Ora mi veniva attribuito un epiteto difficile da lavare via:
“Clara, la figlia di merda. La bugiarda”.
Nulla di cui andare fiera.
In casa per me poteva regnare solo un sentimento: la morficazione.
Non l’ho mai considerata come stimolo alla reazione o al miglioramento.
I miei ritenevano di si?
Si sbagliavano.
Ho iniziato a covare una profonda rabbia.
Una frustrazione che ho iniziato ad esprimere nei conflitti verbali con mia madre.
Il risultato è stato un nuovo epiteto: “lingua di vipera”.
Possibile lei non capisse che era il mio modo di difendermi?
Un giorno ha fatto una scoperta che mi ha gelato il sangue: mia madre leggeva quella che scrivevo sul mio diario.
Perchè stupirmi se leggeva la persino la corrispondenza che arrivava a mio nome?
Questa rivelazione mi ha mandato il sangue al cervello.
Sentire dalle sue labbra parole scritte da me e usate contro di me è stata una violenza indescrivibile.
Mi sono sentita defraudata.
Come se mi fossero entrati i ladri in casa e mi avessero portato via tutto.
Prigioniera. Chiusa dentro mura troppo piccole.
Ho iniziato a lasciarle chiari messaggi:
“Bene; siccome so che tanto leggerai quello che sto scrivendo adesso; visto che non mi dai neanche la libertà di scrivere le mie faccende personali senza che tu debba impicciarti, tieni, eccoti: leggi. Tanto so che fraintenderai le mie parole e leggerai in esse quello che a te fa comodo. Fai pure; scrivi anche tu un diario e cara mamma, divertiti se vuoi. Di sicuro io ti garantirei il tuo diritto alla privasy. Descrivi pure tutte le cose terribili che ti faccio. Ti auguro solo di trovare lettori imparziali e capaci, non ciechi critici carichi di pregiudizio. Peccato davvero che le tue siano solo parole buttate al vento: se davvero scrivessi, scopriresti che i miei colossali ed imperdonabili errori non sono altro che le banalitá proprie degli adolescenti della mia etá”.
Durante le nostre liti ho iniziato ad avere la sensazione di uno scontro quotidiano con un’incaponita bambina scontrosa.
Ho iniziato ad avere un’unico desiderio: che mia madre diventasse una donna consapevole, saggia e matura.
Un desiderio che restò sempre tale.
Tra me e mia madre era cresciuto un muro che nessuna delle due aveva la capacitá di radere al suolo.
Si alzava e si rinforzava. diventava sempre più pesante.
“Perché ci devi sempre paragonare? Perché questo continuo pesare me e mio fratello? Siamo due individui completamente differenti nella nostra individualità..Perchè voi genitori che vi vantate tanto di avere un brillante cervello logico-matematico non capite che con me e mio fratello usate due metodi di misura differente?…Già il confronto tra due fratelli è di per sè sbagliato, in più, giudicate in maniera sbagliata quello che vedete. O meglio dire, quello che volete vedere!”.
L’ambiente famigliare diventava sempre più asfissiante.
Ho iniziato ad odiare mio fratello; non un compagno di vita, ma un rivale puramente egoista.
Chiusi ognuno nella sua camera, chini sui libri, ciascuno pensava a coprisi le spalle a discapito dell’altro.
Mai abbiamo pensato che ci saremo potuti aiutare, collaborare per confrontarci insieme, uniti, con i nostri genitori.
L’unione delle nostre voci ci avrebbe resi più forti.
La nostra famiglia aveva trovato il modo, consapevole o non, di farci restare gli estranei che orfanotrofio ci aveva resi.
Faticavo a riconoscere in Javier il ricordo del fratellino che mi portavo nel cuore.
Come poteva essere cambiato tanto?
Come era posssibile che ci nuocessimo in quel modo?
Non ne ho mai discusso con lui.
Avevo la netta sensazione che anche mio fratello mi ritenesse una sciocca.
La cretina di turno; infatti mi dava della mucca.
“Perchè mi chiami così?”,
“Perchè hai gli occhi vuoti e stupidi delle mucche”.
Era tristezza.
Influenzato dai genitori aveva scambiato la mia pena per superficialità.
Di che avevo da discutere con lui se erano riusciti a convincere mio fratello che io fossi una stupida?
Perchè perdere tempo con parole inutili?
Non nutrivo la speranza di un riavvicinamento.
Entrambi troppo concentrati sul proprio sedere.
Ho iniziato a pensare a Ted.
Meglio rifugiarmi nel mio più tenero passato.
Meglio pensare al mio campione, al mio coraggioso cavaliere, a quel meraviglioso fratello che mi avevano portato via.
Arrivò il giorno dei miei esami di terza media.
Un’esperienza fantastica che ho superato senza problemi.
Naturalmente mio fratello ha ricevuto l’applauso di tutte le insegnanti.
Io no.
Mi hanno fatto pesare anche questo a casa.
Non avevano notato il fatto che anche i miei esami fossero andati bene.
“Tu non hai ricevuto l’applauso; le professoresse non ti hanno stretto la mano…Non che me lo aspettassi…”.
Non proprio le più belle parole di riconoscimento.
Rovinato anche il ricordo degli esami di terza media.
Non avrebbero dovuto essere felici della conferma che mio fratello fosse migliore di me?
Avevo già deciso da tempo che avrei fatto il liceo classico.
La scelta del dove arrivò molto più tardi: Frascati.
Mio fratello aveva preferito il liceo scientifico.
Il dove è stato determinato dal prestigio della scuola: la mia famiglia era venuta a sapere che al Touschek di Grottaferrata stavano formando una classe sperimentale che avrebbe racchiuso solo alunni usciti dalle medie con il massimo dei voti.
Il destino aveva scelto per lui.
I miei genitori si gonfiavano il petto di orgoglio dopo che mio fratello trovò posto proprio tra quell’elitè.
A me che dicevano?
“Adesso cerca di darti da fare! Guarda che il classico è davvero difficile. Non farci fare le solite figuracce”.