65-solita estate

La solita, ripetitiva estate.
Solo lo spettacolo riesciva a mozzarmi il fiato, per il resto prevaleva la ripetitivitá di ogni anno.
Non vedevo l’ora che arrivassero Michela e Lucia.
Le mie aspettative erano così lampanti che mia madre mi ha stupita con una beffarda affermazione:
“Proprio non vedi l’ora che si formi il trio mondezza,eh? Sai come vi chiamano? Il trio delle gattemorte”.
La conoscevo troppo bene da sapere che era solo lei a darci un tale appellativo.
Che pensasse e dicesse quello che le fosse sembrato più opportuno, io ero determinata a godere di quel poco di libertá che mi era concessa per condividere le mie giornate con loro.
Erano quello che più si avvicinava ad un’amicizia per me.
Non riuscivo a stabilire altri rapporti, le ragazze “normali” volevano accompagnarsi alle ragazze carine, queste ultime a quelle belle, le quali desideravano avere affianco solo le strabelle.
Mi sentivo sempre fuori da tutto questo.
Ero quella da ignorare.
Ero in un’etá per cui un’amica è da considerarsi un biglietto da visita.
Io non rappresentavo nulla di allettante; ero un brutto biglietto da visita.
Le uniche che non si preoccupavano di avere abbellimenti esterni erano Michela e Lucia.
A loro non interessava delle opinioni degli altri, ragazzi o ragazze che fossero, ecco perchè mi trovavo così bene in loro compagnia.
Un pregio, questo loro distinguerssi dal branco, che mia madre proprio non vedeva.
Ci considerava tre “farfalline”, che detta a modo suo era come se ci desse delle “mignottelle”; non vedeva il loro disinteresse per la mera fisicità, non vedeva il mio disagio nel vedermi più brutta di qualunque altra ragazza sulla spiaggia.
Il problema era uno solo: mia madre nella sua gioventù era stata una strabella, una ragazza cortegiatissima, una che non avrebbe mai potuto entrare nella testa un una ragazzetta misera come me: perchè mia madre non riusciva a vedere che agli occhi degli adolescenti come me ero semplicemente una sorta di disabile, uno spettacolo per nulla degno di essere visto in loro compagnia?
A quella etá le mie brutte ustioni erano un limite, un problema, una bruttura che era meglio tenere a disparte per i miei coetanei.
Perchè mia madre non vedeva tutto questo?
Perchè le era così facile giudicarmi ma non capire il mio profondo dolore?
Era così misero sentirsi ai margini, era così doloroso sapere di essere vista brutta agli occhi degli altri…Sentirmi giudicata negativamente anche da mia madre era una doppia sofferenza.
Le uniche con le quali mi sentissi bene erano le mie due amiche.
Peccato che per mia madre Michela e Lucia fossero il male.
Sbagliata, ecco come mi sentivo.
Tutta sbagliata.
Inadatta al mondo della mia etá.
Tanto dentro che fuori.
Buttarmi a capofitto sui libri, come vorrebbe mia madre, non mi avrebbe fatto certo sentire meglio. Dei buoni voti non sarebbero riusciti a farmi dimenticare che il mondo mi aveva catalogata come brutta.
Cosa sarebbe cambiato se fossi diventata una secchiona brutta?
Lo scenario non mi era mai sembrato allettante.
Avrei solo ottenuto le lodi dei miei; lodi che di certo non sarebbero servite a farmi sentire meglio: si sapeva: quando Clara avesse ottenuto ottimi risultati sarebbe stata una mera questione di fortuna, perciò perchè illudersi?
Non avrei dovuto preoccuparmi del mare, delle mie ustioni e delle mie amicizie sbagliate.
I miei genitori hanno preso la decisione di vendere la casa.
Mi ha pianto il cuore. Ne sono molto dispiaciuta. Ero molto legata a Porto Istana. Adoravo quel piccolo angolo di paradiso.
Naturalmente mamma dice che la vende per colpa nostra:
“Con voi non posso mai stare tranquilla: scegliete brutte compagnie e mi fare crepare”.
Possibile non vedesse che nonostante la nostra età ci trattava come reclusi e ci imponeva limiti che ci avevano tenuti lontani da tutti?
in definitiva forse ci voleva lontanida tutti.

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