Mi sembrava di non valere niente dentro casa.
Non facevano altro che contraddire i miei comportamenti.
Le domande sul mio conto continuavano a farle a mio fratello, che ormai era una sorta di anticatica spia.
Ogni cosa che gli confidavo andava subito a finire sulla bocca di mamma e giù le litigate. E io stupida che mi sforzavo ancora di costruire un rapporto genuino con Javier.
Mio fratello non dava il giusto valore alle mie confidenze.
Per questo motivo presi la decisione di non creare più inutili tentativi di creare un buon rapporto con lui.
L’averlo nella stessa classe, poi, non mi aiutava affatto.
Io me ne sarei rimasta tanto tranquilla nella mia vecchia sezione.
Ed invece, eccomi qui, con il mio fratello spione.
Furbo lui. Se l’attenzione dei miei era tutta su di me lui poteva passarla liscia.
Grande egoista era diventato in orfanotrofio e grande egoista era rimasto. La famiglia lo aveva persino peggiorato.
Mi sembrava che pensasse esclusivamente al suo vantaggio.
Era diventato chiaro che ero diventata la pecora nera della famiglia.
Secondo loro non facevo altro che errori su errori.
Se avevo la possibilità di fare delle scelte sembravo preferire la peggiore.
A loro parere ero una gelosa accanita.
Sarei stata gelosa di tutte le altre.
Avevano iniziato a pretendere di conoscere le mie sensazioni, i miei sentimenti. Persino ad anticiparli.
Si illudevano di conoscermi profondamente.
Non riuscivano a capirmi perché non si sforzavano di farlo.
Perché non volevano farlo.
L’unica tecnica di difesa che mi sembrò applicabile dentro casa fu chiudermi in me stessa.
Chi si sarebbe interessata di me d’altronde?
L’unica persona che lo aveva sempre fatto: me stessa.
Inutile tentare un qualche legame di amicizia.
Inesorabilmente sceglievo quella sbagliata, vale a dire che non piaceva a mia madre.
Di portare a casa qualcuno era impensabile, di andare a casa loro peggio.
Non cercavo la confidenza dei miei coetanei perchè non avevo la libertà di farlo.
Mi sono abituata alla solitudine.
Presi la decisione di non dare eccessiva importanza alle parole di mia madre.
Mi sarei costruita un castello solido, inaccessibile, dove nessuno sarebbe potuto entrare.
Il mio rifugio, dove solo io sarei stata signora e padrona.
Certo, nemmeno nei miei peggiori incubi mi sarei mai immaginata che avrei sentito la necessitá di difendermi dalle parole della mia famiglia.
Vedermi sminuita, essere percepita come sbagliata mi ha portata solo ad alienarmi da tutto.
Dimostrare che si sbagliavano?
Continuare la solita guerra con mio fratello per dimostrare che potevo valere anche io?
Soddisfare i desideri dei miei per innalzarmi ai loro occhi?
Il solo pensiero delle future battaglie mi toglieva la forza per impegnarmi.
In orfanotrofio una sopravvivenza pacifica era garantita dall’anomimato: se non mi fossi distinta dalle altre, ma fossi rimasta una tra le tante, non avrei avuto problemi.
Nella mia famiglia una sopravvivenza pacifica era garantita solo dal successo scolastico: solo al primo aspettavano onori, al secondo la vergogna.
Era stata molto più facile la vecchia vita.
Chi lo avrebbe mai detto?
Chi avrebbe mai potuto immaginare che la mia vita di orfana sarebbe stata più semplice…Paradossale…Chissà se incontrerò mai qualcuno che possa capirmi. Una persona che legga i miei silenzi, che faccia le giuste domande e sappia ascoltare le risposte; una persona che, in definitiva, voglia comprendermi.
Chissà se quest’estraneo esiste e se riuscirà a entrare nel mio castello e dividere con me tutti i miei segreti, o semplicemente la Clara che ero, che sono, e che devo scoprire io stessa…
Qualunque mio interesse in casa era destinato a prendere sfumature di negativitá.
La mia passione per il make up era vista male.
“Tu hai il trucco nel sangue”,
“Tanto farai la fine di tua madre”,
“Che mi arrabbio a fare: il fatto è che siete una razza balorda”.
Si. Una escalation di offese che col passare del tempo cresceva in gravità.
Io non stavo zitta.
