67- il falso sorriso

Questa fase della mia vita era definita da due semplici parole: critica e pregiudizio.
Un’osservazione della quale non avrei dovuto stupirmi, in fondo era sempre stato cosi.
Appariva legittimo che le persone dalle quali ero circondata si ritenessero miei giudici: ognuno si sentiva libero di dire la sua nei miei confronti.
Era frustrante vedere tante dita puntate contro; ero stufa di stare alla gogna.
Nessuno tra i miei esaminatori poteva dire di conoscermi; eppure eccolì lá, pronti a sentenziare, carichi di un libero arbitrio del tutto ingiustificato.
Perchè risultava loro essere così facile aprire bocca per blaterare ma non per dare inizio ad un confronto verbale fatto di reciproche domande e risposte?
…Sarebbe stato così semplice, ma non a casa mia…
La mia famiglia si crogiolava troppo nel ruolo di giudice supremo per abbassarsi ad una forma di comunicazione tra pari.
Questo fu da sempre il nostro problema: io e mio fratello non abbiamo mai potuto confrontarci positivamente con due genitori che si vedevano su un piedistallo troppo alto per gli adolescenti che eravamo allora.
“Io sono tua madre: non sarò mai una tua amica, per questo ci sono quelle della tua etá”.
“Ma tu non mi dai la libertà per poter avere delle amicizie degne di questo nome!”,
“Hai tutto il tempo che vuoi il sabato pomeriggio”,
“Ma se non posso stare al telefono senza che tu stia li a sentire tutta la chiamata!? Prima te ne stavi li, nascosta dietro un muro o una porta a impicciarti: ora alzi proprio la cornetta per poter indagare su ogni minima parola!”,
“Embè che hai qualcosa da nascondere?”,
“Posso portare a casa Valeria?”,
“Che lavoro fanno il padre e la madre?”,
“Non lo so”,
“Allora no”,
“Perchè è dannatamente importante il lavoro dei genitori!?”,
“Perchè dice tutto della famiglia”,
“Il fatto che tu sia casalinga che starebbe a significare allora?”. Il suo silenzio mi dava forza, mi incoraggiava a continuare a dire la mia; era difficile zittirla,
“Non è meglio che Valeria frequenti la nostra casa in modo che tu possa conoscerla e dopo giudicarla?”,
“Io non voglio nessuno dentro casa mia”,
“Come posso farmi delle amiche in questo modo!?”
“A scuola..”,
“Si, come no! Durante la ricreazione!? Tu se pazza!”,
“Tu sei una poco di buono che ti accompagni sempre al peggio! L’unica persona decente che hai avuto è Raffaella! Come mai lei non esce più con te? E’ perchè ha capito chi sei veramente! Una balorda! Una gattamorta! Una troia!”.
Io scoppiavo a ridere.
Già Raffaella a lei piaceva.
Io mi trovavo molto bene con lei.
Peccato fosse stata proprio mia madre a farla allontanare da me. Ora che avevo il cellulare, durante le mie uscite del sabato poeriggio lei mi chiamava.
“Dove sei? Che stai facendo? Attenta a dirmi la verità: io ti vedo:ti sono dietro. Voglio vedere se mi dici la verità?..Allora? Devi dirmi niente? Con chi sei?”,
“Sto a Frascati con Raffaella, stiamo passeggiando lungo il belvedere…”,
“Guarda che io ti sto guardando! Dimmi la verità!Abbi il coraggio di dirmi la verità!”,
“Te l’ho appena detta!”,
“Passami Raffaella”.
La mia amica, con faccia stupita, prendeva il cellulare dalle mie mani e rispondeva alle domande di mia madre. Capito il motivo di quei interrogatori si vedeva lontano un chilometro che ne era rimasta un poco turbata. Con faccia interrogativa lei mi restituiva il cellulare. Che potevo spiegarle? dirle che mia madre era disturbata? No, non ho dato spiegazioni, mi sono limitata a fare spallucce.
Due sole considerazioni: sul display del mio cellulare mi compariva il numero fisso di casa. Sapevo che mia madre mi chiamava da li. Non mi stava affatto dietro. Non mi stava spiando.
La tecnologia era più veloce di quella che lei riteneva la sua furbizia genuina; e secondo: che doveva pensare Raffaella quando mia madre le chiedeva se era vero che io stessi con lei?
Non è passato molto tempo che la povera si allontanasse da me e dalle stranezze della mia famiglia.
Vallo a spiegare al mulo che avevo come madre.
Non mi avrebbe mai creduta.
