71-classificazioni

Guardarmi allo specchio mi procurava un forte senso di sfiducia.
Non avevo mai provato piacevole il mio riflesso.
Mi sentivo un errore della natura.
Un esperimento mal riuscito.
Una piccola sciapa cosetta imperfetta in un mondo basato tutto sulla bellezza fisica.
Le mie misure?
Che risate!
Sarebbero potute piacere solamente a qualcuno: un falegname!
Il mio fisico?
Solo una descrizione gli si addiceva: un comò (scelta dovuta alla mia poca altezza, giacchè sono sempre stata una nana), con due misere gambine tutte ammaccate.
La faccia?
Bè, semplice: un pallone.
Ogni tanto, nuda davanti allo specchio, mi tiravo su i seni per vederli più gonfi, più vicini, stuzzicavo il capezzolo per togliergli quella buffa forma a punta che avevo sempre odiato. Semplicemente più belli.
Peccato non poter andare in giro con le mani a tirare su le tette.
Esaminavo un corpo che mi era capitato e che avrei voluto nettamente diverso.
Sospirando guardavo non una pancia piatta ma un addome morbido e rotondo.
Mi soffermavo il meno possibile sulle mie gambe, quasi a voler dimenticare.
Nemmeno i piedi mi davano alcun sollievo: due belle pagnottelle.
Lo specchio non poteva essermi amico.
Ero convinta che se avesse potuto parlare mi avrebbe detto:
“Ancora che ti guardi!? Non ti sei stufata!? Guarda che non ti dirò mai che sei la più bella del reame! Al massimo che sei simpatica perchè ormai ti conosco e mi fai tenerezza”.
Già, almeno avevo uno specchio che mi voleva bene.
Io stessa trovavo deprimente la mia condizione: una ragazza brutta, cicciona, complessata, anonima.
Pensare che in famiglia si sia pensato che io fossi una tipa “svelta” con i ragazzi mi dava il volta stomaco.
Da piangere!
Ecco cosa significava “rigirare il dito nella piaga”.
Mi sentivo doppiamente sfigata…Non sapevo proprio cosa mi provocasse il dolore maggiore: la mia realtà di cozza sfigata o la fantasiosa e crudele falsa idea dei miei.
Era mia madre a partorire queste fantasie, mio padre non si era mai pronunciato a riguardo, non mi aveva mia difesa nè accusata.
Cosa c’era dietro quel suo silenzio?
Quanta amara ironia in quella mia vita!
Mi facevo schifo, non mi piacevo per niente; pensavo che non esistesse al mondo persona che mi avrebbe ritenuta carina, figurarsi bella!
Ero, penosamente, una grassa brutta ragazza piena di complessi, però a casa mi davano della baldracca.
Ironico.
Non frasi sottintese, allusioni, ma esatte parole: la tartaruga era diventata balbracca, la gattamorta era diventata troia.
Come faceva a non attribuire il giusto peso alle sue parole?
Come faceva mia madre a non rendersi conto che non erano parole che avrebbe dovuto addittare a sua figlia?
La cosa più triste era che mi stavo abituando a questi epiteti.
Le prime volte erano state più brucianti degli schiaffi più brutali.
Ora mi stavano diventando così “normali” da aver imparato ad ingoiarle come medicine amare.
Cosa mai aveva potuto cementare queste idee in mia madre?
Quando mai ero stata tanto vicina ad un ragazzo da potergli dare un semplice bacio?
Mai.
Io non avevo mai avuto un vero bacio.
Cosa poteva aver fatto di me la dalbracca tanto declamata da mia madre?
Non ne avevo la più pallida idea.
Oppure si?
Ma certo: la mononucleosi.
Averla presa mi aveva marchiata a vita.
Peccato l’avessi contratta nuotando in una piscina, e non nel modo in cui se lo immaginava lei.
Era questo ad avermi marchiata?
Era questa la ragione?
L’infamia di aver preso la sindrome del bacio?
Ecco perchè “amara ironia”: mia madre vedeva quello che non esisteva e non vedeva la realtà.
Possibile non le fosse chiaro che i ragazzi mi ignoravano del tutto?
Sarei potuta essere trasparente per loro; in tutta la mia carriera scolastica sono stata catalogata solo tra più brutte.
Per i maschi esistevo solo se dovevano vedere chi era la meno bella: per il resto ero semplicemente nulla, e se nulla ero da nulla mi comportavo.
In tutto questo come potevo essermi comportata da troia?
O ero pazza e soffrivo di identità multiple o non si sarebbe potuto spiegare…
Talvolta accecata dalla rabbia mi dicevo: “Magari lo fossi! Magari fossi ciò di cui mi accusa!”.
Finalmente avrei potuto dare ragione alle sue parole e non ne avrei sofferto.
Non si può soffrire della verità, e se pure se ne soffre, alla fine ci si fa una ragione.
Era questa una delle questioni più spinose: io non riuscivo a darmi una ragione delle parole di mia madre.
Torturata tra le sue classificazioni e i miei problemi interiori.

