60-la bugiarda anonima

Come ogni anno il ritorno a scuola per me significava una cosa:invenzione.
La prima volta che mi hanno posto la domanda:
“E tu Clara che hai fatto quest’estate?”, ho detto la verità: “Niente di particolare. Tu?”.
Mai l’avessi fatta: fitti e brevi intrecci fatti di amore e amicizia. Intensi ma brevi quanto la bella stagione.
Gli adolescenti hanno il privilegio di avere la stagione dell’amore.
D’estate sembra esserci l’esplosione degli ormoni.
Come se la pelle abbronzata rivestisse di una bellezza particolare.
Come pavoni, tutti a cercare l’anima gemella di turno.
Io ascoltavo incantata ed invidiosa le avventure delle mie compagne. Gelosa e triste di non avere nulla da condividere.
Nella mia vita non sembrava esserci possibilità di brevi amori estivi. Già il divertimento era delimitato in uno stile di vita dettato da orari, impegni ed imposizioni. Figurarsi il tempo per l’amore.
Con la stessa cadenza della fine dell’estate il risultato era sempre quello: niente fidanzatino per Clara.
Avrei dovuto dichiarare davanti a tutte la verità?
Avrei dovuto rivelare che per la cozza del villaggio non c’erano speranze?
Non avevo proprio voglia di passare per sfigata, per vittima.
Mi sono adeguata al sistema e per farlo sono diventata una bugiarda incallita.
Se bugie dovevano essere perchè accontentarsi di poco?
Per molti anni di seguito Chicco è stato il mio fidanzato dell’estate. Facile immaginare che fosse il più bello della spiaggia. Lui naturalmente non è mai stato a conoscenza della nostro amore estivo. Il massimo del nostro contatto era un rapido ciao. Quel breve saluto per me era diventato la fonte di un fitto di attenzioni, corteggiamento romantico, lunghe pomiciate, ragazzi che cercavano di portarmi via da lui…Per dirla breve veri e propri film campati in aria. La tecnologia di allora lo permetteva. Nessuno mi avrebbe chiesto foto, messaggi, post, tweet di Chicco. La terra era fertile per le mie bugie estive.
Lo facevo perchè anche io avevo voglia di avere qualcosa da raccontare.
Per qualche momento era bello non sentirsi la sfigata di turno.
Sebbene meglio della mia situazione in spiaggia, anche a scuola non avevo potevo avere grande stima di me: ero costantemente tra le più brutte.
La mia autostima perciò era sempre rasoterra, ovunque mi trovassi; quelle bugie mi servivano a farmi sentire un pochino meglio. Di certo preferivo passare inosservata. Era meglio essere totalmente anonima che avere l’attenzione che al mare le mie cicatrici attiravano su di me. Già, si giravano a guardarmi non certo per la mia bellezza ma per le mie brutte gambe.
Pensavo spesso a quale nome mi fosse stato attribuito.
“La bambina con le gambe ustionate”?
“La sfortunata”?
Di sicuro era meglio pensare alle parle degli adulti , perchè se per puro caso mi soffermavo ad immaginare le frase dei miei coetanei mi veniva la nausea, benchè tentassi di frenare la mia mente me li immaginavo a domandarsi:
“Ma secondo te ha la patata bruciata o no?”.
Si. Molto meglio a Roma dove ero un’anonima ragazza bruttina

Lascia un commento