasta pietrificata dallo stupore.
Nel momento in cui ho iniziato lo studio dell’apparato riproduttivo maschile e femminile in quinta elementare ho scoperto un’altra fissazione di mia madre: per lei l’argomento sesso rappresentava il tabù di cui non si doveva assolutamente far cenno.
Non se ne doveva assolutamente parlare.
“Dedica il tuo tempo allo studio delle cose davvero importanti. Adesso non ti serve a nulla imparare certe cose. Quando arriverà il momento tutto verrà da se”.
Lì per lì la frase mi ha colpita.
Non per il vero significato di quelle parole nè per quello che avrebbero implicato lungo tutto il mio sviluppo. Ingenuamente ho pensato:
“Mia madre che mi proibisce di studiare qualcosa?”.
Mi sembrava improbabile. Difficile da credere.
Dopo una bella alzata di spalle, ho fatto come aveva preteso e sono pasata a fare gli altri compiti, ero persino felice di poter saltare qualche argomento di studio.
Per fortuna il giorno dopo non sono stata interrogata durante l’ora di scienze. Nessuno ha mai saputo di questa storia.
Nemmeno mio padre era stato messo al corrente che mia madre non volesse che io avessi una buona educazione sessuale.
A dispetto della volontà di mia madre, a scuola ho imparato quanto fosse giusto che sapessi per età che avevo.
Pur avendo avuto contatto diretto con il sesso, le mie conoscenze erano state pari a zero.

5o-il trio mondezza

Durante i mesi estivi ho iniziato ad avere delle amicizie significative.
Negli anni mi sono legata molto con due persone: Michela e Lucia.
Di sicuro avrei passato un mese in loro compagnia, giacchè erano solite trascorrere solo quei trenta giorni a Porto Istana.
Amavo passare il mio tempo libero con loro.
Il primo anno in cui le ho incontrate mia madre mi ha concesso un’inusuale relativa libertà. Potevamo secendere in spiaggia da soli, restare a pranzo lì con i nostri amici, stare in giro per il villaggio dopo il pranzo, uscire un poco la sera a patto che non uscissimo dal perimetro che lo delimitava.
E’ stato l’anno più bello delle mie vacanzeestive.
L’estate successiva ci fu una clamorosa marcia indietro; mamma limitò gran parte della nostra giá molto relativa libertá.
Riportò la routine delle nostre giornate nel medesimo svolgimento che la caratterizzava negli anni precedenti: precedenza indiscussa allo studio, stessi orari di mare per tutti, vale a dire che si scendeva e si saliva insieme a lei, e al tramonto tutti a casa.
E’ stato sconfortante
Le mie giornate iniziarono a caratterizzarsi per l’attesa: io che guardavo l’orizzonte in attesa di veder giungere le mie amiche.
Durante tutto l’arco dell’anno, io e le mie amiche ci tenevamo in contatto tramite lettera.
Le mie amiche dell’estate durante l’anno diventavano le famose amiche di penna. In questo modo ciascuna sapeva cosa fosse accaduto all’altra e sapevamo giá di cosa discutere nel mese di luglio. La vita delle mie amiche mi appariva mille volte più affascinante della mia mia.
I loro racconti e le loro vicende non erano neppure confrontabili con la ripetitivitá e la prevedibilità della mia quotidianitá.
Il mio scambio di lettere aveva solo una grande controindicazione: mia madre la aprva. Era la prima a leggerle.
Nel giungere casa trovavo la mia corrispondenza aperta sul tavolo della mia scrivania.
La vista di quella carta strappata da mani che non erano le mie mi faceva salire le lacrime agli occhi.
Era come se mi avessero rubato un mio diritto.
Ai miei furiosi lamenti lei si giustificava:
“Io sono tua madre, devo sapere tutto di te, tra di noi non ci devono essere segreti”.