Raffella si è allontanata da me perchè io ero una poco di buono.
Questo pensava mia madre e questa diventò la sua verità.
Negli anni ho avuto persone con le quali avevo maggiore affinità: Valeria, Mariangela e Valentina.
Con nessuna di loro ho avuto la libertà di intrecciare un sano rapporto di amicizia.
Era difficile legarsi a me perchè la mia famiglia lo rendeva impossibile.
Valentina ha molto lottato per me.
come nessun’altra.
lo ha fatto con caparbietà, piangendo, lottando contro le ostilità senza logica di mia madre.
Per questo si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore.
Di lei parlerò in seguito, perché è in seguito che mi sono accorta della persona speciale che era Valentina Geraci.
Lo è tutt’oggi.
Non è mai stato facile starmi vicina.
Lei per me lo ha fatto e mia madre gliel’ha fatta pagare.
Mia madre in definitiva non voleva che io la ritenessi una mia amica; reputava la dovessi ricercare tra le mie coetanee mettendomi davanti a mille difficoltà e sopratutto pretendendo di essere trattata come se lei fosse la mia amica del cuore.
“Non sono tua amica ma mi devi trattare come se lo fossi”.
Questo unilateralismo mi scombussolava.
Non era logico.
Io non riuscivo a farlo.
Confidarmi con qualcuno sempre nell’atto di puntarmi un dito contro?
Chi ne sarebbe capace?
Sapevo che qualunque mia confidenza che non avesse valenza scolastica sarebbe stata catalogata come una stupidaggine senza valore, e io ne avrei sofferto.
Parlare a chi non sa ascoltare?
Non ero poi così sciocca.
Mi era difficile vedere lati positivi nella mia adolescenza.
Mi mancava il cibo, l’igene?
Mi mancavano i bisogni materiali?
No.
Avevo ciò di cui il mio corpo aveva necessità.
A sentirsi arido era il mio cuore.
Avevo un disperato bisogno di sentirmi accettata per ciò che ero.
Avevo bisogno di amore, di attenzioni, di affetto, di contatto fisico.
Erano necessità sbagliate?
Io sapevo di no.
Ma secondo quanto ritenuto in casa mia nulla di ciò che desideravo mi avrebbe aiutata a trovare un buon lavoro.
A loro dire i miei desideri non mi avrebbero certo portato uno stipendio e il successo sociale.
Ecco cosa era la mia famiglia: quattro sordomuti chiusi tra le stesse mura.
Quattro anime sfortunate che vivevano insieme ma che erano del tutto incapaci di aiutarsi.
“La mia vita è una cagata: i momenti di felicità o scorrono troppo velocemente o sono davvero pochi in confronto alla noiosa quotidianità e alla perpetua incomprensione”.
Scrivevo questo.
Così giovane e così sola, con un cuore che batteva senza alcun entusiasmo.
“Se esiste un’unica luce o un’unica uscita da questo lungo freddo inverno essa sembra nascondersi a me. Soddisfo il mio desiderio di esprimermi attraverso un’unico modo: parlare con me stessa. È solo in questo modo che riesco a essere capita. Rispondere alle mie domande cercando le risposte dentro di me. Un fare, il mio, che è tutt’altro che soddisfacente, ma l’unico, di cui sono libera di servirmi dentro la prigione che è la mia famiglia. Il mio modo di dire al mondo che io esisto e che valgo qualcosa”.
Iniziavo a capire sulla mia pelle cosa si intendesse per pessimismo cosmico.
“Io ci credo. Voglio crederci! Qualcosa o qualcuno di bello in mezzo a tanto schifo deve esistere…Solo è lontano da me…”.
Giá. Nonostante il grigiore delle mie giornate una parte della giovane che ero si ostinava a credere in una ragione che la avrebbe portata a reagire, ad avere fede in un miglioramento.
Nulla sembrava andare per il verso giusto, ok, ma se un verso esisteva, allora prima o poi la mia vita lo avrebbe imboccato.
“Mi sforzo con tutte le mie forze per essere degna della fiducia di mamma ma invano. Lei non collabora, anzi, mi rende le cose più difficili. Non so più che cosa devo fare…”.
Ecco quale era la ragione del mio tormento quotidiano di adolescente: essere accettata e riconosciuta da mia madre.
Una battaglia interiore che non finiva mai; che era celata a tutti non appena varcavo la porta di casa.
Allora diventavo la Clara tranquilla. La Clara sempre sorridente.
Quanta tristezza dentro quel sorriso sereno e leggero.
Un sorriso falso.

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