Sedici anni e non sentirli per niente.
Presi la decisione di scrivere il mio diario servendomi dell’alfabeto greco.
Che avessi mai avuto da nascondere?
Nulla.
Solo la mia vita.
Le mie banalità.
Le letture curiose ed illegittime di mia madre mi irritavano.
Sentire le mie parole sulla sua bocca era asfissiante.
Sentirle usate contro di me anche peggio.
Se mi fossero state rivolte le domande riguardo la mia vita, io avrei risposto.
Mi infastidiva terribilmente che non fossero rispettati i miei fragili spazi.
Quelle pagine erano tutte per me.
Riguardavano me.
Perché dovevano essere violate da occhi indiscreti?
Anzi, la considerazione era un’altra: ma guarda un po’ quali bizzarri stratagemmi che mi toccava mettere in atto per garantirmi un po’ di sana riservatezza!
Di ritorno a scuola ho incontrato zia Antonietta per le scale.
Dopo un bacio di saluto abbiamo iniziato a chiaccherare pacatamente del più e del meno.
Non un lungo scambio di parole.
Dopo esserci augurate il buon pranzo ci siamo separate.
Non faccio in tempo a chiudere la porta di casa che mi sono ritrovata mia madre alle spalle,
“Tu lo fai apposta per farmi crepare vero?”, mi ha urlato contro.
Cadere dalle nuvole.
Ecco come mi sono sentita.
Non avevo la minima idea di cosa fosse appena accaduto.
“Io ci sto male e tu che fai? Le saluti come se niente fosse! Ci chiaccheri!”, disse sbalordita.
Finalmente avevo capito a cosa fosse dovuta quella sua scenata isterica.
Si era offesa perchè avevo avuto uno scambio di battute con mia zia.
“È mia zia, capisco che voi due avete litigato; non so neanche perchè, fatto sta che a me zia Antonietta non ha fatto niente. Perchè dovrei toglierle il saluto? Mi sembra esagerato…e anche una questione di educazione…”
“E allora lo vedi che me lo fai apposta!? Quando tu la saluti io mi sento male! Tu non sai cosa mi hanno fatto!”.
Blocca così il discorso e mi da le spalle per andare in cucina.
“Che ti ha fatto?”
“Non solo lei: tutta la famiglia di tuo padre. Sono stati meschini! Sempre a fare feste mentre io e Marta eravamo chiuse in camera a piangere insieme dopo ogni operazione. Persino dopo che è morta hanno continuato. Lá in giardino a festeggiare e mangiare mentre io ero distrutta dal dolore…”.
Brutte cose.
Non volevo credere che fosse successo realmente.
Certo era che mia madre ne soffriva ancora moltissimo.
Difficile non credere alla bocca della propria madre.
Difficile non credere al suo dolore.
Ho deciso di accontentarla.
Non avevo una confidenza tale con zie e cugine tale da sentire la loro assenza.
Ho tolto il saluto ad ogni mio parente.
Se incontrati per sbaglio facevo finta di non vederli.
Non era affatto piacevole per me, lo facevo solo per mia madre.
Se per caso si organizzava qualche festa in giardino mia madre chiedeva a mio padre di portarci fuori porta a passare la domenica fuori. Quando no era possibile allontanarsi di casa mia madre ci barricava dentro,con le persiane chiuse o socchiuse per far credere ai nostri parenti che in casa non ci fosse nessuno.
Il fatto che mio padre non si ribellasse a questo comportamento, a questa distanza coatta da chi aveva il suo stesso sangue mi aveva convinta che fosse vero che i nostri parenti fossero stati sleali ed egoisti con mia madre.
Dati i miei buoni risultati per il primo anno di ginnasio i miei hanno deciso di regalarmi un cellulare.
Un riconoscimento per la mia buona promozione.
Per la prima volta nella mia vita ero davanti a mio fratello.
Finalmente ero io quella più brava.
La cosa è stata accettata senza critiche.
Per qualche mese, durante quella lontana estate, ho camminato sulle nuvole.
Cosa ci facevo con quel cellulare?
Qualche messaggio con le compagne di classe, qualche scambio con Michela e Lucia e la quotidiana telefonata a nostro padre quando era da solo a Roma mentre noi eravamo in Sardegna.
Per il resto ci giocavo tenendolo in mano.
Accendevo il display per vedere i tasti illuminarsi.
Un più moderno carodiario elettronico per me.
Mi è anche dispiaciuto dover smettere di usare la cabina telefonica: era un’occasione per farci una passeggiata al villaggio appena dopo cena.
Il massimo che si poteva la sera dopo l’arrivo del mio cellulare era chiamare in giardino cercando un punto in cui la linea prendesse decentemente.
Nonostante il mio essere una ragazzetta insignificante, nulla mi impediva di avere le mie cotte.
Le vivevo osservando da lontano la fonte del mio innamoramento; timida, decisa a non farmi notare e nascondere i miei sentimenti.
