62- crisi

Novità nella mia famiglia.
Brutte novità.
Mia madre e mio padre erano in crisi.
In relatà era mia madre ad essere in crisi.
Papà sembrava accettare la situazione per evitare che tutte degenerasse. Era accondiscendente nella speranza che lei si calmasse.
Io mi chiedevo sbalordita come facesse ad avere tanta pazienza.
Per motivazioni di tipo lavorativo mio padre era stato costretto ad andare a Padova.
Poco dopo l’inizio della vita da pendolare di mio padre, mamma ha iniziato ad avere dei dubbi. Prima li ha covati dentro se stessa. Fino a che non è scoppiata. Il fatto che il marito dovesse rimanere fuori casa tutta la settimana per lei non era affatto rassicurante.
Un pomeriggio, senza preamboli, è venuta in camera mia ed ha dichiarato:
“Sto iniziando a pensare che tuo padre mi tradisca”.
Mi è venuto un colpo. Mi sono sentita sudore freddo scendermi per la schiena.
Stupefatta che mia madre si stesse confidando con me ed incredula di aver capito bene.
Sapevo che era impossibile. Di mio padre sapevo poco ma una cosa era certa: per lui esisteva solo mia madre.
Il problema era uno: se mia madre supponeva qualcosa nella sua testa lo riteneva verità assoluta.
Come avrei potuto liberarla di quella folle idea?
La situazione mi sembrava più grande di me. Non sapevo proprio come reagire.
Senza ribattere mio padre ha accettato le direttive di mamma: dormiva nel mio letto durante il fine settimana. Io avevo preso il suo posto nel letto matrimoniale.
Mia madre aveva preferito la figlia difficile al marito fedifrago.
A parole sia io che mio fratello abbiamo tentato di dissuaderla dal tormentarsi con presunte false ipotesi: era l’unica a non vedere quanto lui l’amasse?
Perchè non le riusciva di vivere serenamente?
Doveva necessariamente trovare qualcosa che non andasse.
Trovare sempre qualcuno le facesse un torto. Un danno che per lei era il peggiore tradimento.
Prima eran o le mie zie che erano state cieche e sorde alla sua sofferenza e a quella di Marta,; tanto egoiste ed insensibili da far festa mentre lei e Marta piangevano in casa, abbandonate da tutti. Anche da mio padre.
Poi io e mio fratello. I figli più terribili che le potessero capitare.
Ora mio padre che aveva un’altra donna.
Mai avrei immaginato che le sue manie di persecuzione l’avrebbero portata contro mio padre.

Scena terribile a tavola.
Io e mio fratello immobili con la forchetta in aria, con gli occhi spalancati, fuori dalle orbite per l’incredulità.
Mamma con gli occhi lucidi. Si stava sfogando contro papà. La lasciavamo fare, nella speranza che lo sfogo verbale la liberasse dai pesi che lei stessa si creava.
Con il viso rosso dalla rabbia sputava parole contro il marito. Non un fiume, uno tsunami.
“A te non è mai importato di tua figlia! Te ne andavi giù da tua madre a festeggiare con le tue sorelle mentre io e Marta eravamo chiuse in camera sua a piangere! Tu sei stato contento che lei sia morta!”.
Non ci credevo. Non volevo credere che lei lo avesse detto per davvero.
Limiti. Mia madre non li ha mai avuti ma li ha sempre pretesi dagli altri.
Mio padre non ha ribattuto. Ha smesso di mangiare e si è messo a piangere. Testa china, mani a coprirsi il viso. Singhiozzi di dolore puro. Un bambino. Non un uomo.
Mia madre ha sempre saputo di quale parole servirsi per colpire nel punto più debole. Quasi avesse un potere magico. Una capacità ultraterrena.
Io non sapevo proprio a chi portare conforto. Mi sentivo dei macigni sul petto.
Papà si è alzato. E’ andato a chiudersi in camera mia.
Dopo uno sguardo complice tra me e mio fratello, Javier ha seguito nostro padre. Io sono rimasta a tavola con mamma. In silenzio. E’ scoppiata a piangere. L’ho abbracciata. Non ero in potere di fare altro.

L’impresa è stata ardua ma ne siamo usciti vincitori.
L’abituale settimana bianca ci è stata di supporto.
Non c’ è ststo verso di farli dormire insieme. Lei si era impuntata. Papà, invece, era totalmente collaborativo nei confronti dei nostri tentativi di riapacificazione.
La strategia?
Costringerli a rimanere soli o comunque sempre vicini.
Mamma ceercava sempre di evitare qualunque forma di contatto con lui ma che lo volesse o no se lo trovava sempre davanti. Era commovente vedere gli sforzi di nostro padre.; la cercava come un cucciolo smarrito, cercava in tutti i modi che lui la desiderava con se. Lei scappava, prima con rabbia, poi lentamente questa è stata sostituita da puro atteggiamento da femmina; sembravano due animali durante il corteggiamento: lui avrebbe dovuto riconquistarla, dimostrare di meritarla. Renderla di nuovo sua.
Alla fine lei ha dovuo cedere. Si vedeva quanto le facesse piacere che papà la ricoprisse di attenzioni sincere.
Nell’accettare la sua presenza e dimostrarsi disponibile alla pace lei ha attuato la sua vendetta: shopping sfrenato.
Non li avevo mai visti spendere soldi con tanta leggerezza.
Lei sorrideva mentre concludendo le compere diceva:
“Emilio, paghi tu?”.
Se la rideva sotto i baffi. In quel periodo mio padre non le ha mai detto di no.
Tornati a Roma papà ha avuto il permesso di tornare nel suo letto.
Tornare a dormire nel mio letto e vederli dormire di nuovo abbracciati come erano sempre soliti fare mi ha resa estremamente felice.