“Allora leggi le mie lettere e non quelle che mi arrivano dalle mie amiche! Ti impicci della loro vita, non solo della mia, il che è doppiamente ingiusto!”.
Discorsi che non servirono mai a nulla.
Il suo ruolo di madre, a suo dire, la legittimava sempre a leggere la posta che arrivava a nome mio. Sotto il nostro tetto non erano contemplato il diritto alla privasy.
Una modalitá tirannica che si è rinforzato negli anni non venne mai meno.
Naturalmente al mio crescerre aumentò il mio disappunto a questo stato di cose.
Ho avvisato le mie amiche della sorveglianza eccessiva di mia madre.
A loro non importò molto della notizia, hanno ritenuto di non avere nulla di teribile da nascondere e di vivere una normale vita da ragazzine.
E’ stato durante le sue azioni di spionaggio che mia madre è venuta a sapere della bocciatura di Michela, che i suoi genitori erano separati e delle prime storie d’amore della mia amica
Mi ha vietato di continuare la sua amicizia.
Agli occhi di mia madre la mia amica rappresentò un pessimo esempio per me.
Lucia non le era mai piaciuta, non giustificò mai questa sua avversione. Io avevo la sensazione fosse dovuto al fatto che la sua famiglia avesse molti più soldi della mia.
Influenzata dalle pressanti e continue direttive di mia madre per stanchezza ed ingenuità ho preso la decisione di darle retta. Non rivolgevo loro nemmeno il saluto.
E’ stata mia madre a stabilire quali fossero le giuste amicizie per me.
“Guarda Chiara, si vede a occhio che è una bravissima ragazza. Conosco i genitori. Sono delle bravissime persone”.
Chi era Chiara? Una ragazzetta timida timida sempre molto contenuta. Il più delle volte la vedevo in compagnia della madre e del padre. Dovevo scegliere lei perchè piaceva a mia madre.
Ho accontentato la sua richiesta. Stavo con Chiara ma da lontano osservavo Michela e Lucia. La nostra tranquillità era l’opposto delle loro risate chiassose, degli schizzi ribelli che sollevavano nell’entrare in acqua come due rinoceronti. Io volevo quel rumore, quella legale sregolatezza, quella del tutto normale baccano.
Per tutto l’anno avrei dovuto vivere sotto le rigide regole di mia madre. Avevo solo un meseper poter avere la sensazione di poter avere meno limitazioni. Non ho potuto ne voluto accontentare mia madre in una richiesta che sapevo fosse sbagliata.
Era giusto che mi scegliessi da sola con chi passare il mio tempo libero.
Ho fatto il tentativo di riavvicinarmi a Michela e Lucia, non del tutto certa che loro mi avrebbero perdonata.
Mi hanno accolta a braccia aperte, a chiara dimostrazione di un’amicizia genuina e positiva.
“Tu con le brave ragazze proprio non ci sai stare”.
Da Allora per mia madre siamo diventate il trio mondezza.
La questione è diventata drammatica quando a Michela, da un anno all’altro si è presentata con un corpo da donna. Io e Lucia eravamo belle tonde e piuttosto bruttine. Michela diventata una bella ragazzetta con un corpo mozzafiato. Si giravano tutti a guardarla.
Peggio ancora iniziò a fumare. Di nascosto.
Mia madre era venuta a saperlo e quella è stata la goccia che ha fatto trabboccare il vaso.
Le mie amiche erano delle ragazzacce. Mi proibì di uscire con loro la sera.
“Quando è buio tu stai a casa”
“Ma il villaggio è un posto piccolo e tranquillo. Tutti vedono quello che fai. Perché io non posso uscire un po’ la sera! Persino i bambini di cinque anni se ne vanno in giro da soli fino a tardi!”
“Non mi interessa. Tu e tuo fratello ve ne state a casa”.
“Alle dieci stiamo sempre a casa! Io rientro quando tutti escono e ora mi togli quel briciolo che ci dai?”