A chi ti conosce bene è difficile mentire, soprattutto se si è giovani ed ingenui.
Michela ha catturato la direzione dei miei sguardi, mi ha sorriso.
“Non ti preoccupare, ci penso io!”.
Ho iniziato a preoccuparmi.
“No! non fare niente, non mi piace neanche tanto!…Lascia perdere! ti prego!”,
“Se non lo trovi così carino allora perchè passi il tempo a fissarlo?”.
Scoperta.
Impossibile negare l’evidenza.
Ho pregato Dio e tutti i Santi del paradiso che la mia amica si dimenticasse i suoi buoni propositi.
Cosa poteva uscirne di buono dal fatto che il ragazzetto più conteso del villaggio venisse a sapere che la rospa che ero le veniva dietro?
Non nutrivo la benchè minima illusione; mi stupiva che Michela non vedesse la semplice realtà dei fatti.
Avrei fatto una dichiarazione che mi avrebbe portato all’ennesima umiliazione e un due di picche. Ne ero pienamente consapevole.
Possibile lei non ci arrivasse?
Dove voleva arrivare a parare?
Da una parte mi inteneriva il fatto che lei mi incoraggiasse ad una normale vita da adolescente; solo ero io a non desiderlo…O meglio a sapere che le romanticherie estive non erano destinare alle ragazze cicciottelle, ustionate e bruttine come me.
Mi sono incamminata per la via del ritorno a casa con un certo nervosismo.
Per fortuna Chicco era alcuni giorni che non scendeva in spiaggia.
Michela sembrava aver smesso i panni di Cupido.
Avevo tirato un sospiro di sollievo troppo presto: eccolo apparire davanti a noi mentre scendeva verso il mare.
Nulla ha impedito al mio cuore di battere impazzito.
Avrei voluto che una improvvisa tormenta mi avesse portata via, lontano, molto lontano.
Avevo paura.
“Clara, aspettami quì seduta sul muretto finchè non ho fatto..”
“Aspetta tu…lasciamo perdere…”, inutile, ecco andargli incontro.
“Ciao Chicco, che posso dirti una cosa?”
“Ciao Michè…”…
Perchè assistere a quella scena?
Avrei trascinato via la mia amica; le avrei tappato la bocca.
“Sai, tu piaci molto a Clara…”
“Peccato che a me non piace lei”.
Parlavano di me ed era come sei io non fossi lì presente a un metro da loro.
Perchè la terra non mi aveva inghiottita in quel preciso istante?
Era accaduto esattamente quanto io mi ero aspettata, eppure ne soffrivo.
E’ stato brutto sentir dire dalla sua bocca che non gli piacevo.
Quanto era meglio prima e vivere nel dubbio, pur sapendolo; avere l’illusione che non gli facevo ribbrezzo.
Da quel momento invece ero diventata consapevole di una realtá che conoscevo ma che avrei voluto rimanesse muta.
Probabilente la mia espressione ha svelato tutto il mio dispiacere, perchè la mia amica mi ha abbracciato:
“Quanto meno ti sei tolta il dubbio, ora sai come stanno le cose, sarai più fortunata la prossima volta!”.
Io amavo quel dubbio!
Lo avrei voluto per sempre con me!
Mi era stato portato via.
Quanto mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza con la quale Michela affrontava la vita.
Quale prossima volta?
Sapevo bene che non ci sarebbe stata.
Michela lo aveva fatto senza cattiveria; si era mossa pensando di essermi di aiuto.
Meglio passarci sopra, far finta di niente con lei, anche se sapevo che quella notte mi sarei fatto un pianto silenzioso con la testa nascosta sotto il mio caro cuscino.
Ero una formica per i ragazzi: c’ero, ma ero talmente insignificante che era come se non esistessi.
Non correvo di certo il pericolo di essere rincorsa da una mandria di ragazzi impazziti!
No, quelle cose erano capitate a mia madre; lei si che era stata una gran bella ragazza, avevo visto le sue foto e lo ammetto: fossi stato maschio anche io le avrei fatto la corte.
Certo, fossi stato un maschio intelligente sarei corso via a gambe levate nelle direzione opposta..ma questa è un’altra storia…
Ci fu una novitá con il giungere della notte: mi fu concesso di uscire un pochetto DI SERA!!(incredibile ma vero!).
Un po’ come se la vita volesse darmi una carezza dopo la mia obbligata dichiarazione con Chicco.
Il gruppo dei miei coetanei, o come era di moda chiamarla: la comitiva, aveva deciso di giocare al postino.
Non era altro che un più complicato gioco della bottiglia su commissione: un ragazzo mandava a detto tramite un terzo (il postino, appunto) ad una ragazza se aveva il permesso di baciarla o sulla guancia, o sulla bocca o con la lingua.
La damigella in questione poteva decidere se accettare o rifiutare.
Capirai!
