61- volgarità

Per la mia famiglia sono sempre stata la contraddizione fatta a persona.
Mi sembrava che ogni occasione diventasse propizia per mettermi in difficoltà.
Mamma iniziò a non controllare più le sue parole.
I miei epiteti erano questi: strega e gatta morta. Lo sono stati per qualche tempo.
Non le avevo mai tollerate, mi avevano sempre ferita, irritata profondamente.
Improvvisamente mi sono trovata di fronte ad una newentry.
Arrabbiata da morire, per motivazioni che lei ha sempre ritenuto intollerabili, lei come si è sfogata?
Dandomi della mignotta.
Voleva trattenersi, lo ammetto, però non è riuscita a farlo, o non ha voluto farlo.
Come può una madre dire questo a sua figlia?
Io le rispondevo, combinavo i miei guai di ragazzina però, mai, mi sarei permessa di rivolgere contro di lei una qualunque volgaritá.
Come siamo potute arrivare a questo?..Che tristezza…E poi perchè? Per un cattivo voto? Per una bugia Scolastica? Per aver pulito male e in troppo tempo? Per aver salutato una mia zia con la quale lei non andava d’accordo? Per aver avuto troppa confidenza con una compagna che a lei non piaceva?
Avevo quindici anni.
Una fin troppo banalissima qiundicenne piena di complessi…Che potevo mai aver combinato per meritare la pesantezza di quella parola?
Solo io dovevo sottostare a limiti e regole?
Lei era libera di dire e fare tutto quello che le passava per la testa?
La parola madre l’aveva legittimata ad una libertà senza freni?
A costo di diventare irrispettosa nei miei confronti?
I battibecchi in famiglia sono normali, le offese volgari ne oltrepassano i limiti.
Ero una ragazzetta talmente banale che a volte pensavo che la mia compagnia potesse risultare noiosa…Possibile che mia madre fosse l’unica a non vederlo?…Già…Per lei esisteva solo la scuola.
Il resto era irrilevante…Non avevo voti perfetti, non ero la più brava della classe; non ero come lei desiderava che fossi. Questi erano dei grossi problemi.
Come poteva essere importante solo questo?.
Inutile negare la realtà: per quanto cerchassi di farlo non riuscivo ad andare d’accordo con mia madre.
Accontentarla e dedicare corpo e anima allo studio?
Non bastava a me.
Avevo la netta sensazione che nella mia vita mancasse qualcosa di importante.
I buoni voti e di conseguenza le loro lodi non riuscivano a bastarmi.
Quale era la mia mancanza?
Non lo sapevo neppure io.
Sapevo solo che mi sentivo annoiata. Immotivata. Non compresa.
A peggiorare le cose mi trovavo affiancata da un fratello che non mi era affatto di aiuto; invece di dire:
“Non sono affari miei, la cosa non mi riguarda, perché non ne parli direttamente con Clara e fai queste tue domande direttamente a lei?”.
Invece no, lui apriva la bocca e tirava fuori le sue ammissioni. Affermazioni che spesso peggioravano la miasituazione.
Suppongo fosse la mianiera più veloce trovata da mio fratello per togliersela di torno e togliere l’attenzione da lui. Le conseguenze di questa sua condotta non potevano interessarlo: non cadevano certo su di lui. Più facile e comodo spifferare i miseri affari miei. Per lo più tutto sbagliato! Tutto raccontato dal suo punto di vista. Ed ecco mia madre correre da me. Urlare e urlare. Io che mi sentivo sopraffatta dalla sua presenza asfissiante, sorda alle mie parole e fin troppo certa delle sue supposizioni. Tradita da mio fratello.
Avrà avuto ragione lei: ero la pecora nera della famiglia? la vergogna dei miei genitori?
Che fare allora di fronte a questa situazione
Ho iniziato a rispondere.
Lei urlava. Io urlavo. Lei mi offendeva. Io le davo della strega e della pazza.
Lei scappava a telefonare papà al lavoro per dirgli che ero una figlia tremenda, che avrebbe dovuto fare qualcosa al suo ritorno per rimettermi in riga.
La reazione di mio padre?
Nessuna.
Seduto a tavola mangiava. In silenzio ci lasciava sfogare. Si alzava e andava a vedere la tv in un’altra stanza.
Sordo come e quanto mia madre. Se ne lavava le mani.
Mia madre allora si incavolava di più. Offesa dal mio comportamento, delusa da mio padre, sbottava in urli ancora più tremendi. Anche lei si doveva esssere sentita non capita. Non ascoltata. Io allora trovavo quasi benefico il non reagire di mio padre. Godevo nel vederla ancora più arrabbiata.
Suppongo che il comportamento da Pilato di mio padre fosse un modo indiretto di dire a lei che esagerava. Era così nella mia famiglia: non si parlava chiaramente; si lasciava intendere, si lanciavano segnali ma ciascuno non capiva mai l’altro. Era come se in casa mia ciascuno parlasse una lingua propria. Mio padre parlava la lingua del silenzio, mio fratello quella dell’egoismo; io e mia madre facevamo a gara a chi urlasse di più senza venirci mai incontro. Ognuno chiuso nella propria incomprensione, nell’incapacità di poter capire i bisogni dell’altro. Una situazione folle.
In camera, arrabbiata con il mondo intero, mi trovavo a pensare che se pure Javier avesse risposto nella maniera più giusta, la risposta di lei sarebbe stata:
“Le domande su tua sorella le faccio a te perché lei è una bugiarda”.
Si. Ero una bugiarda.
Nascondevo troppi voti mediocri.
Preferivo dirle che tutto andava bene a scuola perché non avevo voglia di sorbirmi le sue solite ramanzine secondo cui se non si brillava a scuola si era dei totali falliti nella vita.
Perché non riusciva a capire che Clara non era fatta solo di voti e giudizi scolastici?
Per lei esisteva solo la scolara.
Perché non si è mai interessata della figlia che ero. Della ragazza che stavo diventando?
Desideravo morire, non speravo altro.

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