“Se fai le scelte sbagliate si”
“Se è perchè michela fuma è una stupidaggine! A me le sigarette non interessano!”.
Niente serviva a smuoverla.
Con la scusa dello studio giornaliero mia madre ha cercato di limitare il contatto con le mie amiche. Ci ha provato in maniera drastica: al mare la mattina presto e poi verso le undici a casa a studiare. Dopo pranzo di nuovo a studiare e al mare alle cinque.
Strategia giusta. Per qualche tempo non ho potuto vedere per nulla le mie amiche,talmente i nostri orari erano stati sballati.
Solo la provvidenza mi ha salvata.
Quando scendevamo in spiaggia la tipologia di persone che incontravamo erano due: persone molto anziane o madre con neonati. A tutti era chiaro quanto io e mio fratello ci annoiassimo. In più dovevamo aspettare tre ore per farci il bagno. Io e mio fratello ci stancavamo presto della reciproca compagnia.
Solo nostra madre non se ne curava.
“Perché non lasci che questi ragazzi scendano più tardi in spiaggia insieme a quelli della loro età? Non mi sembra ci siano tanti altri con cui possano svagarsi se scendono così presto”.
Quelle sante e veritiere parole hanno obbligato nostra madre e limitare i suoi atteggiamenti.
Ci fera stato concesso di scendere in spiaggia più tardi, dopo aver studiato.
Con tutto quello studio avremmo dovuto essere delle cime.
Eravamo sempre tra i più bravi, tuttavia non abbiamo mai brillato come i nostri genitori avrebbero voluto.
Noi avremo dovuto brillare più di chiunque altro.

49-crollo degli equilibri

Alla morte improvvisa del mio caro, burbero nonno mi sono stati chiari chiari i precari equilibri sui quali si reggeva l’armonia della mia famiglia.
Era la sua presenza a determinare il fatto che i suoi figli tollerassero ciascuno la presenza degli altri. La sua dipartita fece saltare fuori tutti i dissapori.
Quando ho perso lui, il circuito si è interrotto e il cortocircuito è stato immediato.
Come ogni morte è stato brutto. Perdere improvvisamente il mio unico nonno mi ha devastata.
Ricordo che è venuto zio Sandro a darci la notizia. Ho pianto disperatamente e mi sono lasciata cadere a terra come un sacco vuoto.
Quella è stata la seconda volta che ho visto piangere mio padre.

Avevo notato che mia madre mal tollerava che io passassi troppo tempo con le mie zie.
Ci era concesso passare del tempo con nonno, ma se poco poco si accorgeva che una delle mie zie si era unita a noi nel tenergli compagnia allora lei ci richiamava a casa.
Se per caso entravamo in casa di zia Caterina, non arrivavi a dieci che lei già ci stava richiamando a gran voce. Se non fossimo tornati a casa dopo il secondo richiamo, ciò avrebbe determinato un litigio.
Mi piaceva la compagnia delle mie zie. Mi godevo i pochi minuti che ci erano concessi, prima che sentissi il fermo, autoritario, inevitabile richiamo:
“Claraaaaa! Mauriziiiiiooooo!”.
Con chiunque fossimo e qualunque cosa facessimo, lo scatto doveva essere immediato.
La morte del nonno è significato anche che il Natale lo avremmo trascorso solo in quattro: mamma, papà, io e mio fratello.
Quella è stata la scoperta che mi è piaciuta di meno.
Sapevo benissimo che non mi sarei divertita e che non avrei mangiato come sarebbe capitato insieme ad una tavolata di una ventina di persone.
Avevo scopreto di essere compagnona. Amavo il chiasso, il disordine di quella piccola folla, l’abbondanza in tutto…A casa mia tutto mi appariva così normale…Liscio, non frizzante come era gli anno precedenti.
Delle festività è arrivato a piacermi solo il momento dello scarto dei regali…Il resto era come una giornata qulasiasi.