61- volgarità

Per la mia famiglia sono sempre stata la contraddizione fatta a persona.
Mi sembrava che ogni occasione diventasse propizia per mettermi in difficoltà.
Mamma iniziò a non controllare più le sue parole.
I miei epiteti erano questi: strega e gatta morta. Lo sono stati per qualche tempo.
Non le avevo mai tollerate, mi avevano sempre ferita, irritata profondamente.
Improvvisamente mi sono trovata di fronte ad una newentry.
Arrabbiata da morire, per motivazioni che lei ha sempre ritenuto intollerabili, lei come si è sfogata?
Dandomi della mignotta.
Voleva trattenersi, lo ammetto, però non è riuscita a farlo, o non ha voluto farlo.
Come può una madre dire questo a sua figlia?
Io le rispondevo, combinavo i miei guai di ragazzina però, mai, mi sarei permessa di rivolgere contro di lei una qualunque volgaritá.
Come siamo potute arrivare a questo?..Che tristezza…E poi perchè? Per un cattivo voto? Per una bugia Scolastica? Per aver pulito male e in troppo tempo? Per aver salutato una mia zia con la quale lei non andava d’accordo? Per aver avuto troppa confidenza con una compagna che a lei non piaceva?
Avevo quindici anni.
Una fin troppo banalissima qiundicenne piena di complessi…Che potevo mai aver combinato per meritare la pesantezza di quella parola?
Solo io dovevo sottostare a limiti e regole?
Lei era libera di dire e fare tutto quello che le passava per la testa?
La parola madre l’aveva legittimata ad una libertà senza freni?
A costo di diventare irrispettosa nei miei confronti?
I battibecchi in famiglia sono normali, le offese volgari ne oltrepassano i limiti.
Ero una ragazzetta talmente banale che a volte pensavo che la mia compagnia potesse risultare noiosa…Possibile che mia madre fosse l’unica a non vederlo?…Già…Per lei esisteva solo la scuola.
Il resto era irrilevante…Non avevo voti perfetti, non ero la più brava della classe; non ero come lei desiderava che fossi. Questi erano dei grossi problemi.
Come poteva essere importante solo questo?.
Inutile negare la realtà: per quanto cerchassi di farlo non riuscivo ad andare d’accordo con mia madre.
Accontentarla e dedicare corpo e anima allo studio?
Non bastava a me.
Avevo la netta sensazione che nella mia vita mancasse qualcosa di importante.
I buoni voti e di conseguenza le loro lodi non riuscivano a bastarmi.
Quale era la mia mancanza?
Non lo sapevo neppure io.
Sapevo solo che mi sentivo annoiata. Immotivata. Non compresa.
A peggiorare le cose mi trovavo affiancata da un fratello che non mi era affatto di aiuto; invece di dire:
“Non sono affari miei, la cosa non mi riguarda, perché non ne parli direttamente con Clara e fai queste tue domande direttamente a lei?”.
Invece no, lui apriva la bocca e tirava fuori le sue ammissioni. Affermazioni che spesso peggioravano la miasituazione.
Suppongo fosse la mianiera più veloce trovata da mio fratello per togliersela di torno e togliere l’attenzione da lui. Le conseguenze di questa sua condotta non potevano interessarlo: non cadevano certo su di lui. Più facile e comodo spifferare i miseri affari miei. Per lo più tutto sbagliato! Tutto raccontato dal suo punto di vista. Ed ecco mia madre correre da me. Urlare e urlare. Io che mi sentivo sopraffatta dalla sua presenza asfissiante, sorda alle mie parole e fin troppo certa delle sue supposizioni. Tradita da mio fratello.
Avrà avuto ragione lei: ero la pecora nera della famiglia? la vergogna dei miei genitori?
Che fare allora di fronte a questa situazione
Ho iniziato a rispondere.
Lei urlava. Io urlavo. Lei mi offendeva. Io le davo della strega e della pazza.
Lei scappava a telefonare papà al lavoro per dirgli che ero una figlia tremenda, che avrebbe dovuto fare qualcosa al suo ritorno per rimettermi in riga.
La reazione di mio padre?
Nessuna.
Seduto a tavola mangiava. In silenzio ci lasciava sfogare. Si alzava e andava a vedere la tv in un’altra stanza.
Sordo come e quanto mia madre. Se ne lavava le mani.
Mia madre allora si incavolava di più. Offesa dal mio comportamento, delusa da mio padre, sbottava in urli ancora più tremendi. Anche lei si doveva esssere sentita non capita. Non ascoltata. Io allora trovavo quasi benefico il non reagire di mio padre. Godevo nel vederla ancora più arrabbiata.
Suppongo che il comportamento da Pilato di mio padre fosse un modo indiretto di dire a lei che esagerava. Era così nella mia famiglia: non si parlava chiaramente; si lasciava intendere, si lanciavano segnali ma ciascuno non capiva mai l’altro. Era come se in casa mia ciascuno parlasse una lingua propria. Mio padre parlava la lingua del silenzio, mio fratello quella dell’egoismo; io e mia madre facevamo a gara a chi urlasse di più senza venirci mai incontro. Ognuno chiuso nella propria incomprensione, nell’incapacità di poter capire i bisogni dell’altro. Una situazione folle.
In camera, arrabbiata con il mondo intero, mi trovavo a pensare che se pure Javier avesse risposto nella maniera più giusta, la risposta di lei sarebbe stata:
“Le domande su tua sorella le faccio a te perché lei è una bugiarda”.
Si. Ero una bugiarda.
Nascondevo troppi voti mediocri.
Preferivo dirle che tutto andava bene a scuola perché non avevo voglia di sorbirmi le sue solite ramanzine secondo cui se non si brillava a scuola si era dei totali falliti nella vita.
Perché non riusciva a capire che Clara non era fatta solo di voti e giudizi scolastici?
Per lei esisteva solo la scolara.
Perché non si è mai interessata della figlia che ero. Della ragazza che stavo diventando?
Desideravo morire, non speravo altro.

60-la bugiarda anonima

Come ogni anno il ritorno a scuola per me significava una cosa:invenzione.
La prima volta che mi hanno posto la domanda:
“E tu Clara che hai fatto quest’estate?”, ho detto la verità: “Niente di particolare. Tu?”.
Mai l’avessi fatta: fitti e brevi intrecci fatti di amore e amicizia. Intensi ma brevi quanto la bella stagione.
Gli adolescenti hanno il privilegio di avere la stagione dell’amore.
D’estate sembra esserci l’esplosione degli ormoni.
Come se la pelle abbronzata rivestisse di una bellezza particolare.
Come pavoni, tutti a cercare l’anima gemella di turno.
Io ascoltavo incantata ed invidiosa le avventure delle mie compagne. Gelosa e triste di non avere nulla da condividere.
Nella mia vita non sembrava esserci possibilità di brevi amori estivi. Già il divertimento era delimitato in uno stile di vita dettato da orari, impegni ed imposizioni. Figurarsi il tempo per l’amore.
Con la stessa cadenza della fine dell’estate il risultato era sempre quello: niente fidanzatino per Clara.
Avrei dovuto dichiarare davanti a tutte la verità?
Avrei dovuto rivelare che per la cozza del villaggio non c’erano speranze?
Non avevo proprio voglia di passare per sfigata, per vittima.
Mi sono adeguata al sistema e per farlo sono diventata una bugiarda incallita.
Se bugie dovevano essere perchè accontentarsi di poco?
Per molti anni di seguito Chicco è stato il mio fidanzato dell’estate. Facile immaginare che fosse il più bello della spiaggia. Lui naturalmente non è mai stato a conoscenza della nostro amore estivo. Il massimo del nostro contatto era un rapido ciao. Quel breve saluto per me era diventato la fonte di un fitto di attenzioni, corteggiamento romantico, lunghe pomiciate, ragazzi che cercavano di portarmi via da lui…Per dirla breve veri e propri film campati in aria. La tecnologia di allora lo permetteva. Nessuno mi avrebbe chiesto foto, messaggi, post, tweet di Chicco. La terra era fertile per le mie bugie estive.
Lo facevo perchè anche io avevo voglia di avere qualcosa da raccontare.
Per qualche momento era bello non sentirsi la sfigata di turno.
Sebbene meglio della mia situazione in spiaggia, anche a scuola non avevo potevo avere grande stima di me: ero costantemente tra le più brutte.
La mia autostima perciò era sempre rasoterra, ovunque mi trovassi; quelle bugie mi servivano a farmi sentire un pochino meglio. Di certo preferivo passare inosservata. Era meglio essere totalmente anonima che avere l’attenzione che al mare le mie cicatrici attiravano su di me. Già, si giravano a guardarmi non certo per la mia bellezza ma per le mie brutte gambe.
Pensavo spesso a quale nome mi fosse stato attribuito.
“La bambina con le gambe ustionate”?
“La sfortunata”?
Di sicuro era meglio pensare alle parle degli adulti , perchè se per puro caso mi soffermavo ad immaginare le frase dei miei coetanei mi veniva la nausea, benchè tentassi di frenare la mia mente me li immaginavo a domandarsi:
“Ma secondo te ha la patata bruciata o no?”.
Si. Molto meglio a Roma dove ero un’anonima ragazza bruttina

