In quel lasso di tempo ho visto profonde ustioni sparire sotto i miei occhi.
Dietro la scradevole e spessa grosta che si formava sopra ogni cicatrice fresca veniva alla luce una pelle perfetta e intatta.
Quei veri e propri miracoli sulla pelle delle altre persone mi hanno rassicurata.
Anche io, un giorno, sarei guarita del tutto.
Ho scoperto che dentro le bottiglie erano contenuti due tipi di sostanze, una lenitiva e l’altra orticante. Per i primi giorni Gino mi ha fatta usare soltanto la prima.
Quando sono venuta a contatto con la seconda mi sono ricordata cosa volesse dire sentirsi bruciare.
“Attenta a che non ti coli addosso. Usala con cautela”, ha raccomandato Gino nel dare il pennello a mia madre.
Non avevo colto l’importanza di quell’avviso.
Mi aspettavo la solita soluzione rinfrescante.
Fu come se mi passassero del fuoco con il pennello.
A contatto con le setole la pelle diventava bianca; quasi mia madre stesse disegnando sulla mia pelle, poi si arrossava vistosamente e dopo pochi attimi si gonfiava.
Mi girava la testa dal dolore.
Ho dovuto distogliere gli occhi dalle mie gambe.
Le lacrime mi sono uscite a quattro a quattro.
Non mi sono lamentata. mi sono permessa solo quelle lacrime silenziose.
Accettavo quella sofferenza in virtù delle conseguenze che avrebbe prodotto.
A volte mi ritrovavo a tremare.
Mia madre mi guardava negli occhi per accertarsi se continuare o no a passare quel terribile pennello.
Era chiaramente turbata dalla mia sofferenza ma proprio per il mio bene si costringeva ad agire.
E’ stata forte, coraggiosa nel continuare il suo lavoro nonostante il mio tormento.
La reciproca ammirazione ci ha aiutate entrambe.
Ciascuna prendeva la propria forza dall’altra.
È stato il momento della mia vita in cui mi sono sentita profondamente legata alla mia mamma.
Non avevo parole per ringraziarla di ogni gesto.
Semplicemente il solo ammirarla mi dava coraggio, mi faceva sentire forte abbastanza per poter sopportare quel forte dolore.
Terminata la seduta dovevo camminare a gambe larghe talmente era il dolore.
Persino il casuale leggero contatto con il tessuto degli abiti mi faceva saltare dal dolore.
Era come non avere l’epidermide.
La senzione di avere un ferro da stiro sulle cosce durava per qualche ora.
Se per sbaglio le gambe mi si strusciavano l’una contro l’altra mi dovevo bloccare dal dolore.
Mi stupivo di quanto quella devastata pelle rossa e gonfia diventasse morbida.
Non appena si placava il dolore, nella fragile riservatezza della mia camera mi accarezzavo, quasi solo sfiorando, le mie ferite.
Mai sentita una morbidezza tale, affascinata, quasi non smettevo di toccarle.
Strano come mi piacesse sentire quello strano deforme velluto sotto le dita; sarebbe bastata una lieve pressione, poco più forte, e da quella tenerezza ne sarebbe scaturito un fastidioso, forte dolore. Strano provare stupore, meraviglia per quella parte di me che fino ad allora per me era stato solo ribbrezzo.
Con il passare del tempo sulle mie gambe si è formato una sottile crosticina che cadeva da sola. Sottile, lieve come la pelle di un serpente.
Avvolta nel bozzolo della mia giovane ingenuità, immaginavo che sotto di loro sarebbe emersa la meravigliosa, normale, intatta pelle che non avevo mai avuto.
Non ci furono miracoli.
Miglioramenti, si. I
l risultato del primo mese mi ha ricompensata di tutto il dolore subito.
Il significativo miglioramento delle mie cosce ha convinto lo scetticismo di mio padre.
Mia madre aveva a ccettato molto volentieri i rimedi del signor Gino, per quanto fossero contrari al suo modo di essere e di vivere. I miei hanno deciso, pertanto, che un mese all’anno lo avremmo passato a Nuchis.