Unica novita: un maggiore impegno di mia madre in cucina. Ci preparava i piatti che le riuscivano meglio. Una cena buona, non certo una cena speciale.
Con il passare degli anni, il rapporto tra mia madre e le mie zie è diventato via via più crudo.
Si è arrivato al punto che lei pretendesse che non rivolgessimo loro la parola; neanche per un saluto. A nulla sono valsi i nostri sforzi di farla ragionare.
“Sono le nostre zie. Noi non abbiamo litigato con loro…”
“Voi volete farmi crepare di dolore! Non avete capito il male che mi hanno causato!?”.
Allora non conoscevo i fatti che si nascondevano dietro quelle parole. Non sapevo, tante, troppe cose, cosí come ero ignora delle due faccie della medaglia.
Ai miei occhi solo una cosa era chiara: il comportamento delle mie zie mi sembrava più ragionevole se confrontato ai furibondi scatti di ira di mia madre. Proprio non riuscivo a capirla. Mi dispiaceva vederla tanto indispettita come mi dispiaceva dover essere forzatamente fredda con le mie zie e le mie cugine.
Mio padre non reagiva a questo scambio di parole.
Se ne rimaneva in silenzio.
Se incontrava le sorelle si limitava ad un rapido saluto.
Non ho mai capito il suo disinteresse per la questione.
Con i parenti della Sardegna era tutto molto diverso.
Eravamo molto più liberi di esprimere il nostro affetto e di passare del tempo in loro compagnia. Amavo l’estate proprio perché sapevo che avrei passato del tempo con altre persone al di fuori di mio padre e di mia madre.

48-la famiglia perfetta

Quella lontana estate ci fu una novitá.
Si chiamava Cristian. Il figlio di una nipote di mia mamma.
Io l’ho accolto con una certa timidezza: era bello e fin troppo estroverso; una miscela che mi metteva un poco a disagio.
Cristian si ambientò bene al villaggio e trovò persino una fidanzata: Silvia, la mia vicina di casa, una bella bionda che gli calzava a pennello.
Appena potevano stavano sempre a baciarsi.
Me ne stavo vicina a loro a reggere il moccolo perchè era l’unico modo affinchè stessero insieme senza che fosse di fastidio per nessuno. Un maschio e una femmina da soli era sconveniente, persino se poco più che bambini. In tre tutto era più rispettabile.
Il mio furbo fratello, capita l’antifona e compreso che per Cristian era più interessante la compagnia di Silvia che la sua, se la diede a gambe. Il risultato fu che mi sono trovata ad essere la dama di compagnia della giovane coppia.
“Beati loro che si sono trovati”, pensavo sconsolata e invidiosa, chiusa in un ruolo per nulla dignitoso.
Avrei voluto prendere le distanze ma i due novelli fidanzatini mi hanno commossa quando mi hanno confidato che la loro estiva storia d’amore non avrebbe retto agli occhi degli adulti se io avessi loro voltato le spalle. Mi rassegai ad essere il palo della loro giovane relazione. Scomodo, triste ma avevo preso la decisione di aiutarli.
Altri pensieri sono passati in testa a mia madre.
“Sei una svergognata! Vi ho visti! Ho visto che vi baciavate a turno! Ma non ti vergogni? Come hai potuto permettere una cosa tanto disgustosa: prima baciava l’altra e poi baciava te! Mi fai schifo! Mi vergogno io!”.
Come aveva potuto vedere qualcosa che non era mai successa!?
Oltre il danno la beffa.
Inutile dire che io mi facevo i cavoli miei mentre le due colombelle tubavano. Ho provato a spiegarle. A chiarirle la situazione.
Mi sono arrabiata. Mi sono messa a piangere per la situazione paradossale. Inutilmente. Lei testardamente non ha voluto credermi.
“Lo sapevo che non avrei dovuto prendermi la responsabilità di Cristian, infatti mi aspettavo guai!”.
Una tresca bambinesca era un problema insormontabile?