59-sguardi e pietà

Facevo di tutto per fare finta di niente. Per ignorare.
Le occhiate che mi lanciava la gente erano pugnalate. Mi toglievano energia.
Dentro di me perchè testardamente, cocciutamente, per disperazione, facevo finta di nulla.
Tutti si fissavano sulle mie gambe.
Perdonavo la curiosità dei bambini.
Giravo la testa per non vedere il disgusto degli adolescenti superficiali.
Non tolleravo gli adulti.
Si fissavano sulle mie cicatrici senza essere in grado di distogliere lo sguardo.
I miei falsi occhi neutrali catturavano il loro sguardo imbarazzato se scoperti a fissarmi.
Dietro la mia tranquillità c’era dolore e rabbia.
Dietro il loro imbarazzo faceva seguito un sentimento che odiavo: la pietà.
Odio la pietà.
Bandirei questo sentimento.
Ero fatta così. Le mie gambe erano quello che erano! Che potevo farci!?
Perchè la gente non riusciva ad ignorarle come mi sforzavo di fare io?
Prima indossavo pantaloncini stile ciclista che mi arrivavano al ginocchio e mi coprivano le ustioni. Le avevo di mille colori, intonati ai miei costumi interi.
Poi mi sono stufata di essere costretta ad indossarli.
Volevo la normalità.
Volevo stare al mare con un due pezzi e basta.
Come tutti gli altri.
Ho dovuto iniziare una guerra su due fronti: la mia battaglia interiore e gli odiati sguardi della gente. Era uno sforzo doppio il mio: far finta di non avere quelle brutte cicatrici sulle gambe ed ignorare gli sguardi di chi provava pietà per me.
Avrei voluto poter imprigionare per un tempo limitato dentro il mio corpo disagiato chiunque avesse provato pietà per me. Avrei voluto insegnare loro, sulla propria pelle, cosa vuol dire ricevere di continuo quegli odiosi sguardi.

58-sciopero

Periodo di sciopero.
Mia madre ha deciso di astenersi da qualunque compito domestico le aspetti.
Da casalinga i suoi doveri erano molti.
Non curante della cosa, si alzava, si vestiva per andare in spiaggia o prendeva la macchina per andare ad Olbia.
Diceva che eravamo tutti contro di lei.
Noi non eravamo come lei pretendeva che fossimo e nostro padre non reagiva come lei avrebbe dovuto al nostro non rispondere alle sue richieste.
Io ero fermamente convinta del contrario: era lei ad essere contro tutti.
Era talmente pressante, sempre col dito puntato, sempre a sparare sentenze…Aveva stufato tutti.
Ne avevamo tutti le scatole piene.
Ci siamo coalizzati e cooperato per portare avanti la casa.
Le pulizie non erano un problema: io e mio fratello ne facevamo già una buona parte, fare qualcosa in più non avrebbe costituito un problema. Io, o in alternativa papà, cucino e faccio le lavatrici.
In definitiva abbiamo reso nullo il tentativo di mia madre. Il suo tentativo di sciopero non ha creato alcun disagio.
Tutto sembrava svolgersi con più tranquillità, la vita quotidiana scorreva più fluida.
Basterebbe che lei abbandonasse il suo ruolo da giudice eterno, da boss, per far andare meglio la vita di tutti.
Un briciolo di elasticità renderebbe la quotidianità più facile.
Speravamo lo capisse.

Erano venuti a trovarci zio Pasquale e zia Anna.
Eravamo scesi in spiaggia con loro mentre mamma aveva preferito restare a casa.
Tutte le mie amiche quella mattina sarebbero andate in piscina.
“Che fai Clara, vieni con noi?”, mi chiede Michela.
Guardo speranzosa mio zio.
“Tua madre ti avrebbe dato il permesso?”.
Incapace di far uscire la voce dico di si con la testa.
Avevo mentito.
Mia madre le piscine non le poteva vedere. Non concepiva come la gente si buttesse in quelle che lei riteneva pozze di funghi e pericoli; e poi perchè andarci quando si aveva a disposizione un mare paradisiaco?
Io desideravo andare in piscina. Perchè non ci ero mai stata. Perché là sarebbero state le mie amiche.
“Va bene, vai con le tue amiche ma torna per l’una”.
Mi sono talmente divertita che non mi sono accorta del passare del tempo.
Erano le due passate.
Mi sono vergognata come una ladra. Con zio talmente offeso e arrabbiato che non mi guardava. Camminava dieci metri avanti a noi, camminando di fretta come se gli servisse a sfogare la sua ira.
“Non è più abituato Clara, ora ha due figlie grandi…Si è preoccupato molto. Abbiamo deciso di non dire niente a tua madre perchè la conosciamo troppo bene. Teniamola per noi ma che non succeda mai più”.
“Come mai così tardi? Si stava bene al mare?”.
Il senso di colpa. Il sorriso genuino di mia madre e non so quale altra cosa mi ha spinto a rivelare la verità.
Neanche ho finito di chiudere la bocca che lei mi ha dato due ceffoni ben assestati.
Non sapevo che avesse tutta quella forza e che fosse così abile.
Era la prima volta che succedeva.
Ho visto le famose stelline.
Ho accettato il dolore perchè meritato.
Il peggio, tuttavia, doveva arrivare.
Di li a pochi giorni ho iniziato a stare davvero male.
Siamo dovuti andare di corsa dalla guardia medica.
“Signora, sua figlia si è presa la mononucleosi”.
Che?
Perplesse abbiamo chiesto delucidazioni.
“E’ notoriamente chiamata la malattia del bacio. Faremo qualche ulteriore analisi una volta passata la fase acuta, che purtroppo è di qualche settimana…”.
Non ascoltavo più. Come se qualcuno avesse tolto il sonoro nella stanza nella quale mi trovavo. Vedevo la bocca del medico ma non sentivo nulla.
Guardavo il dottore come se avesse emmesso una condanna a morte.
Io la malattia del bacio?
Ma da quando?
Mo chi avrebbe fatto ragionare mia madre!?
Io non avevo proprio baciato nessuno. Neppure per sbaglio.
Come sentir dire che ci si è scottati al sole di notte.
Era sfortunatamente famosa per essere la cozza della spiaggia.
Nemmeno per punizione o scommessa un ragazzo si sarebbe avvicinato a me!
Ben sapendo questo mi sono vergognata.
Il ritorno a casa è stato penoso. Mi sentivo uno straccio, stavo veramente di merda e non mi era di aiuto vedere mia madre rossa e gonfia in viso che mi urlava contro.
“Sei la vergogna della famiglia!Come hai potuto! Ho sempre saputo che sei una tipa svelta! Gattamorta! Non ti vergogni? Che cazzo hai combinato!?”.
Era inutile farle notare che ero la brutta di turno. Quella che i ragazzi prendono in giro. Non certo che baciano. Sembrava aver dimenticato che il medico avesse detto che si contrae dal contatto con saliva infetta. Semplicemente bevendo dal bicchiere sbagliato.
Mia madre riteneva avessi pomiciato non con uno ma con tre, quattro persone. Se lei pensava allora diventava verità assoluta. Inutile negare. Lei era già convinta.
Oltre il danno la beffa.