Questa cura ha significato dover rinunciare quasi del tutto alla vita da mare. Il sole sarebbe stato dannoso. Anche coperte, le mie cicatrici avrebbero corso il rischio di macchiarsi. Mi sono relegata sotto l’ombrellone. E’ stata una limitazione che ho accettato in virtù di un vantaggio futuro. Tuttavia le mia attenzioni non sono bastate perchè più o meno piccole macchie marroni mi sono comparse sulle gambe.
Negli anni siamo tornati più volte a Nuchis.
Nel mese di agosto prendevamo una casa in affitto nel paese.
Ciò ci dava la possibilità di evitare i lunghi e faticosi viaggi quotidiani; e di allontanrci dal mare nel mese in cui era diventato impossibile trovare posto sulla spiaggia.
Mi sono resa subito conto di quanto fosse grande il sacrificio che fecero per me i miei genitori.
Mi sono sentita davvero fortunata ad aver ottenuto dei genitori tanto disposti a venire incontro alle mie necessità.
Gino e la sua famiglia non volevano mai niente per il loro aiuto ma chiunque si sia servito dei suoi pennelli ha sempre voluto omaggiarlo con dei pensieri. Denaro non ha mai voluto accettarlo. Che si trattasse di un fiore, del cioccolato, di un biglietto o di una forma di formaggio, si mostrava sempre contento del dono ricevuto, con umiltá e un poco di timidezza sorrideva nel ricevere quei doni.
E’ stato bellisssimo il rapporto che ha sviluppato con mio fratello.
Quel candido vecchietto, amava la sua compagnia e mio ha ricambiato la stessa simpatia.
Più di qualche volta lo abbiamo accopagnato nei suoi terreni per fargli compagnia mentre si accupava delle sue bestie e dei prodotti dell’orto. Ci regalava quotidianamente frutta e verdura, nonchè un delizioso latte di capra.
Il signor Gino si è dimostrato una persona più propensa a donare che a ricevere.
La moglie, al contrario, si è dimostrata più incline ad avere profitto dall’altruismo del marito. Quando a questa signora è stato chiaro che la disponibilità di mia madre era assoluta, non ha impiegato molto a farla diventare la sua donna di servizio.
Ha approfittato della nostra macchina e di mia madre come autista per essere accompagnata fuori nel caso dovesse uscire dal paese.
Mia madre nonsi è mai negata alle sue richieste.
Lo ha fatto per me.
Non passava giorno senza che non ritornasse distrutta a casa.
Vedere il suo, fino ad allora, inflessibile orgoglio piegato per il mio bene è stato la dimostrazione di un amore incondizionato.
Un’impresa titanica per il suo carattere.
Uno sforzo che non poteva passare ignorato.
Non avevo idea di cosa fare per dimostrarle la mia gratitudine,;per certi versi mi addolorava vederla trattata come una collaboratrice domestica. Benchè non lo desse a vedere, quel mese a Nuchis per lei rappresentava grande fatica.
Non l’ho vista mai lamentarsi o sbuffare.
Il suo corpò, tuttavia, ha parlato per lei.
Le è venuto il fuoco di Sant’Antonio sulle spalle.
Ha accolto la notizia con una certa apprensione perché sapeva fosse una malattia dolorosa.
Mi sono sentita colpevole di quel malanno.
Si stava consumando per me.
Era andato contro la sua stessa personalità per i mie interessi.
Avrei voluto che l’infezione si svogasse su di me; che passasse dal suo corpo al mio.
Una mattina, mentre mi passava il pennello sulle cosce si è confidata con Gino.
Il vecchietto si era affezionato molto alla mia famiglia, adorava mio fratello e stimava mia madre perché vedeva quanti sforzi facesse per me. Ha preso un pennello e ha detto a mia madre:
“Girati che ti passo questo sulla schiena”
“Non si preoccupi, ho messo la pomata e sto prendendo gli antibiotici…”
“Lascia perdere tutte quelle schifezze chimiche e girati. Ascolta un mio consiglio: lascia perdere le continue richieste di quella bisbetica di mia moglie e cerca di goderti come si deve il soggiorno in paese. Non devi venire quí per metterti al servizio di nessuno. Non vale la pena di farlo per qualcosa che è gratuito…no?…Nessun gesto, per quanto ammirevole, deve mai costringerci a essere trattati in un modo che ciascuno di noi non sopporterebbe…questo sfogo su tuo corpo ne é la dimostrazione ”.