Io che ci avrei giocato a fare!?
Chi mai avrebbe chiesto di baciarmi!?
No! No! Non era meglio giocare a nascondino?
camminare sulla ghiaia sui ginocchi per quanto mi riguardava!
Le coppiette avrebbero avuto la possibilità di infrattarsi e gli altri avrebbero potuto giocare liberamente.
Ma si sa, l’ormone, ad una certa età ha il sopravvento e la voglia del contatto fisico vince il desiderio del gioco.
Non per le cozze come me.
Mi sono sentita tagliata fuori prima che il gioco incominciasse.
“Io me ne torno a casa. Michè, Lucia mi accompagnate? Poi potete tornare…”.
L’ho chiesto solo perché la strada per arrivare ad essa era quasi totalmente in ombra e a me il buio no era mai piaciuto.
“Ma no! Dai! Resta anche tu! Capace che c’è qualche sorpresa per te!”
“E infatti! La buona volta che hai il permesso di uscire resta con noi! Dai! Non puoi davvero aver voglia di tornare a casa!”
Incredibile ma vero era proprio così: volevo proprio tornare a casa.
Solo le preghiere delle mie amiche mi avevano fatto tentennare a fare il contrario.
In parte avevano ragione.
Perchè sprecare quel poco di libertá?
Era presente anche Valentina.
Lei, la più bella, bionda, occhi azzurri, perfetta in tutto e per tutto (e per la felicità dei ragazzi anche un po’ torretta. Con la sua soave voce mi ha chiesto di restare per fare un piacere a lei; dato che sarebbe partita il giorno dopo, voleva un bel ricordo di tutti noi. Paracula.
La verità era che, dato che io non avrei giocato, neanche Michela e Lucia lo avrebbero fatto. Di certo avrebbero preferito fare compagnia a me.
Mi sono sentita in colpa, non potevo guastare la serata alle mie amiche.
L’anello dedole ero io.
Ai meravigliosi occhi cerulei di quella disgraziata di Valentina non sono riuscita a dire di no.
E così è stato.
Il gioco è partito.
Il postino si è allontanato.
I baci andavano e venivano; i rifiuti sono stati pochi pochi.
Come predetto nessuno ragazzo voleva aver a che fare con me.
Per un attimo ho pensato di fare il postino; almeno mi sarei impegnata a fare qualcosa. Ho abbandonato l’idea: ero troppo timida per poter avere quel ruolo.
Il potere e la furbizia di Valentina sono usciti fuori.
Non faceva in tempo a uscire da un cespuglio che ecco il postino andare di nuovo da lei per chiederle se voleva un bacio ora da Tizio, ora da Caio, ora da Sempronio.
Sono sicura che ha chiesto a qualcuno di farle un piacere; mi ha sorriso complice.
Il sudore ha iniziato a scendermi dalle spalle.
Disagio.
Sentivo che non sarei dovuta stare li con loro.
Dal gruppo dei maschi, lontano da noi, uscì un clamoroso:
“Noooo! Ma sei sicuro!? Guarda che quella è proprio brutta!! Lascia perdereeeee!”.
Di chi mai avrebbero potuto parlare a quel modo?
“Scappa Clara, scappa: vattene a gambe levate!”, mi urlava il cervello.
Poco dopo ecco arrivare il postino.
Si fermò davanti a me:
“Giulio chiede se può darti un bacio sulla guancia”.
Avrei voluto piangere.
Si.
La brutta che aveva provocato il clamore di prima ero proprio io.
Ferita ma con un orgoglio che non sapevo di avere mi sono presa il mio bacio di Giuda.
Ho salutato e me ne sono tornata a casa.
Da sola perché così volevo essere.
Non potevo sopportare ulteriori brutte scenate.
Lucia e Michela mi accompagnavano. hanno insistito.
Non sapevano che dire.
Erano dispiaciute.
Nemmeno io avevo nulla da ribattere.
Per la prima volta in tutta la mia vita sono stata contenta di essere tornata dentro casa.
Al buio , dentro il letto, mi sono fatta il mio silenzioso pianto da adolescente depressa.
Javier tornò a casa molto dopo di me.
A lui il gioco del postino stava piacendo.
Ancora piangevo mentre lui si stava infilando ne letto.
Ho continuato in silenzio.
Non volevo farmi sentire.
Dentro la mia testa, però, le lamentele erano tante tante e rumorose: perché il destino era stato così ostinato con me ed ero venuta su così brutta!?
Perché non potevo essere trasparente!?
Che tristezza.
Come al solito quando avrei rivisto le mie compagne a Roma mi sarebbe toccato inventarmi un bel po’ di storie sentimentali mai avvenute..Tutte avrebbero avuto qualcosa da raccontare. Meglio creare qualcosa di fittizio che restare nel silenzio della mia zitellaggine.
Avrei dovuto raccontare del gioco del postino?
Meglio una punizione eterna del divino!