57-incomprensione

Quante volte ho iniziato a scrivere un diario?
Ho perso il conto…Ho cominciato, la prima volta, con l’intenzione di ricordare le mie esperienze,le mie giornate, la mia vita. Come aveva fatto Anna Frank.
Peccato la mia vita non avesse nulla di tanto interessante da meritare di non passare inosservato.
Le pagine scritte finivano sempre per annoiarmi, persino quando l’inchiostro era ancora fresco.
Poi ho iniziato a sentire una nuova necessitá: sfogarmi su fogli bianchi.
E’ diventato il mio primario il bisogno di parlare, di tirare fuori tutto quello che mi portavo dentro. Non esperienze, ma stati d’animo.
Ok, la mia vita non aveva un briciolo di frizzantezza o particolari interessante, io non ne vedevo alcuno; eppure dentro percepivo uragani di sentimenti da esprimere.
Peccato non avere nessuno disposto ad ascoltarli o ad aiutarmi a risolverli.
Un’amica?
No.
Non mi era concesso di portare nessuno a casa ed era inimagginabile che io andassi a casa di qualche mia compagna di classe…Esisteva solo il tempo per lo studio…L’amicizia?
Una perdita di tempo.
A cosa può servire nella vita?
Ti aiuta a farti una carriera?
Ti aiuta a procurarti un tenore di vita facoltoso?
Garantisce un buono stipendio?
No.
Le compagne erano solo veicolo di distrazione, a detta di mia madre; perciò meglio non darmi possibilità di perdermi tra inutili bisogni adolescenziali.
Non era da trascurare il fatto che sembravo scegliere sempre il peggio. Ero attratta stranamente da chi a lei non piaceva. La fortunata di turno era Fabiana Lanzi. Mi sentivo affine a lei. Mi piaceva la sua compagnia e i giochi che facevamo insieme.
“Solo a vederla è chiaro che è una deficiente”.
Ci aveva preso mia madre. Nel suo mondo, però. Di fatto quella bambina oggi è una delle persone più profonde che io conosca.
Mia madre mi sembrava fuori dal mondo.
Non la pensavo come lei.
Non ero semplicemente un recipiente vuoto da riempire solo di nozioni scolastiche.
Non ero come le sue amate piantine.
A me non servivano solo acqua, fertilizzanti e potature.
Io avevo una voce, avevo un cuore, avevo dei bisogni che libri e scuola non potevano darmi.
Avrei dovuto vivere isolata, fare l’eremita e chiudermi sui libri?
Leopardi infatti ne è morto contento.
Urliamo come pazze senza arrivare mai a niente.
La nostra incapacità di comunicare ci ha allontanate l’una dall’altra, al punto di avitare il contatto fisico. Niente baci. Niente abbracci. Tra noi solo discussioni. Litigi.
Il problema era che le nostre battaglie verbali erano sterili: allora ero troppo giovane e maldestra per farle capire le mie ragioni, lei non è mai stata disposta ad ascoltarmi per davvero o a mettere in dubbio le sue opinioni.
Siamo sempre state due bambine incapaci di comunicare.

Essere la più brava della classe non mi avrebbe dato soddisfazioni. Perchè impegnarmi tanto in qualcosa che mi garantiva solo una breve lusinga da parte dei miei genitori?
Se pure facevo bene, mio fratello rimaneva comunque migliore di me.
La mia bravura aveva carattere fortuito; quella di moi fratello, invece, era sincera.
Perchè impegnarmi se la sentenza era volentieri questa?
Nemmeno i premi che promettevano erano allettanti.
Avevano finito per annoirmi.
Se la vita non ha sapori allettanti si finisce per vivere ogni giornata così come viene, senza perdere tempo a dimostrare niente a nessuno; perciò quando stava germogliando l’adolescente che sarei diventata mi sono sentita senza stimoli.
I nostri litigi diventavano quotidiani e sempre di maggior gravitá.
Erano diventati semplicemente insulti.
A tavola la scena diventò sempre la stessa: io e mia madre due galline starnazzanti.
Inutili isterici botta e risposta.
Ben presto abbiamo iniziato a non tenere a bada le parole.
La differenza era una: io cercavo di esprimere il mio bisogno di sfogrami mantenendomi nei limiti imposti nel mio ruolo di figlia, mia madre, al contrario, ha perso ogni inibizione verbale, qualunque insulto le è sembrato legittimo.
Ho faticato a credere che lei mi desse della gattamorta e della svergognata con tanta facilità.
Per anni, mio malgrado, avevo accettato i vari nomignoli che mi erano stati affibbiati: tartapiana, giro, bradipo. Mi irritavano, ma li accettavo: erano veritieri, ero lenta e mi piaceva esserlo: trovavo rassicurante fare tutto con calma.
Un altro mio aspetto che irritava terribilmente mia madre.
E mio padre e mio fratello?
Durante i nostri battibecchi continuavano a mangiare come se niente fosse, quasi non parlassimo. Una routine che è diventata la normalità in casa e che non ha mai allarmato i maschi della famiglia.
Come potevano sopportare i nostri litigi?
Perchè non sono mai intervenuti?
Me lo chiedo oggi, eppure, allora non me lo domandavo mai.
La ritenevo la semplice normalitá.