Quelle pomiciate erano una così grande questione?
Io non la vedevo così.
Mi ha profondamente rattristata la poca fiducia che mia madre mi ha dimostrato. Il fatto che non abbia voluto credere alla mia versione. Le sue parole significavano che ci aveva spiati, per troppo poco tempo, se ha tratto determinate conclusioni. Se solo avesse frenato maggiormente quei suoi occhi ladri avrebbe visto che mentre quei due si baciavano, io me ne stavo la vicina a giocare col mio secchiello pieno di poveri ricci portati via dal mare.
A seguito di quel giorno mia madre cercò di tenermi lontana da Silvia.
Senza saperlo mi stava facendo un favore. Ha mal interpretato il mio ruolo ma grazie a lei mi sono trovata fuori da una situazione che mi creava solo disagio. Io volevo godermi le mie vacanze estive no fare da paggetto alla mia amichetta e a mio cugino.
Riportare a casa Cristian mi ha dato l’opportunità di incontrare alcuni parenti sardi.
Quella stessa lontana estate ho conosciuto la famiglia del fratello di mia mamma: zio Pasquale.
Incontrare loro mi ha riscattata dalle false accuse di mia madre. Come se il destino avesse voluto chiedermi scusa facendomi incontrare loro.
Con gioia immensa ho rincontrato mia cugina Stefania e l’allora fidanzato Milko. Con loro era stato amore a prima vista. Li avevo incontrati a Roma l’autunno precedente e da quel primo incontro li ho amati. Il resto della famiglia mi ha ugualmente rubato il cuore. Zia Anna, Alessandra, Paolo. Con loro ti sentivi a casa. Che dico: meglio che a casa propria. Che a casa mia. Difficile spiegare come e perchè ma la loro compagnia era la mia preferita tra quella di tutti i parenti. Non ti sentivi semplicemente ospite ma quasi un figlio, un fratello. Adoravo le mie cugine, quelli che diventeranno i loro rispetivi mariti e quei due zii.
Zio Pasquale mi intimoriva un poco; lo vedevo così simile a mamma che inconsapevolmente ne ho accomunato anche la personalità. Nella mia mente mio zio era severo come e quanto mia madre. Al contrario la moglie per me è sempre stata la personificazione della bontà. La coppia perfetta ai miei occhi.
Guardandoli dicevo a mestessa che da grande sarei dovuta diventare come le mie due cugine e poi come mia zia. Adoravo vedere Alessandra e Stefania mentre si vestivano, mentre si truccavano. Mi sembravano così belle. Perfette. Adoravo vederle mano nella mano con la loro metà. Mi dicevo che anche io avrei dovuto trovare un uomo come loro: spiritoso, educato…Poi esaminavo mia zia; la mamma e donna perfetta. Seguivo la sua illimitata capacità ai fornelli sognando di averne un quarto della sua quando mi sarebbe stato utile.
Loro erano lil mio modello di famiglia preferita.
È stato buffo sentire mia madre libera di esprimersi nel suo dialetto. Era solito parlarlo al telefono, ma la botta e risposta era tutt’altra cosa. Ascoltavo rapita il loro strani scambi di parole. Stranamente capivo qualcosa, ma la gran parte dei loro discorsi erano puro arabo.
Unico rammarico: aver passato così poco tempo in loro compagnia.

47-breve libertà

Hanno mantenuto la promessa la nostra settimna bianca è arrivata.
I nostri genitori pretendevano molto ma premiavano sempre i nostri sforzi.
Eravamo euforici già durante lo shopping. Tute da neve, scarponi, scii… Sembrava ci avessero regalato diamanti. Pazzi di gioia metevamo tra le mani le nostre nuove conquiste sognando il momento in cui le avremo indossate.
Chiunque incontrassiamo era destinato alla frase: “Lo sai che tra poco andremo in settimana bianca!?’.
