Sedici anni e mezzo.
Tra qualche mesetto diciassette.
Il passare degli anni iniziava a darmi le vertigini.
Troppi per la bimba che ero dentro.
Mi sentivo più piccola.
Impreparata alla vita.
Diciassette anni mi sembrano così tanti!
Nello scrivere queste parole un ricordo anarchico mi fece sorridere: quella mattina mio padre mi aveva svegliata con i suoi quotidiani rumori.
Il caso aveva voluto che il muro del bagno confinasse con il mio letto.
In realtá ne avevamo un altro vicino alla loro camera da letto, ma non lo usavamo mai perchè era uso esclusivo degli ipotetici ospiti. I rumori prodotti da mio padre erano ciclici e identici a se stessi come il tramonto e l’alba.
La sua particolare e frenetica corsa da pantofolaio zoppo subito dopo la colazione per arrivare a destinazione prima di perdersi qualcosa per strada.
Ci preparava sempre lui il primo pasto del giorno.
Era il suo modo carino di augurarci il buon giorno e dedicarci il primo gesto della giornata.
Perse questa abitudine quando iniziò a passare la settimana lavorativa a Padova.
Solo il fine settimana trovavamo la tavola apparecchiata dalle sue amni. Era un gesto a cui tenevo. Nel prepararci la colazione lui cercava di accontentare i nostri gusti. Nostra madre invece sembrava non tenerci conto: latte e orzo bollenti con fette biscottate o biscotti a mollo.
Entrambe le cose mi irritavano: lingua bruciata e quella pappa senza consistenza mi guastavano la giornata.
“Ma scusa lascia che me la prepari io così almeno mangio come e quello che piace a me!”,
“Non ci capisci niente: questa era la colazione preferita di nonna Sibilla!”,
“Ecco appunto: di nonna! Non la mia!”.
In fin dei conti mi preparava la colazione.
Era un gesto di gentilezza. Fatto come piaceva a lei.
Inizio di giornata storto per me e storto per lei.
Mi domandavo perché non preferisse rimanere al letto.
Col muso iniziavamo e col muso la finivamo.
Quando condividevamo la stessa stanza io e mio fratello, poco prima di uscire, papà ci veniva a stampare un bacio di saluto sulla guancia.
Chissà perché in seguito si è limitato a diventare un rapido saluto verbale.
Il periodo migliore è stato quando per aiutarci a svegliare ci faceva un massaggio sulla schiena.
Il suo tocco non si distingueva mai per dolcezza.
Aprivamo gli occhi più per il lieve dolore che non per il sollievo.
La mano amorevolmente pesante di nostro padre ci abbligava a metterci in piedi.
Non mi ha mai dato fastidio quel tocco mascolino.
Sia io che mio fratello ci svegliavamo tra un “Aiha!” e una risata.
Amavamo quel tipo di sveglia.
Tipiche come le nostre sveglie, erano i litigi con mia madre.
“Aaaah! È così che studi te!? E poi dice che quest’anno vuole studiare! Ma mi stai prendendo per il culo? È dalle tre che stai là e non hai combinato un cazzo! Poi me le farò io due risate!”.
Sbraitare dovuto al fatto che non avendo compiti avevo deciso di scrivere.
Scrivere le cose mie.
Attività ritenuta inutile e sterile a casa mia.
Che donna noiosa e prevedibile!
Magari se le fosse fatte quelle due risate!
Avrebbero fatto molto bene a quel viso sempre terribilmente serio!
Avrei voluto poter tornare indietro nel tempo e vedere lei, alla mia età; così da constatare l’effettivo tempo che lei era solita dedicare allo studio e quanto ne dedicasse a tutto ciò che fa venire le farfalle allo stomaco ad un’adolescente.
Fosse stata un primario, un notaio, un giudice, un politico, avrei capito le sue titaniche e tiranniche pretese.
Perché mai una semplice casalinga doveva pretendere che io ponessi il cento per cento delle mie energie sui libri?
Lei aveva ottenuto una buona vita dal matrimonio con un buon partito.
Mio padre rapresentava ciò che lei voleva che io diventassi.
Usava un metodo totalmente errato per incoraggiarmi ad una buona autonomia perchè sapeva che io, come lei, non avrei avuto la sua vecchia giovane bellezza a garantirmi un buon matrimonio?
Ragionamenti logici ma inadatti alla mia età, ai miei desideri. Ai miei tempi.
Io non mi vedevo nei panni che lei voleva che io vestissi.
Io avevo altri desideri.
Altri bisogni.
I suoi pensieri non erano così malvagi ma a discapito di troppe cose importanti per una ragazza come me; un numero infinito di paletti che toglievano profumo alla vita, un numero infinito di rinuncie che appassivano e toglievano la luce alle mie giornate.
Lei sapeva che ero troppo terribilmente banale, diciamola tutta, bruttina, per giocarmela con un buon partito o una buona occasione.
discorsi antiquati che non condividevo.
Sapeva che il mio successo sarebbe arrivato esclusivamente da me stessa; in questo le davo ragione.
Non avrei mai avuto la bellezza che a lei aveva dato determinate possibilitá.
Non cattiveria, ma realtà, perciò non potevo criticarla per questo; ciò che proprio non potevo sopportare di lei era la sua totale cecitá alle realtá importanti per la giovane che ero.
Fossero stupidaggini, amori futili e passeggeri mai ricambiati, amicizie e rivalitá, bisogni di affetto: anche questo meritava di essere vissuto.
Non ero esclusivamente un vaso vuoto da riempire con nozioni scolastiche e valutazioni: tutta la Clara che ero meritava attenzione.
Non mi riempivo solo di concetti scolastici; mi prendevo carico anche di molto altro, quell’altro che ero io: amori, delusioni, aspettative, desideri, paure, complessi…Perchè a tutto questo mia madre non pensava?
Perchè mai tutto questo non avrebbe meritato importanza?
Lei aveva capito che non sarei mai stata la prima della classe che sognava che io fossi, ansi, più crescevo più le davo da pensare.
Non ero la prima perchè non mi importava esserlo.
Era la nostra maledizone: io non rispondevo ai suoi bisogni, così come lei non rispondeva ai miei.
Parlavamo continuamente urlandoci contro in due lingue diverse.
Non ci capivamo mai.