I miei genitori hanno ritenuto di aver centrato il nodo della questione.
I miei problemi esistenziali sono dovuti al fatto che sto nella classe peggiore della scuola.
Era normale che in quel concentrato di rifiuti io mi stessi smarrendo.
Io non vedevo davvero nulla di anomalo nei miei compagni. Era composta da qualche elemento difficile ma il resto della classe era come qualunque altro.
Impensabile che io restassi in un luogo di tale blasfema nomina! Non di certo io, figlia della signora Sparau! Una vergogna per la nostra famiglia!
La decisione dei miei genitori è arrivata come un fulmine al ciel sereno: sarei dovuta andare nella stessa classe di mio fratello.
La mia vita poteva solo peggiorare.
“Conosciamo i ragazzi e le insegnanti sono brave. É la sezione migliore dell’istituto”.
Queste le parole della mia saggia madre.
Ed ecco che mi sono sentita in purgatorio.
Vero. La classe era molto tranquilla.
Il grande problema era mio fratello.
Mi sentiivo in una prigione trasparente.
Costantemente con il suo fiato sul collo.
Una spia sempre presente pronta ad utilizzare qualunque cosa a suo vantaggio.
Mi sono sentita senza intimitá. A scuola. Senza la possibilitá di avere i miei piccoli e banali segreti da scolara.
Ho iniziato a sentirmi costantemente sotto esame.
A scuola.
A casa.
Giá, a casa ancora di più. A casa ancora peggio.
I paragoni tra me e mio fratello all’ordine del giorno.
Stare nella stessa sezione aveva reso la cosa ancora più pesante. Insopportabile.
Lui era il bravo, perciò io necessariamente la cattiva; lui il più capace, io quella somara o la casualmente billante.
Un vero e proprio strazio.
Faticavo a vedere il bello di avere un fratello.
Paradossalmente eravamo stati più uniti quando stavamo con il nostro vecchio padre o in orfanotrofio.
Da piccolo si prendeva le botte per me, mi proteggeva…La vita lo stava rendendo l’essere più egoista che conoscessi.

56-la rivolta

Lo studio aveva perso d’interesse.
Lo trovavo estremamente noioso.
Non mi applicavo più. Non mi sforzavo.
Avevo capito che con molto poco ottenevo molto; studiavo con leggerezza eppure i miei voti erano alti.
Poi la cosa ha totalmente preso d’importanza. Non mi interessava lo studio né tanto meno i voti ottenuti.
Perché allora passare tanto tempo sui libri?
Perché costretta.
Sedevo sulla sedia coi libri aperti davanti alla scrivania ma la mia testa era altrove.
Quando possibile mi mettevo a leggere il primo romanzo che mi capitava sotto le mani.
Al mio disinteresse mia madre ha risposto con ostilità a qualsiasi forma di passatempo.
“Il gioco è una perdita di tempo”.
“Agli animali è il gioco che gli insegna a sopravvivere”.
“Noi non siamo animali”.
Avevo i miei dubbi.
Inutile continuare il botta e risposta.
Era sterile. Nessuna voleva ascoltate l’altra.
Mia madre era davvero convinta dell’inutilità del gioco.
Se negli anni precedenti lo aveva soltanto detto, di seguito ha iniziato ad applicare questa sua opinione nei fatti.
Nel tentativo di eliminare di eliminare le stupidaggini che mi potevano distrarre dal mio dovere: lo studio, ha iniziato a togliere di mezzo bambole e barbies.
Ci sono rimasta male. Ci avrei continuato a giocare volentieri.
Diavolo, avevo tredici anni!
Per il tempo che passavo sui libri sarei dovuta essere già laureata.
Il secondo anno delle scuole medie è andato ancora peggio.
Il pomeriggio non studiavo: facevo finta.
Mi limitavo a fare molto lentamente i compiti pratici.
Della teoria mi occupavo un’ora prima dell’ipotetica interrogazione.
Naturalmente non mi poteva andare sempre bene e così ho iniziato a collezionare una buona quantità di voti molto mediocri.
Le insegnanti e i miei genitori hanno iniziato a preoccuparsi del mio basso rendimento scolastico.
Mi infastidiva tutto quell’interesse per una ragione molto semplice: odiavo che mi chiedessero del perché avessi smesso di studiare.
Mi sentivo costretta su di un palcoscenico dove io mi trovavo ad essere sempre in ombra mentre la luce era costantemente puntata sul mucchio di libri scolastici che si trovava di fronte a me. Sembrava avessero sempre più importanza di me. Di ciò che ero.
La disattenzione nei miei confronti era un grido muto che manifestavo rifiutando lo studio.
Normale che rinnegassi il mio impegno sui libri se per anni l’unica domanda che mi si rivolgeva era:
“Che hai fatto a scuola? Hai fatto compiti? Sei stata interrogata? Che voti hai preso?”.
Le rispondevo. Poi il silenzio.
Ecco i nostri grandi discorsi.
L’unica che sembrava aver centrato la questione era un’insegnante che mi urtava il sistema nervoso. Alle sue domande io rispondevo con il mio mutismo?
Perché avrei dovuto confidarmi con una totale estranea quando le attenzioni che volevo si trovavano dentro le mura di casa mia?
Mi bloccava anche un altro timore: che le mie confidenze fossero riferite a casa.
sapevo che avrei creato un caso politico. Già mi immaginavo mia madre:
“Che sei andata a dire a scuola!? I fatti nostri devono rimanere a casa! Come ti sei permessa?”.
Mi si sarebbe rivoltata contro come una iena.
“Perché non mi fai le domande che mi ha fatto l’insegnante?”.
Questo avrei voluto chiedere a mia madre.
Sapevo non mi avrebbe ascoltata. Avrebbe sicuramente parlato sopra le mie parole e avrebbe legiferato:
“Tu devi pensare solo a studiare”.
Per ripicca facevo quello che non dovevo fare: non studiavo. Una rivolta che i miei non volevano vedere.
sapevo di aver fatto bene a non rispondere alle domande della mia docente: mi ero evitata problemi che non avrebbero risolto la questione.