Non sapevamo nemmeno cosa significasse ma dovevamo condividere la nostra felicità con chiunque ci conoscesse.
Ricordo ancora il nome dell’albergo: Pizzalto. Una grande edifico bianco incorniciato dai fitti balconi rivestitit di lego scuro. L’intensità di quel marrone spiccava su quel mondo bianco nel quale eravamo arrivati.
Neve. Neve ovunque. Mi sono sentita in paradiso. Persino il vento gelato che mi colarava le gote di rosso mi piaceva. Fissavo incantata quel mondo nuovo. Freddo ma bellissimo.
Con curiosità ammiravo fitti puntini colorati che sembravano ballare sulla neve. Scivolavano con grazia giù dai pendii delle montagne; per un attimo mi sembrò non difficile da fare. Con frenesia aspettavo il momento in cui avei messo gli sci ai piedi.
Al nostro arrivo in albergo ci hanno trattato come se fossimo delle massime autorità. Il personale ci ha coccolato e trattato con la massima professionalità. Mi vedevo circondata da un lusso che potevo ammirare per la prima volta. Ai miei occhi ero circondata dal meglio che potessi avere.
Eravamo in compagnia della famiglia di un collega di mio padre, perciò neppure la compagnia ci mancava.
Con entusianmo abbiamo indossato tute, scarponi e sci. Marco e Fabio sono partiti in quarta. Contagiata dalla loro spontaneità ho cercato di seguirli.
Ho tentato.
Avevo totalmente dimenticato un particolare: io non sapevo sciare.
Con la consapevolezza è arrivata anche la paura. Sarebbe stato bello semplicemente giocarci con la neve…Non dovevo mica sciare per forza…Avrei potuto prendere il sole insieme a mamma..Vedere mio fratello muoversi titubante ma voglioso e determinato ad imparare mi ha portato a reagire a dispetto dei miei timori. Dopo aver imparato un lento ed impacciato spazzaneve si è deciso di prendere un maestro che ci insegnasse le basi.
E’ stata una settimana di puro divertimento.
La mattina ci riempivamo la pancia con una ricca colazione e poi sciavamo per l’intera giornata. Talmente era la nostra passione per lo scii che non ci fermavamo neppure per pranzo.
Ci rifacevamo la sera. Le cene più gustose di tutta la mia vita.
Movimento, ozio e buon cibo.
La settimana perfetta. Per ognuno di noi. Ci sembrava di ricaricarci e allo tempo toglierci di dosso lo stress accumulato.
Era come aver la possibilità di evadere per un tempo limitato dalla propria quotidianità. Concedersi una pausa dalla propria vita. Qualunque essa fosse. Poter godere di quanto era a portata di mano senza dover pensare ai doveri che il proprio ruolo imponevano. Madre, padre, figli. Senza cessare di prendersi cura l’uno dell’altro avevamo la possibilità di assaporare una breve ma intensa libertà. Come se ci fosse stato detto: “Pensate solo a divertirvi, a scegliere quello che desiderate”.
Tempi brevi che volavano via veloci ma che ci lasciavano soddisfatti.

46-vittorie e sconfitte

La mia carriera scolastica tornò alle stelle.
Era sempre più evidente che in casa Roselli il successo a scuola avredde determinato la tranquillità della mia vita.
Buoni voti. Buono tutto.
Stavo scoprendo che la severità di mia madre diventava sempre più marcata.
Più crescevamo più il suo modo di educarci diventava rigido.
Tutto doveva essere guadagnato.
Tutto doveva seguire le sue direttive.
Ci insegnò a curarci della casa.
Sapevo già fare le pulizie, ma non a mado suo. Non come voleva lei.
Io e mio fratello prima di andare a scuola dovevamo ordinare la nostra stanza, passare l’spirapolvere, spolverare e lavare per terra.
Per evitare litigi quotidiani io e mio fratello ci siamo divisi equamente le stanze della casa.
Il pomeriggio era meglio dedicarlo allo studio. Tutto il pomeriggio.