Mia madre ha colto il messaggio.
Ha approfittato della sua malattia per limitare la sua disponibilitá nei confronti della furba signora e ha cercato di rilassarsi un po’.
In due giorni le è passato tutto. . Nessun fastidio o dolore.
Ci siamo afferzionati ancora di più a Gino.
Ha dimostrato che i santi in questo purgatorio esistono.
La maggior libertá di mia madre ci ha permesso di andare con cui in campagna sia la mattina presto che il pomeriggio.
Le scampagnate con Gino sono state memorabili.
Era straordinario vedere quel vecchietto curvo, praticamente quasi piegato in due, faticare in campagna. Se nella stanza nella quale lo avevamo conosciuto appariva fragile e stanco, all’aria aperta sembrava tornare giovane. Il suo corpo sembrava trarre forza dalla terra; si muoveva agile e sicuro come qualunque giovanotto. Giovanotto? Che dico!? Vederlo combattere contro le api armato e protetto da un tappo di bottiglia ha dello straordinario.
“Quanto tempo pensa che ci vorrà per guarire Clara?”, gli ha chiesto ,un giorno, mia madre.
“È più di qualche anno che venite. Le ustioni sono molto vecchie, lo strato di pelle che cade è molto sottile. Dalla prima volta che ci siamo conosciuti i miglioramenti ci sono stati, tuttavia ci vorrà ancora molto tempo…”.
Gli occhi di mia madre gli hanno fatto la domanda che non aveva il coraggio di formulare.
Con un sorriso lui ammise: “Si e no, saranno necessari una decina di anni…”.
Questa fu la risposta.
Quel giorno, mentre pranzavamo, il silenzio era assoluto.
Tutti pensavamo la stessa cosa: dieci anni.
Ttroppo tempo.
Troppo dannato tempo.
Lo sapevamo tutti ma nessuno osava ammetterlo.
Se ci trovavamo a Nuchis era per me.
Solo io avrei potuto dare un taglio alla questione.
Sapevo bene che la mia famiglia avrebbe trovato il modo di fare quel lungo sacrificio per me. Purtroppo era davvero troppo tempo.
Troppo.
Dannatamente troppo.
Eravamo tutti stanchi.
Il gioco faleva davvero la candela?
Non avevamo dubbi circa il fatto che in quel lungo lasso di tempo sarei guarita del tutto.
Erano dieci anni, però… Solo io avrei potuto spingere i miei genitori a dire: “Basta così”.
Se fossi stata io a rinunciarci per prima avrei tolto loro un peso dalla coscienza.
Mentalmente ho trovato la soluzione: sarei tornata da sola, una volta adulta a guarire le mie cicatrici.
“Mamma, papà, lasciamo perdere per ora. Ci sarà sempre tempo per venire a Nuchis. Potrò venirci da sola quando sarò più grande. Va bene ciò che abbiamo ottenuto per adesso. Sono stanca. Basta così”.
Mia madre mi ha guardata e mi ha sorriso.
“Ci penseremo. Finiamo questo ciclo e poi vediamo”.
In silenzio, nel guardarci negli occhi, ci siamo ringraziate reciprocamente.
Si. Era la decisione giusta quella di lasciar perdere.
Ero davvero stanca.
Sfinita dal dolore, dal prurito provocato dal cadere della pelle, stanca di non poter prendere il sole, stanca di girare coperta da eterni calzoncini, stanca di vedere le mie cosce bianche pallide mentre il resto del mio corpo era color cioccolata, ero stanca di non poter godere dell’estate come gli anni precedenti…Era semplicemente giusto togliere il peso di questo sacrificio a tutta la mia famiglia. Perchè le mie limitazioni diventavano anche le loro.
E’ stata una rinuncia senza rimpianti.
Mi sono accontentata dei miglioramenti ottenuti, ben sapendo che avrei continuato a odiare le mie dannate cicatrici, si, avrei continuato a soffrirci, ma ci avrei sofferto io, non la mia famiglia.
La primavera seguente, semplicemente, mio padre non ha chiamato per fermare l’affitto di quella che era stata la nostra casa a Nuchis.
Senza bisogno di alcuna parola nessuno di noi ha pensato più a quel piccolo paese dell’entroterra sarda.