55-Gino

In quel lasso di tempo ho visto profonde ustioni sparire sotto i miei occhi.
Dietro la scradevole e spessa grosta che si formava sopra ogni cicatrice fresca veniva alla luce una pelle perfetta e intatta.
Quei veri e propri miracoli sulla pelle delle altre persone mi hanno rassicurata.
Anche io, un giorno, sarei guarita del tutto.
Ho scoperto che dentro le bottiglie erano contenuti due tipi di sostanze, una lenitiva e l’altra orticante. Per i primi giorni Gino mi ha fatta usare soltanto la prima.
Quando sono venuta a contatto con la seconda mi sono ricordata cosa volesse dire sentirsi bruciare.
“Attenta a che non ti coli addosso. Usala con cautela”, ha raccomandato Gino nel dare il pennello a mia madre.
Non avevo colto l’importanza di quell’avviso.
Mi aspettavo la solita soluzione rinfrescante.
Fu come se mi passassero del fuoco con il pennello.
A contatto con le setole la pelle diventava bianca; quasi mia madre stesse disegnando sulla mia pelle, poi si arrossava vistosamente e dopo pochi attimi si gonfiava.
Mi girava la testa dal dolore.
Ho dovuto distogliere gli occhi dalle mie gambe.
Le lacrime mi sono uscite a quattro a quattro.
Non mi sono lamentata. mi sono permessa solo quelle lacrime silenziose.
Accettavo quella sofferenza in virtù delle conseguenze che avrebbe prodotto.
A volte mi ritrovavo a tremare.
Mia madre mi guardava negli occhi per accertarsi se continuare o no a passare quel terribile pennello.
Era chiaramente turbata dalla mia sofferenza ma proprio per il mio bene si costringeva ad agire.
E’ stata forte, coraggiosa nel continuare il suo lavoro nonostante il mio tormento.
La reciproca ammirazione ci ha aiutate entrambe.
Ciascuna prendeva la propria forza dall’altra.
È stato il momento della mia vita in cui mi sono sentita profondamente legata alla mia mamma.
Non avevo parole per ringraziarla di ogni gesto.
Semplicemente il solo ammirarla mi dava coraggio, mi faceva sentire forte abbastanza per poter sopportare quel forte dolore.
Terminata la seduta dovevo camminare a gambe larghe talmente era il dolore.
Persino il casuale leggero contatto con il tessuto degli abiti mi faceva saltare dal dolore.
Era come non avere l’epidermide.
La senzione di avere un ferro da stiro sulle cosce durava per qualche ora.
Se per sbaglio le gambe mi si strusciavano l’una contro l’altra mi dovevo bloccare dal dolore.
Mi stupivo di quanto quella devastata pelle rossa e gonfia diventasse morbida.
Non appena si placava il dolore, nella fragile riservatezza della mia camera mi accarezzavo, quasi solo sfiorando, le mie ferite.
Mai sentita una morbidezza tale, affascinata, quasi non smettevo di toccarle.
Strano come mi piacesse sentire quello strano deforme velluto sotto le dita; sarebbe bastata una lieve pressione, poco più forte, e da quella tenerezza ne sarebbe scaturito un fastidioso, forte dolore. Strano provare stupore, meraviglia per quella parte di me che fino ad allora per me era stato solo ribbrezzo.
Con il passare del tempo sulle mie gambe si è formato una sottile crosticina che cadeva da sola. Sottile, lieve come la pelle di un serpente.
Avvolta nel bozzolo della mia giovane ingenuità, immaginavo che sotto di loro sarebbe emersa la meravigliosa, normale, intatta pelle che non avevo mai avuto.
Non ci furono miracoli.
Miglioramenti, si. I
l risultato del primo mese mi ha ricompensata di tutto il dolore subito.
Il significativo miglioramento delle mie cosce ha convinto lo scetticismo di mio padre.
Mia madre aveva a ccettato molto volentieri i rimedi del signor Gino, per quanto fossero contrari al suo modo di essere e di vivere. I miei hanno deciso, pertanto, che un mese all’anno lo avremmo passato a Nuchis.
Questa cura ha significato dover rinunciare quasi del tutto alla vita da mare. Il sole sarebbe stato dannoso. Anche coperte, le mie cicatrici avrebbero corso il rischio di macchiarsi. Mi sono relegata sotto l’ombrellone. E’ stata una limitazione che ho accettato in virtù di un vantaggio futuro. Tuttavia le mia attenzioni non sono bastate perchè più o meno piccole macchie marroni mi sono comparse sulle gambe.
Negli anni siamo tornati più volte a Nuchis.
Nel mese di agosto prendevamo una casa in affitto nel paese.
Ciò ci dava la possibilità di evitare i lunghi e faticosi viaggi quotidiani; e di allontanrci dal mare nel mese in cui era diventato impossibile trovare posto sulla spiaggia.
Mi sono resa subito conto di quanto fosse grande il sacrificio che fecero per me i miei genitori.
Mi sono sentita davvero fortunata ad aver ottenuto dei genitori tanto disposti a venire incontro alle mie necessità.
Gino e la sua famiglia non volevano mai niente per il loro aiuto ma chiunque si sia servito dei suoi pennelli ha sempre voluto omaggiarlo con dei pensieri. Denaro non ha mai voluto accettarlo. Che si trattasse di un fiore, del cioccolato, di un biglietto o di una forma di formaggio, si mostrava sempre contento del dono ricevuto, con umiltá e un poco di timidezza sorrideva nel ricevere quei doni.
E’ stato bellisssimo il rapporto che ha sviluppato con mio fratello.
Quel candido vecchietto, amava la sua compagnia e mio ha ricambiato la stessa simpatia.
Più di qualche volta lo abbiamo accopagnato nei suoi terreni per fargli compagnia mentre si accupava delle sue bestie e dei prodotti dell’orto. Ci regalava quotidianamente frutta e verdura, nonchè un delizioso latte di capra.
Il signor Gino si è dimostrato una persona più propensa a donare che a ricevere.
La moglie, al contrario, si è dimostrata più incline ad avere profitto dall’altruismo del marito. Quando a questa signora è stato chiaro che la disponibilità di mia madre era assoluta, non ha impiegato molto a farla diventare la sua donna di servizio.
Ha approfittato della nostra macchina e di mia madre come autista per essere accompagnata fuori nel caso dovesse uscire dal paese.
Mia madre nonsi è mai negata alle sue richieste.
Lo ha fatto per me.
Non passava giorno senza che non ritornasse distrutta a casa.
Vedere il suo, fino ad allora, inflessibile orgoglio piegato per il mio bene è stato la dimostrazione di un amore incondizionato.
Un’impresa titanica per il suo carattere.
Uno sforzo che non poteva passare ignorato.
Non avevo idea di cosa fare per dimostrarle la mia gratitudine,;per certi versi mi addolorava vederla trattata come una collaboratrice domestica. Benchè non lo desse a vedere, quel mese a Nuchis per lei rappresentava grande fatica.
Non l’ho vista mai lamentarsi o sbuffare.
Il suo corpò, tuttavia, ha parlato per lei.
Le è venuto il fuoco di Sant’Antonio sulle spalle.
Ha accolto la notizia con una certa apprensione perché sapeva fosse una malattia dolorosa.
Mi sono sentita colpevole di quel malanno.
Si stava consumando per me.
Era andato contro la sua stessa personalità per i mie interessi.
Avrei voluto che l’infezione si svogasse su di me; che passasse dal suo corpo al mio.
Una mattina, mentre mi passava il pennello sulle cosce si è confidata con Gino.
Il vecchietto si era affezionato molto alla mia famiglia, adorava mio fratello e stimava mia madre perché vedeva quanti sforzi facesse per me. Ha preso un pennello e ha detto a mia madre:
“Girati che ti passo questo sulla schiena”
“Non si preoccupi, ho messo la pomata e sto prendendo gli antibiotici…”
“Lascia perdere tutte quelle schifezze chimiche e girati. Ascolta un mio consiglio: lascia perdere le continue richieste di quella bisbetica di mia moglie e cerca di goderti come si deve il soggiorno in paese. Non devi venire quí per metterti al servizio di nessuno. Non vale la pena di farlo per qualcosa che è gratuito…no?…Nessun gesto, per quanto ammirevole, deve mai costringerci a essere trattati in un modo che ciascuno di noi non sopporterebbe…questo sfogo su tuo corpo ne é la dimostrazione ”.
Mia madre ha colto il messaggio.
Ha approfittato della sua malattia per limitare la sua disponibilitá nei confronti della furba signora e ha cercato di rilassarsi un po’.
In due giorni le è passato tutto. . Nessun fastidio o dolore.
Ci siamo afferzionati ancora di più a Gino.
Ha dimostrato che i santi in questo purgatorio esistono.
La maggior libertá di mia madre ci ha permesso di andare con cui in campagna sia la mattina presto che il pomeriggio.
Le scampagnate con Gino sono state memorabili.
Era straordinario vedere quel vecchietto curvo, praticamente quasi piegato in due, faticare in campagna. Se nella stanza nella quale lo avevamo conosciuto appariva fragile e stanco, all’aria aperta sembrava tornare giovane. Il suo corpo sembrava trarre forza dalla terra; si muoveva agile e sicuro come qualunque giovanotto. Giovanotto? Che dico!? Vederlo combattere contro le api armato e protetto da un tappo di bottiglia ha dello straordinario.

