Quante volte ho iniziato a scrivere un diario?
Ho perso il conto…Ho cominciato, la prima volta, con l’intenzione di ricordare le mie esperienze,le mie giornate, la mia vita. Come aveva fatto Anna Frank.
Peccato la mia vita non avesse nulla di tanto interessante da meritare di non passare inosservato.
Le pagine scritte finivano sempre per annoiarmi, persino quando l’inchiostro era ancora fresco.
Poi ho iniziato a sentire una nuova necessitá: sfogarmi su fogli bianchi.
E’ diventato il mio primario il bisogno di parlare, di tirare fuori tutto quello che mi portavo dentro. Non esperienze, ma stati d’animo.
Ok, la mia vita non aveva un briciolo di frizzantezza o particolari interessante, io non ne vedevo alcuno; eppure dentro percepivo uragani di sentimenti da esprimere.
Peccato non avere nessuno disposto ad ascoltarli o ad aiutarmi a risolverli.
Un’amica?
No.
Non mi era concesso di portare nessuno a casa ed era inimagginabile che io andassi a casa di qualche mia compagna di classe…Esisteva solo il tempo per lo studio…L’amicizia?
Una perdita di tempo.
A cosa può servire nella vita?
Ti aiuta a farti una carriera?
Ti aiuta a procurarti un tenore di vita facoltoso?
Garantisce un buono stipendio?
No.
Le compagne erano solo veicolo di distrazione, a detta di mia madre; perciò meglio non darmi possibilità di perdermi tra inutili bisogni adolescenziali.
Non era da trascurare il fatto che sembravo scegliere sempre il peggio. Ero attratta stranamente da chi a lei non piaceva. La fortunata di turno era Fabiana Lanzi. Mi sentivo affine a lei. Mi piaceva la sua compagnia e i giochi che facevamo insieme.
“Solo a vederla è chiaro che è una deficiente”.
Ci aveva preso mia madre. Nel suo mondo, però. Di fatto quella bambina oggi è una delle persone più profonde che io conosca.
Mia madre mi sembrava fuori dal mondo.
Non la pensavo come lei.
Non ero semplicemente un recipiente vuoto da riempire solo di nozioni scolastiche.
Non ero come le sue amate piantine.
A me non servivano solo acqua, fertilizzanti e potature.
Io avevo una voce, avevo un cuore, avevo dei bisogni che libri e scuola non potevano darmi.
Avrei dovuto vivere isolata, fare l’eremita e chiudermi sui libri?
Leopardi infatti ne è morto contento.
Urliamo come pazze senza arrivare mai a niente.
La nostra incapacità di comunicare ci ha allontanate l’una dall’altra, al punto di avitare il contatto fisico. Niente baci. Niente abbracci. Tra noi solo discussioni. Litigi.
Il problema era che le nostre battaglie verbali erano sterili: allora ero troppo giovane e maldestra per farle capire le mie ragioni, lei non è mai stata disposta ad ascoltarmi per davvero o a mettere in dubbio le sue opinioni.
Siamo sempre state due bambine incapaci di comunicare.
Essere la più brava della classe non mi avrebbe dato soddisfazioni. Perchè impegnarmi tanto in qualcosa che mi garantiva solo una breve lusinga da parte dei miei genitori?
Se pure facevo bene, mio fratello rimaneva comunque migliore di me.
La mia bravura aveva carattere fortuito; quella di moi fratello, invece, era sincera.
Perchè impegnarmi se la sentenza era volentieri questa?
Nemmeno i premi che promettevano erano allettanti.
Avevano finito per annoirmi.
Se la vita non ha sapori allettanti si finisce per vivere ogni giornata così come viene, senza perdere tempo a dimostrare niente a nessuno; perciò quando stava germogliando l’adolescente che sarei diventata mi sono sentita senza stimoli.
I nostri litigi diventavano quotidiani e sempre di maggior gravitá.
Erano diventati semplicemente insulti.
A tavola la scena diventò sempre la stessa: io e mia madre due galline starnazzanti.
Inutili isterici botta e risposta.
Ben presto abbiamo iniziato a non tenere a bada le parole.
La differenza era una: io cercavo di esprimere il mio bisogno di sfogrami mantenendomi nei limiti imposti nel mio ruolo di figlia, mia madre, al contrario, ha perso ogni inibizione verbale, qualunque insulto le è sembrato legittimo.
Ho faticato a credere che lei mi desse della gattamorta e della svergognata con tanta facilità.
Per anni, mio malgrado, avevo accettato i vari nomignoli che mi erano stati affibbiati: tartapiana, giro, bradipo. Mi irritavano, ma li accettavo: erano veritieri, ero lenta e mi piaceva esserlo: trovavo rassicurante fare tutto con calma.
Un altro mio aspetto che irritava terribilmente mia madre.
E mio padre e mio fratello?
Durante i nostri battibecchi continuavano a mangiare come se niente fosse, quasi non parlassimo. Una routine che è diventata la normalità in casa e che non ha mai allarmato i maschi della famiglia.
Come potevano sopportare i nostri litigi?
Perchè non sono mai intervenuti?
Me lo chiedo oggi, eppure, allora non me lo domandavo mai.
La ritenevo la semplice normalitá.
I miei genitori hanno ritenuto di aver centrato il nodo della questione.
I miei problemi esistenziali sono dovuti al fatto che sto nella classe peggiore della scuola.
Era normale che in quel concentrato di rifiuti io mi stessi smarrendo.
Io non vedevo davvero nulla di anomalo nei miei compagni. Era composta da qualche elemento difficile ma il resto della classe era come qualunque altro.
Impensabile che io restassi in un luogo di tale blasfema nomina! Non di certo io, figlia della signora Sparau! Una vergogna per la nostra famiglia!
La decisione dei miei genitori è arrivata come un fulmine al ciel sereno: sarei dovuta andare nella stessa classe di mio fratello.
La mia vita poteva solo peggiorare.
“Conosciamo i ragazzi e le insegnanti sono brave. É la sezione migliore dell’istituto”.
Queste le parole della mia saggia madre.
Ed ecco che mi sono sentita in purgatorio.
Vero. La classe era molto tranquilla.
Il grande problema era mio fratello.
Mi sentiivo in una prigione trasparente.
Costantemente con il suo fiato sul collo.
Una spia sempre presente pronta ad utilizzare qualunque cosa a suo vantaggio.
Mi sono sentita senza intimitá. A scuola. Senza la possibilitá di avere i miei piccoli e banali segreti da scolara.
Ho iniziato a sentirmi costantemente sotto esame.
A scuola.
A casa.
Giá, a casa ancora di più. A casa ancora peggio.
I paragoni tra me e mio fratello all’ordine del giorno.
Stare nella stessa sezione aveva reso la cosa ancora più pesante. Insopportabile.
Lui era il bravo, perciò io necessariamente la cattiva; lui il più capace, io quella somara o la casualmente billante.
Un vero e proprio strazio.
Faticavo a vedere il bello di avere un fratello.
Paradossalmente eravamo stati più uniti quando stavamo con il nostro vecchio padre o in orfanotrofio.
Da piccolo si prendeva le botte per me, mi proteggeva…La vita lo stava rendendo l’essere più egoista che conoscessi.