“Poi ti offendi se ti danno della sardegnola. I sardi non sono certo famosi nel mondo per aver costruito un impero”,
“Tu sei tutta matta”.
Era botta e risposta.
“Così ringrazi per averti tirato fuori dalla merda?”.
Non so tutt’oggi se mia madre si è mai resa conto del peso e del valore delle parole.
Usava la lingua come una spada: doveva colpire, ferire, non aveva importanza come ma doveva far male.
Perchè parlare della mia madre biologica?
Non era lei la mia unica madre?
Per me lo era.
All’altra non avevo mai pensato.
Perchè parlare delle mie origine colombiane come qualcosa di negativo?
Neppure mi sentivo latinoamericana.
A chi lo avesse chiiesto avrei risposto: “Io sono italiana. Mi sento italiana”.
Perchè avrei dovuto ringraziarla per avermi adottata?
Perchè lei si aspettava di essere ringraziata?
Una madre fa delle scelte perchè si aspetta una qualche ricompensa dal fglio?
Eravamo una famiglia.
L’amore reciproco sarebbe dovuto essere l’arco di volta…Solo noi non sapevamo dimostrare, di dimostrarci il nostro legame.
Ci regalavamo giudizi, strilli, litigate. Parole, non per unirci ma per ferirci.
Dato che l’argomento make-up sembrava disturbare mia madre celavo il mio interesse.
Mi appariva più che naturale per la mia età…Non era così per mia madre…Mi aveva spiata?
Avevo trovavo il modo per esprimere la mia voglia di farmi bella, di migliorare il mio aspetto: prima di farmi la doccia facevo i miei esperimenti. Prendevo i trucchi di mia madre e li provavo sul viso. Il mio tempo in bagno si prolungò, mia madre deve averlo notato, o forse aveva notato che i suoi ombretti, il suo fard e le sue matite si consumavano da sole…Io di nascosto, in completa intimità mi creavo la mia esperienza…Come faceva mia madre a sapere quello che facevo?…Non mi era mai venuto in mente lo spioncino della porta del bagno.
Chiavi in casa non erano tollerate, io non avevo mai immaginato mia madre china vicina alla porta a sbirciare. Una madre non puteva certo ridursi a spiare una figlia! Non esisteva! Quando mai!
Invece mia madre mi ha spiato per anni. Sempre in quel modo.
Mi truccavo prima di lavarmi pensando di farlo di nascosto.
Se lei entrava di nascosto in bagno io chinavo la testa per mandare avanti i capelli per nascondere il viso e mi buttavo dentro la vasca.
Cosa c’era di così sbagliato nel fatto che mi piaccessero i trucchi e che volessi farmi più carina? Non la fanno tutte le altre ragazze?
Persino le mie compagne di classe lo riconoscevano: diventavo carina con un poco di trucco sul viso.
Lo sapevano perchè durante le feste di compleanno mi era permesso truccarmi.
Arrivavamo tutte in casa del festeggiato con la borsetta piena di tesori e ci restauravamo prima che la festa iniziasse. Il traffico era intenso. Chi prestava questo al posto di quello.
Adoravo quei momenti.
la mia borsetta in un primo momento era sprovvista di qualunque tipo di trucco ma la cosa non mi rattristava: usavo quelli delle mie compagne. I residui di make up sul mio viso tolti malamente con del sapone hanno convinto mia madre, suo malgrado, a cedermi i suoi vecchi trucchi; lei ne faceva una questione di igiene; io ero felice di avere finalmente qualcosa da condividere con tutte le altre.
Ci struccavamo prima che venissero a prenderci i genitori.
Da sole ci sentivamo libere di osare, di sperimentare.
Di far finta di essere grandi.
Ci detergivamo il viso e ci toglievamo lo smalto dalle unghie per illudere i nostri genitori che eravamo ancora le bambine di una volta.
Mi sentivo come tutte le altre.
Sensazioni che non avevo a casa mia.
Al riparo della mia camera la domanda che mi ponevo era una soltanto:
“Cosa c’è di così sbagliato in me?”
Un quesito che la mia stessa famiglia mi aveva indotto a formularmi.
Una domanda che sarebbe stata la mia eterna compagna per molti anni.
Mi avevano portata a credere che in me ci fosse qualcosa che non andasse. Che fossi nata storta e perciò destinata ad esserlo per tutta la vita.