“Quanto tempo pensa che ci vorrà per guarire Clara?”, gli ha chiesto ,un giorno, mia madre.
“È più di qualche anno che venite. Le ustioni sono molto vecchie, lo strato di pelle che cade è molto sottile. Dalla prima volta che ci siamo conosciuti i miglioramenti ci sono stati, tuttavia ci vorrà ancora molto tempo…”.
Gli occhi di mia madre gli hanno fatto la domanda che non aveva il coraggio di formulare.
Con un sorriso lui ammise: “Si e no, saranno necessari una decina di anni…”.
Questa fu la risposta.
Quel giorno, mentre pranzavamo, il silenzio era assoluto.
Tutti pensavamo la stessa cosa: dieci anni.
Ttroppo tempo.
Troppo dannato tempo.
Lo sapevamo tutti ma nessuno osava ammetterlo.
Se ci trovavamo a Nuchis era per me.
Solo io avrei potuto dare un taglio alla questione.
Sapevo bene che la mia famiglia avrebbe trovato il modo di fare quel lungo sacrificio per me. Purtroppo era davvero troppo tempo.
Troppo.
Dannatamente troppo.
Eravamo tutti stanchi.
Il gioco faleva davvero la candela?
Non avevamo dubbi circa il fatto che in quel lungo lasso di tempo sarei guarita del tutto.
Erano dieci anni, però… Solo io avrei potuto spingere i miei genitori a dire: “Basta così”.
Se fossi stata io a rinunciarci per prima avrei tolto loro un peso dalla coscienza.
Mentalmente ho trovato la soluzione: sarei tornata da sola, una volta adulta a guarire le mie cicatrici.
“Mamma, papà, lasciamo perdere per ora. Ci sarà sempre tempo per venire a Nuchis. Potrò venirci da sola quando sarò più grande. Va bene ciò che abbiamo ottenuto per adesso. Sono stanca. Basta così”.
Mia madre mi ha guardata e mi ha sorriso.
“Ci penseremo. Finiamo questo ciclo e poi vediamo”.
In silenzio, nel guardarci negli occhi, ci siamo ringraziate reciprocamente.
Si. Era la decisione giusta quella di lasciar perdere.
Ero davvero stanca.
Sfinita dal dolore, dal prurito provocato dal cadere della pelle, stanca di non poter prendere il sole, stanca di girare coperta da eterni calzoncini, stanca di vedere le mie cosce bianche pallide mentre il resto del mio corpo era color cioccolata, ero stanca di non poter godere dell’estate come gli anni precedenti…Era semplicemente giusto togliere il peso di questo sacrificio a tutta la mia famiglia. Perchè le mie limitazioni diventavano anche le loro.
E’ stata una rinuncia senza rimpianti.
Mi sono accontentata dei miglioramenti ottenuti, ben sapendo che avrei continuato a odiare le mie dannate cicatrici, si, avrei continuato a soffrirci, ma ci avrei sofferto io, non la mia famiglia.
La primavera seguente, semplicemente, mio padre non ha chiamato per fermare l’affitto di quella che era stata la nostra casa a Nuchis.
Senza bisogno di alcuna parola nessuno di noi ha pensato più a quel piccolo paese dell’entroterra sarda.

54-Nuchis

Sedevo in terrazza immersa nello studio.
“Clara, c’è tua madre?”, mi domandò Pinuccia, la nostra vicina.
“Si, te la vado a chiamare subito”.
Sono rientrata in casa per uscire seguita dalla capofamiglia.
“Barbara, vieni, ho saputo una cosa interessantissima!”, l’ha incitata.
Curiosa le sono andata dietro ma lei mi ha fermata dai miei tentativi di entrare nel discorso.
“Clara tu vai a continuare a studiare”, mi ordinò mamma.
Ecco fatto. Delusa sono tornata sui libri.
Durante l’estate le chiacchere della nostra vicina erano sempre state un piacevole passatempo.
Non ho dovuto fare sforzi per ascoltare il loro fitto scambio di parole.
Per fortuna la voce alta di Pinuccia mi ha permesso di poter ascoltare il loro dialogo.
“Ho saputo che a Nuchis, un paesino dell’entroterra, c’è un signore che è in grado di far sparire le ustioni con una sostanza che fa in casa! Me lo ha raccontato una mia cugina. Una sua amica si è ustionata con acqua bollente. Non puoi capire il danno! La pelle completamente devastata! Eppure un mese dopo neanche una piccola cicatrice! La pelle intatta! Io neanche volevo crederci che si era bruciata! Perché non vi informate? Io ho pensato subito a Clara”.
Che meravigliosa notizia.
Avevo smesso di crederci ed ecco arrivare una novità che ha del miracoloso.
Eccitata ho smesso di far finta di studiare per poter meglio ascoltare.
“Dove si trova questo posto?”, ha chiesto mia madre,
“In pratica sulla strada per Tempio Pausania. Il paese è molto piccolo. Se chiedete i paesani stessi vi diranno dove andare. A quanto pare quaesto signore è conosciuto in tutta Italia”,
“Va bene, ne parlerò con mio marito e poi vedremo che fare. Grazie Pinuccia”.
Ho incollato di nuovo gli occhi sui libri simulando una gran concentrazione.
Mia madre mi passò affianco senza dire una parola.
Ho rivolto di nuovo l’attenzione alla mia vicina di casa.
Lei mi ha fatto un gran sorriso e l’occhietto.
“Studia, studia che tra poco arriveranno cose belle!”, mi ha raccomandato contenta.