Il contatto con nostra madre fu quello determinante.
Nostro padre usciva di casa molto presto e tornava tardi. Solo la cena ci vedeva tutti riuniti.
Il dialogo era scarso od inessistente.
Il continuo sottofondo dei vari telegiornali costituiva l’accompagnamento dellle nostre serate.
Se c’erano dibattiti era esclusivamente perché nostra madre raccontava al capofamiglia le biricchinate che avevamo compiuto.
Il racconto dei nostri misfatti avrebbe dovuto essere seguito da una sgridata o una punizione esemplare, secondo i desideri di mamma; nostro padre, invece, si limitava a pregarci, con voce ferma e impostata di fare i bravi. Questo mandava la donna di casa su tutte le furie, che offesa, dopo aver detto: “Ecco perché continueranno a comportarsi male”, si chiudeva nel mutismo.
Lei pretendeva che mio padre ci punisse ma lui non era disposto a farlo.
Stranamente sia io che mio fratello davamo maggior rilievo alla voce paterna.
Ci siamo abituati presto ali urli continui di nostra madre e abbiamo finito per imparare ad ignorarli. Dal nostro disinteresse per le sue sfuriate mamma ne usciva ancora più incattivita. Era un vortice che ci consumava: più lei urlava più noi facevamo finta di nulla, più lei ne soffriva e si arrabbiava. Non lo facevamo per cattiveria ma perchè era davvero fastidioso dover stare a sentire le sue urla continue. Non sapeva mettere in moto altre strategie , sembrava sapesse servirsi solo della voce.
La voce dolce, bassa, di nostro padre che ci rimproverava e ci pregava di fare il meglio, era più forte di qualunque schiaffo.
Vedere i suoi occhioni blu offesi, delusi o arrabbiati che fissavano accusandoci di eseere sordi alle sue richieste era una vera e propria tortura cinese.
Gli approcci tra noi e nostra madre erano continui durante l’arco della giornata. Era casalinga, perciò ne aveva molto tempo da dedicarci.
Le sue domande negli hanni sono state sempre le stesse:
“Che hai fatto oggi a scuola?”
“Hai fatto compiti in classe? Quanto hai preso?”
“Sei stata interrogata?”.
Solo lo studio era importante.
Solo lo studio contava.
Tutto ruotava intorno al successo della vita scolastica.
Se facevo qualche nuova amicizia o mi attaccavo particolarmente a qualche compagna, le domande sono state eternamente le stesse:
“Che lavoro fanno i genitori?”
“Sono sposati?”.
Per alcuni anni non ho fatto mai caso alla ripetitività dei suoi quesiti.
Mi limitavo a rispondere.
Non sempre con la verità.
I brutti voti mi mettevano il terrore addosso. Non avevo mai il coraggio di affrontare la burrasca che sarebbe arrivata a seguito delle brutte notizie. Meglio nascondere qualche votaccio che combattere contro la furia materna.
Non era mai paura contro di lei, ma odio per come arrivavi a sentirti.
Qualunque punizione era nulla in confronto al senso di vergogna che ti facevano provare.
Le mie prime amicizie sono nate necessaramente in ambito scolastico.
Mia madre non voleva sentir parlare troppo spesso di feste perché costituivano per lo più distrazioni inutili.
Se le chiedevo di portarci al parco perché lì ci sarebbero state le mie compagne la risposta era sempre la solita:
“Pensa a studiare e a costruirti un futuro”.
Il tempo dedicato al gioco cominciò a diminuire con il crescere della mia età.
Le attività ricreative cominciavano a essere ritenute dei passatempi inutili.
Il tempo per il gioco aveva una durata limitata sempre più ristretta e poteva avvenire solo esclusivamente dopo aver portato a termine lo studio quotidiano.
