56-la rivolta

Lo studio aveva perso d’interesse.
Lo trovavo estremamente noioso.
Non mi applicavo più. Non mi sforzavo.
Avevo capito che con molto poco ottenevo molto; studiavo con leggerezza eppure i miei voti erano alti.
Poi la cosa ha totalmente preso d’importanza. Non mi interessava lo studio né tanto meno i voti ottenuti.
Perché allora passare tanto tempo sui libri?
Perché costretta.
Sedevo sulla sedia coi libri aperti davanti alla scrivania ma la mia testa era altrove.
Quando possibile mi mettevo a leggere il primo romanzo che mi capitava sotto le mani.
Al mio disinteresse mia madre ha risposto con ostilità a qualsiasi forma di passatempo.
“Il gioco è una perdita di tempo”.
“Agli animali è il gioco che gli insegna a sopravvivere”.
“Noi non siamo animali”.
Avevo i miei dubbi.
Inutile continuare il botta e risposta.
Era sterile. Nessuna voleva ascoltate l’altra.
Mia madre era davvero convinta dell’inutilità del gioco.
Se negli anni precedenti lo aveva soltanto detto, di seguito ha iniziato ad applicare questa sua opinione nei fatti.
Nel tentativo di eliminare di eliminare le stupidaggini che mi potevano distrarre dal mio dovere: lo studio, ha iniziato a togliere di mezzo bambole e barbies.
Ci sono rimasta male. Ci avrei continuato a giocare volentieri.
Diavolo, avevo tredici anni!
Per il tempo che passavo sui libri sarei dovuta essere già laureata.
Il secondo anno delle scuole medie è andato ancora peggio.
Il pomeriggio non studiavo: facevo finta.
Mi limitavo a fare molto lentamente i compiti pratici.
Della teoria mi occupavo un’ora prima dell’ipotetica interrogazione.
Naturalmente non mi poteva andare sempre bene e così ho iniziato a collezionare una buona quantità di voti molto mediocri.
Le insegnanti e i miei genitori hanno iniziato a preoccuparsi del mio basso rendimento scolastico.
Mi infastidiva tutto quell’interesse per una ragione molto semplice: odiavo che mi chiedessero del perché avessi smesso di studiare.
Mi sentivo costretta su di un palcoscenico dove io mi trovavo ad essere sempre in ombra mentre la luce era costantemente puntata sul mucchio di libri scolastici che si trovava di fronte a me. Sembrava avessero sempre più importanza di me. Di ciò che ero.
La disattenzione nei miei confronti era un grido muto che manifestavo rifiutando lo studio.
Normale che rinnegassi il mio impegno sui libri se per anni l’unica domanda che mi si rivolgeva era:
“Che hai fatto a scuola? Hai fatto compiti? Sei stata interrogata? Che voti hai preso?”.
Le rispondevo. Poi il silenzio.
Ecco i nostri grandi discorsi.
L’unica che sembrava aver centrato la questione era un’insegnante che mi urtava il sistema nervoso. Alle sue domande io rispondevo con il mio mutismo?
Perché avrei dovuto confidarmi con una totale estranea quando le attenzioni che volevo si trovavano dentro le mura di casa mia?
Mi bloccava anche un altro timore: che le mie confidenze fossero riferite a casa.
sapevo che avrei creato un caso politico. Già mi immaginavo mia madre:
“Che sei andata a dire a scuola!? I fatti nostri devono rimanere a casa! Come ti sei permessa?”.
Mi si sarebbe rivoltata contro come una iena.
“Perché non mi fai le domande che mi ha fatto l’insegnante?”.
Questo avrei voluto chiedere a mia madre.
Sapevo non mi avrebbe ascoltata. Avrebbe sicuramente parlato sopra le mie parole e avrebbe legiferato:
“Tu devi pensare solo a studiare”.
Per ripicca facevo quello che non dovevo fare: non studiavo. Una rivolta che i miei non volevano vedere.
sapevo di aver fatto bene a non rispondere alle domande della mia docente: mi ero evitata problemi che non avrebbero risolto la questione.

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