Eravamo a Nuchis.
Eravamo arrivati in paese che erano le undici di mattina.
In giro non c’era un anima.
Non si vedeva nessuno. A chi chiedere informazioni?
Persino i due bar che abbaimo incrociato erano chiusi.
Abbiamo deciso di visitare la chiesa.
Almeno avremo potuto giustuficare il lungo viaggio con quella visita, dato che il paesello sembrava fosse stato abbandonato.
L’edificio era dedicato ai Santi Cosma e Damiano. I patroni del paese. Proprio qui abbiamo incontrato il nostro cicerone paesano.
Il vecchietto sembrò del tutto felice di rispondere alle nostre domande.
“Si. Ho capito benissimo chi cercate. Vi accompanerò io stesso a casa sua. Sono praticamente cresciuto insieme a Gino. Sarà un occasione per fargli un saluto. Conoscete già la storia della sua famiglia?”.
“Solo qualche particolare vago, per sentito dire”, gli ha risposto mio padre.
La frase lo ha incoraggiato a proseguire nella sua narrazione.
“Suo nonno si era ustionato un braccio. Era pastore. Un giorno, mentre riposava sotto un albero, gli apparvero in sogno i Santi Cosma e Damiano. Gli fecero dono di una mistura liquida con la quale avrebbe potuto guarire il suo braccio. In cambio, lui avrebbe dovuto aiutare chiunque avesse bussato alla sua porta senza chiedere nulla in cambio. Da allora si passano di generazione in generazione, in gran segreto, gli ingredienti di quella soluzione e aiutano chi ne ha veramente bisogno. Storia davvero interessante, vero? Da allora, ininterrottamente, qui arrivano forestieri, prima solo dall’isola, poi da tutto il continente. Persino quel pilota famoso che si è bruciato durante una corsa…Ecco siamo arrivati. La casa è proprio questa. Gino di sicuro è al piano di sopra. Venite con me”.
Lo abbiamo seguito per una rampa di scale esterna che immetteva dentro una stanzetta in penonbra.
Lo spettacolo un poco ci ha impressioati.
Di fronte a noi sedeva un vecchietto dai candidi capelli bianchi.
Il viso e le braccia erano macchiati dalla vitiligine. Laddove la pelle avrebbe dovuto essere pallidissima, era di un tenero color rosa.
Le sue braccia erano appoggiate ad un misero tavolo semplice semplice sul quale erano posati un numero illimitato di barattoli di tutte le dimenzioni.
Il contenuto di ognuno di essi poteva sembrare acqua sporca. Stagnante.
In ogni barattolo era immerso un vecchio penello. Anch’essi erano delle dimenzioni più svariate.
L’aria era pregna dell’essenza di una qualche erba.
Ai lati del tavolo un piccolo gruppo di persone si passavano i pennelli sul corpo dopo averli immersi nei barattoli.
Il vecchietto dirigeva diligentemente quel traffico dicendo ad ognuno di quale barattolo servirsi.
Ognuna di quelle persone aveva una vistosa cicatrice da ustione.
Per lo più si trattava di incidenti recenti.
Ho notato, tuttavia, che c’era chi aveva ustioni vecchie quanto le mie.
La nostra guida parlò in dialetto con il padrone di casa; ci ha augurato ogni bene ed è andato via.
“Come posso aiutarvi?”, ci ha chiesto il famoso Gino.
Mia madre gli raccontò della mia situazione e mi incitata a mostrare le mie cicatrici.
In quel campo di battaglia rappresentato dalla stanza in cui ero non mi sono sentita una menomata. Per la prima volta nella mia vita non ho provato vergogna nell’abbassarmi i miei pantaloni.
Tra quelle mura tutti avevano la pelle corrotta.
Ero semplicemente una tra i tanti e non la bambina con le gambe ustionate.
Il vecchio mi ha esaminata con attenzione.
“Sono cicatrici profonde e vecchie. Di sicuro posso aiutarvi; sappiate, però che ci vorrá molto tempo perché ci sia il risultato desiderato. Se la cicatrice fosse stata recente in un mese si sarebbe potuto risolvere tutto, ma non con cicatrici tanto datate. Potete iniziare anche subito; se così volete. Io sarò qui tutte le mattine dalle nove a mezzogiorno. Vi do solo qualche raccomandazione: la bambina non dovrà mai toccarsi le croste che si formeranno e non dovrà assolutamente prendere il sole”.
Ci ha passato un grosso pennello imbevuto del non allettante liquido misterioso.
Conoscendo quanto mia madre fosse fissata con l’igiene mi aspettavo che mi spingesse via e che mi avrebbe portato via a gambe levate.
Con mio grande stupore ho visto mia madre prendere l’oggetto con sicurezza e passarlo con cura sulle mie gambe.
Era un liquido rinfrescante, carico dell’ odore di una qualche erba che non riuscivo ad identificare.
Per un mese, ogni mattina, abbiamo fatto un quotidiano pellegrinaggio da Olbia a Nuchis.

53-esami

Esami di quinta elementare superati senza problemi.
Alla grande.
Sapevo sarebbe stato così.
Me lo sentivo prima che tutto avesse inizio.
Ho affrontato gli scritti senza problemi: ho scelto di sviluppare il tema in cui si richiedeva di parlare della persona più significativa della nostra vita e di giustificare la scelta.
Chi ho scelto?
Tra la vastità delle mie conoscenze ho scelto mia madre.
Non chiedetemi perché: me lo domando a tutt’oggi.
Mi sono infilata in un’impresa titanica.
Potessi tornare indietro nel tempo sceglierei Sailor moon, Topolino, Sonia e la sua posta…Babbo Natale…Sapendo scrivere avendo saputo farlo da molto tempo so per certo che ne sarebbe uscito fuori qualcosa di buono.
Io invece ho scelto mia madre.
Ho fatto una lunga lista.
Tutti i suoi difetti.
I difetti che vedevo allora: urla troppo, mi fa pulire troppo, mi fa vedere poca televisione, non mi lascia mangiare come vorrei, mi fa uscire poco con le amiche, non le piace portarmi al parco…una lunga lista di cui non ricordo molto.
Ricordo però la conclusione: al di là di tutti i suoi difetti io avrei sempre scelto lei come mia madre perché lei era l’amore della mia vita.
Per molti anni non mi ero ricordata del suddetto tema.
A riportarmelo alla memoria è stata mia madre. Durante una nostra litigata. Lei ha ammesso di essersi vergognata a leggerlo: non era stato carino fare una lista nera di quelli che io ritenevo fossero suoi difetti. Ha ammesso di esserci rimasta male.
Le sue parole mi hanno zittita. Era vero. Aveva ragione. Ero stata scorretta. Lei, tuttavia non aveva letto con attenzione.
Il tema mi chiedeva di descrivere quale fosse la persona più importante della vita ed io avevo scelto lei.
Avevo concluso il tema con una dichiarazione d’amore che lei non ha mai visto perché troppo impegnata a vedere la descrizione dei suoi difetti.
Perché mia madre non ha mai visto le parole di cui mi sono servita per dire che era l’amore della mia vita?
Se il mio scritto non è piaciuto mia madre di certo è stato gradito da chi di competenza.
Mi sentivo tanto sicura di me stessa che mi è andata bene anche con gli scritti di matematica. Davvero incredibile.
Ero così spavalda che quando le maestre hanno chiesto se ci fosse un volontario, io ho alzato la mano e mi sono offerta come prima.
Dieci minuti ed era finito tutto.
libera.
Libera di iniziare le medie e fiera di aver finito le elementari.
Sarei scorretta se non lo dicessi: i miei mi hanno riempita di complimenti.
Lodi e un regalo da scegliere.
Non ricordo quale premio avessi deciso di concedermi ma gli occhi orgogliosi, il sorriso, il calore dei miei genitori lo ricordo bene.
Mi sentivo non più piccola piccola ma un gigante che avrebbe fatto di tutto per vedere il più a lungo possibile quella luce che sembrava circondare la mia famiglia.