A questo punto ho iniziato a criticare lo stile militaresco che nostra madre pretendeva di imporci. Non l’ho detto apertamente. Mi sono limitata a mettere a punto strategie che mi permettessero di dedicarmi ad attività che mi davano più soddisfazione e che non fosse il semplice studio.
La matematica è stata da sempre il mio tallone di Achille.
Ho sempre saputo che se per compito a casa ci fossero stati compiti algebrici o calcoli da fare, avrei passato tutto il pomeriggio e la sera nel vano tentativo di risolverli. Il solo pensiero mi caricava d’angoscia.
Ci provavo. Mi impegnavo a vedere la logica che al mio cervello sfuggiva. Niente. Nebbia totale. I miei neuroni entravano in letargo non appena si intravedeva un numero. Letargo?…Meglio dire coma. Encefalogramma piatto. Nulla.
La soluzione che la mia illusa intelligenza furbesca si era inventata era senza uguali: non riuscivo a risolvere un problema, non c’era problema! Mi inventavo qualche operazione a casaccio e facevo finta di averlo portato a termine. Troppe espressioni da fare? E che era mai! Bastava inventare! Mi divertivo a creare numeri dal nulla e mi impegnavo a fare perfette parentesi quadre e grasse.
In questo modo ho tagliato i tempi gravosi ed eterni e della materia che tanto odiavo.
Quando sono stata scoperta fu la fine.
Mio padre si è preso l’onere di controllare tutte le sere i miei compiti di matematica e geometria. Le mie strategie da volpetta non furono dimenticate per molto tempo dato che l’estate ho dovuto pagare con gli interessi le mie furbate. Oltre ai vari libri delle vacanze, mia madre mi comprò un volumetto interamente dedicato agli esercizi di calcolo e la risoluzione di problemi algebrici e geometrici. Davvero un brutto incubo.
Oggi ammiro la tenacia con cui i miei hanno tentato di rendere più sensibile l’emisfero scientifico del mio cervello.
Tentativi sempre inutili.
Ai miei sforzi seguiva un totale blackout.
Mi aiutava sempre mio padre.
La teoria mi sembrava di averla capita, il problema era la pratica.
Seguivo con attenzione le spiegazioni di mio padre.
Le capivo. Ero certa di aver compreso.
Alla domanda:
“Hai capito? È tutto chiaro?”, rispondevo con un sincero cenno del capo.
“Ok, allora proviamo a fare un esercizio”.
Lì iniziavo a sudare freddo.
Mi risultava impossibile far combaciare quella determinata regola alla sfilza di numeri che mi trovavo di fronte. Era come se mi avessero messo di fronte ad una lingua straniera, pressochè impossibile da imparare. Mi sembrava che il cercello fosse stato resettato e di fronte a quei numeri non sapevo proprio da dove iniziare.
Questa mia inspiegabile incapacità determinò la mia condizione di pecora nera in famiglia: papà fisico, mamma ragioniera, mio fratello molto abile nelle materie scientifiche.
Io da dove ero uscita?
Ho finito col sentirmi una disadattata.
Ho cercato di ignorare le mie mancanze. E’ stato impossibile, giacchè in famiglia si tendeva a sottolinearle.
Durante i nostri viaggi in macchina la geografia fu sostituita dalle operazioni matematiche. Mi si chiedeva di fare addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni a mente. Loro avrebbero voluto sbloccarmi. Aiutarmi a trovare il modo di liberare le mie potenzialità. Il loro tentativo era lodevole ma i modi di attuarlo sbagliati. Più soluzioni pretendevano più io mi bloccavo. Più mi sentivo incapace.
“Questa è semplice, non puoi non saperla fare: 11+57”.
Silenzio.
“Ci stai prendendo in giro!? Dai, dimmi quanto fa!”.
Silenzio e vergogna.
Non ci riuscivo. Ero bloccata. Incapace di rispondere. Dentro di me il vuoto totale.
“Maurizio dicci tu quanto fa”.
Sua risposta e per me ancora maggiore vergogna.