46-vittorie e sconfitte

La mia carriera scolastica tornò alle stelle.
Era sempre più evidente che in casa Roselli il successo a scuola avredde determinato la tranquillità della mia vita.
Buoni voti. Buono tutto.
Stavo scoprendo che la severità di mia madre diventava sempre più marcata.
Più crescevamo più il suo modo di educarci diventava rigido.
Tutto doveva essere guadagnato.
Tutto doveva seguire le sue direttive.
Ci insegnò a curarci della casa.
Sapevo già fare le pulizie, ma non a mado suo. Non come voleva lei.
Io e mio fratello prima di andare a scuola dovevamo ordinare la nostra stanza, passare l’spirapolvere, spolverare e lavare per terra.
Per evitare litigi quotidiani io e mio fratello ci siamo divisi equamente le stanze della casa.
Il pomeriggio era meglio dedicarlo allo studio. Tutto il pomeriggio.
Il contatto con nostra madre fu quello determinante.
Nostro padre usciva di casa molto presto e tornava tardi. Solo la cena ci vedeva tutti riuniti.
Il dialogo era scarso od inessistente.
Il continuo sottofondo dei vari telegiornali costituiva l’accompagnamento dellle nostre serate.
Se c’erano dibattiti era esclusivamente perché nostra madre raccontava al capofamiglia le biricchinate che avevamo compiuto.
Il racconto dei nostri misfatti avrebbe dovuto essere seguito da una sgridata o una punizione esemplare, secondo i desideri di mamma; nostro padre, invece, si limitava a pregarci, con voce ferma e impostata di fare i bravi. Questo mandava la donna di casa su tutte le furie, che offesa, dopo aver detto: “Ecco perché continueranno a comportarsi male”, si chiudeva nel mutismo.
Lei pretendeva che mio padre ci punisse ma lui non era disposto a farlo.
Stranamente sia io che mio fratello davamo maggior rilievo alla voce paterna.
Ci siamo abituati presto ali urli continui di nostra madre e abbiamo finito per imparare ad ignorarli. Dal nostro disinteresse per le sue sfuriate mamma ne usciva ancora più incattivita. Era un vortice che ci consumava: più lei urlava più noi facevamo finta di nulla, più lei ne soffriva e si arrabbiava. Non lo facevamo per cattiveria ma perchè era davvero fastidioso dover stare a sentire le sue urla continue. Non sapeva mettere in moto altre strategie , sembrava sapesse servirsi solo della voce.
La voce dolce, bassa, di nostro padre che ci rimproverava e ci pregava di fare il meglio, era più forte di qualunque schiaffo.
Vedere i suoi occhioni blu offesi, delusi o arrabbiati che fissavano accusandoci di eseere sordi alle sue richieste era una vera e propria tortura cinese.
Gli approcci tra noi e nostra madre erano continui durante l’arco della giornata. Era casalinga, perciò ne aveva molto tempo da dedicarci.
Le sue domande negli hanni sono state sempre le stesse:
“Che hai fatto oggi a scuola?”
“Hai fatto compiti in classe? Quanto hai preso?”
“Sei stata interrogata?”.
Solo lo studio era importante.
Solo lo studio contava.
Tutto ruotava intorno al successo della vita scolastica.
Se facevo qualche nuova amicizia o mi attaccavo particolarmente a qualche compagna, le domande sono state eternamente le stesse:
“Che lavoro fanno i genitori?”
“Sono sposati?”.
Per alcuni anni non ho fatto mai caso alla ripetitività dei suoi quesiti.
Mi limitavo a rispondere.
Non sempre con la verità.
I brutti voti mi mettevano il terrore addosso. Non avevo mai il coraggio di affrontare la burrasca che sarebbe arrivata a seguito delle brutte notizie. Meglio nascondere qualche votaccio che combattere contro la furia materna.
Non era mai paura contro di lei, ma odio per come arrivavi a sentirti.
Qualunque punizione era nulla in confronto al senso di vergogna che ti facevano provare.
Le mie prime amicizie sono nate necessaramente in ambito scolastico.
Mia madre non voleva sentir parlare troppo spesso di feste perché costituivano per lo più distrazioni inutili.
Se le chiedevo di portarci al parco perché lì ci sarebbero state le mie compagne la risposta era sempre la solita:
“Pensa a studiare e a costruirti un futuro”.
