Guardarmi allo specchio mi procurava un forte senso di sfiducia.
Non avevo mai provato piacevole il mio riflesso.
Mi sentivo un errore della natura.
Un esperimento mal riuscito.
Una piccola sciapa cosetta imperfetta in un mondo basato tutto sulla bellezza fisica.
Le mie misure?
Che risate!
Sarebbero potute piacere solamente a qualcuno: un falegname!
Il mio fisico?
Solo una descrizione gli si addiceva: un comò (scelta dovuta alla mia poca altezza, giacchè sono sempre stata una nana), con due misere gambine tutte ammaccate.
La faccia?
Bè, semplice: un pallone.
Ogni tanto, nuda davanti allo specchio, mi tiravo su i seni per vederli più gonfi, più vicini, stuzzicavo il capezzolo per togliergli quella buffa forma a punta che avevo sempre odiato. Semplicemente più belli.
Peccato non poter andare in giro con le mani a tirare su le tette.
Esaminavo un corpo che mi era capitato e che avrei voluto nettamente diverso.
Sospirando guardavo non una pancia piatta ma un addome morbido e rotondo.
Mi soffermavo il meno possibile sulle mie gambe, quasi a voler dimenticare.
Nemmeno i piedi mi davano alcun sollievo: due belle pagnottelle.
Lo specchio non poteva essermi amico.
Ero convinta che se avesse potuto parlare mi avrebbe detto:
“Ancora che ti guardi!? Non ti sei stufata!? Guarda che non ti dirò mai che sei la più bella del reame! Al massimo che sei simpatica perchè ormai ti conosco e mi fai tenerezza”.
Già, almeno avevo uno specchio che mi voleva bene.
Io stessa trovavo deprimente la mia condizione: una ragazza brutta, cicciona, complessata, anonima.
Pensare che in famiglia si sia pensato che io fossi una tipa “svelta” con i ragazzi mi dava il volta stomaco.
Da piangere!
Ecco cosa significava “rigirare il dito nella piaga”.
Mi sentivo doppiamente sfigata…Non sapevo proprio cosa mi provocasse il dolore maggiore: la mia realtà di cozza sfigata o la fantasiosa e crudele falsa idea dei miei.
Era mia madre a partorire queste fantasie, mio padre non si era mai pronunciato a riguardo, non mi aveva mia difesa nè accusata.
Cosa c’era dietro quel suo silenzio?
Quanta amara ironia in quella mia vita!
Mi facevo schifo, non mi piacevo per niente; pensavo che non esistesse al mondo persona che mi avrebbe ritenuta carina, figurarsi bella!
Ero, penosamente, una grassa brutta ragazza piena di complessi, però a casa mi davano della baldracca.
Ironico.
Non frasi sottintese, allusioni, ma esatte parole: la tartaruga era diventata balbracca, la gattamorta era diventata troia.
Come faceva a non attribuire il giusto peso alle sue parole?
Come faceva mia madre a non rendersi conto che non erano parole che avrebbe dovuto addittare a sua figlia?
La cosa più triste era che mi stavo abituando a questi epiteti.
Le prime volte erano state più brucianti degli schiaffi più brutali.
Ora mi stavano diventando così “normali” da aver imparato ad ingoiarle come medicine amare.
Cosa mai aveva potuto cementare queste idee in mia madre?
Quando mai ero stata tanto vicina ad un ragazzo da potergli dare un semplice bacio?
Mai.
Io non avevo mai avuto un vero bacio.
Cosa poteva aver fatto di me la dalbracca tanto declamata da mia madre?
Non ne avevo la più pallida idea.
Oppure si?
Ma certo: la mononucleosi.
Averla presa mi aveva marchiata a vita.
Peccato l’avessi contratta nuotando in una piscina, e non nel modo in cui se lo immaginava lei.
Era questo ad avermi marchiata?
Era questa la ragione?
L’infamia di aver preso la sindrome del bacio?
Ecco perchè “amara ironia”: mia madre vedeva quello che non esisteva e non vedeva la realtà.
Possibile non le fosse chiaro che i ragazzi mi ignoravano del tutto?
Sarei potuta essere trasparente per loro; in tutta la mia carriera scolastica sono stata catalogata solo tra più brutte.
Per i maschi esistevo solo se dovevano vedere chi era la meno bella: per il resto ero semplicemente nulla, e se nulla ero da nulla mi comportavo.
In tutto questo come potevo essermi comportata da troia?
O ero pazza e soffrivo di identità multiple o non si sarebbe potuto spiegare…
Talvolta accecata dalla rabbia mi dicevo: “Magari lo fossi! Magari fossi ciò di cui mi accusa!”.
Finalmente avrei potuto dare ragione alle sue parole e non ne avrei sofferto.
Non si può soffrire della verità, e se pure se ne soffre, alla fine ci si fa una ragione.
Era questa una delle questioni più spinose: io non riuscivo a darmi una ragione delle parole di mia madre.
Torturata tra le sue classificazioni e i miei problemi interiori.