Il tempo dedicato al gioco cominciò a diminuire con il crescere della mia età.
Le attività ricreative cominciavano a essere ritenute dei passatempi inutili.
Il tempo per il gioco aveva una durata limitata sempre più ristretta e poteva avvenire solo esclusivamente dopo aver portato a termine lo studio quotidiano.
A questo punto ho iniziato a criticare lo stile militaresco che nostra madre pretendeva di imporci. Non l’ho detto apertamente. Mi sono limitata a mettere a punto strategie che mi permettessero di dedicarmi ad attività che mi davano più soddisfazione e che non fosse il semplice studio.
La matematica è stata da sempre il mio tallone di Achille.
Ho sempre saputo che se per compito a casa ci fossero stati compiti algebrici o calcoli da fare, avrei passato tutto il pomeriggio e la sera nel vano tentativo di risolverli. Il solo pensiero mi caricava d’angoscia.
Ci provavo. Mi impegnavo a vedere la logica che al mio cervello sfuggiva. Niente. Nebbia totale. I miei neuroni entravano in letargo non appena si intravedeva un numero. Letargo?…Meglio dire coma. Encefalogramma piatto. Nulla.
La soluzione che la mia illusa intelligenza furbesca si era inventata era senza uguali: non riuscivo a risolvere un problema, non c’era problema! Mi inventavo qualche operazione a casaccio e facevo finta di averlo portato a termine. Troppe espressioni da fare? E che era mai! Bastava inventare! Mi divertivo a creare numeri dal nulla e mi impegnavo a fare perfette parentesi quadre e grasse.
In questo modo ho tagliato i tempi gravosi ed eterni e della materia che tanto odiavo.
Quando sono stata scoperta fu la fine.
Mio padre si è preso l’onere di controllare tutte le sere i miei compiti di matematica e geometria. Le mie strategie da volpetta non furono dimenticate per molto tempo dato che l’estate ho dovuto pagare con gli interessi le mie furbate. Oltre ai vari libri delle vacanze, mia madre mi comprò un volumetto interamente dedicato agli esercizi di calcolo e la risoluzione di problemi algebrici e geometrici. Davvero un brutto incubo.
Oggi ammiro la tenacia con cui i miei hanno tentato di rendere più sensibile l’emisfero scientifico del mio cervello.
Tentativi sempre inutili.
Ai miei sforzi seguiva un totale blackout.
Mi aiutava sempre mio padre.
La teoria mi sembrava di averla capita, il problema era la pratica.
Seguivo con attenzione le spiegazioni di mio padre.
Le capivo. Ero certa di aver compreso.
Alla domanda:
“Hai capito? È tutto chiaro?”, rispondevo con un sincero cenno del capo.
“Ok, allora proviamo a fare un esercizio”.
Lì iniziavo a sudare freddo.
Mi risultava impossibile far combaciare quella determinata regola alla sfilza di numeri che mi trovavo di fronte. Era come se mi avessero messo di fronte ad una lingua straniera, pressochè impossibile da imparare. Mi sembrava che il cercello fosse stato resettato e di fronte a quei numeri non sapevo proprio da dove iniziare.
Questa mia inspiegabile incapacità determinò la mia condizione di pecora nera in famiglia: papà fisico, mamma ragioniera, mio fratello molto abile nelle materie scientifiche.
Io da dove ero uscita?
Ho finito col sentirmi una disadattata.
Ho cercato di ignorare le mie mancanze. E’ stato impossibile, giacchè in famiglia si tendeva a sottolinearle.
Durante i nostri viaggi in macchina la geografia fu sostituita dalle operazioni matematiche. Mi si chiedeva di fare addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni a mente. Loro avrebbero voluto sbloccarmi. Aiutarmi a trovare il modo di liberare le mie potenzialità. Il loro tentativo era lodevole ma i modi di attuarlo sbagliati. Più soluzioni pretendevano più io mi bloccavo. Più mi sentivo incapace.
“Questa è semplice, non puoi non saperla fare: 11+57”.
Silenzio.
“Ci stai prendendo in giro!? Dai, dimmi quanto fa!”.
Silenzio e vergogna.
Non ci riuscivo. Ero bloccata. Incapace di rispondere. Dentro di me il vuoto totale.
“Maurizio dicci tu quanto fa”.
Sua risposta e per me ancora maggiore vergogna.

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