70-sedici anni

Sedici anni e mezzo.
Tra qualche mesetto diciassette.
Il passare degli anni iniziava a darmi le vertigini.
Troppi per la bimba che ero dentro.
Mi sentivo più piccola.
Impreparata alla vita.
Diciassette anni mi sembrano così tanti!
Nello scrivere queste parole un ricordo anarchico mi fece sorridere: quella mattina mio padre mi aveva svegliata con i suoi quotidiani rumori.
Il caso aveva voluto che il muro del bagno confinasse con il mio letto.
In realtá ne avevamo un altro vicino alla loro camera da letto, ma non lo usavamo mai perchè era uso esclusivo degli ipotetici ospiti. I rumori prodotti da mio padre erano ciclici e identici a se stessi come il tramonto e l’alba.
La sua particolare e frenetica corsa da pantofolaio zoppo subito dopo la colazione per arrivare a destinazione prima di perdersi qualcosa per strada.
Ci preparava sempre lui il primo pasto del giorno.
Era il suo modo carino di augurarci il buon giorno e dedicarci il primo gesto della giornata.
Perse questa abitudine quando iniziò a passare la settimana lavorativa a Padova.
Solo il fine settimana trovavamo la tavola apparecchiata dalle sue amni. Era un gesto a cui tenevo. Nel prepararci la colazione lui cercava di accontentare i nostri gusti. Nostra madre invece sembrava non tenerci conto: latte e orzo bollenti con fette biscottate o biscotti a mollo.
Entrambe le cose mi irritavano: lingua bruciata e quella pappa senza consistenza mi guastavano la giornata.
“Ma scusa lascia che me la prepari io così almeno mangio come e quello che piace a me!”,
“Non ci capisci niente: questa era la colazione preferita di nonna Sibilla!”,
“Ecco appunto: di nonna! Non la mia!”.
In fin dei conti mi preparava la colazione.
Era un gesto di gentilezza. Fatto come piaceva a lei.
Inizio di giornata storto per me e storto per lei.
Mi domandavo perché non preferisse rimanere al letto.
Col muso iniziavamo e col muso la finivamo.

Quando condividevamo la stessa stanza io e mio fratello, poco prima di uscire, papà ci veniva a stampare un bacio di saluto sulla guancia.
Chissà perché in seguito si è limitato a diventare un rapido saluto verbale.
Il periodo migliore è stato quando per aiutarci a svegliare ci faceva un massaggio sulla schiena.
Il suo tocco non si distingueva mai per dolcezza.
Aprivamo gli occhi più per il lieve dolore che non per il sollievo.
La mano amorevolmente pesante di nostro padre ci abbligava a metterci in piedi.
Non mi ha mai dato fastidio quel tocco mascolino.
Sia io che mio fratello ci svegliavamo tra un “Aiha!” e una risata.
Amavamo quel tipo di sveglia.
Tipiche come le nostre sveglie, erano i litigi con mia madre.
“Aaaah! È così che studi te!? E poi dice che quest’anno vuole studiare! Ma mi stai prendendo per il culo? È dalle tre che stai là e non hai combinato un cazzo! Poi me le farò io due risate!”.
Sbraitare dovuto al fatto che non avendo compiti avevo deciso di scrivere.
Scrivere le cose mie.
Attività ritenuta inutile e sterile a casa mia.
Che donna noiosa e prevedibile!
Magari se le fosse fatte quelle due risate!
Avrebbero fatto molto bene a quel viso sempre terribilmente serio!
Avrei voluto poter tornare indietro nel tempo e vedere lei, alla mia età; così da constatare l’effettivo tempo che lei era solita dedicare allo studio e quanto ne dedicasse a tutto ciò che fa venire le farfalle allo stomaco ad un’adolescente.
Fosse stata un primario, un notaio, un giudice, un politico, avrei capito le sue titaniche e tiranniche pretese.
Perché mai una semplice casalinga doveva pretendere che io ponessi il cento per cento delle mie energie sui libri?
Lei aveva ottenuto una buona vita dal matrimonio con un buon partito.
Mio padre rapresentava ciò che lei voleva che io diventassi.
Usava un metodo totalmente errato per incoraggiarmi ad una buona autonomia perchè sapeva che io, come lei, non avrei avuto la sua vecchia giovane bellezza a garantirmi un buon matrimonio?
Ragionamenti logici ma inadatti alla mia età, ai miei desideri. Ai miei tempi.
Io non mi vedevo nei panni che lei voleva che io vestissi.
Io avevo altri desideri.
Altri bisogni.
I suoi pensieri non erano così malvagi ma a discapito di troppe cose importanti per una ragazza come me; un numero infinito di paletti che toglievano profumo alla vita, un numero infinito di rinuncie che appassivano e toglievano la luce alle mie giornate.
Lei sapeva che ero troppo terribilmente banale, diciamola tutta, bruttina, per giocarmela con un buon partito o una buona occasione.
discorsi antiquati che non condividevo.
Sapeva che il mio successo sarebbe arrivato esclusivamente da me stessa; in questo le davo ragione.
Non avrei mai avuto la bellezza che a lei aveva dato determinate possibilitá.
Non cattiveria, ma realtà, perciò non potevo criticarla per questo; ciò che proprio non potevo sopportare di lei era la sua totale cecitá alle realtá importanti per la giovane che ero.
Fossero stupidaggini, amori futili e passeggeri mai ricambiati, amicizie e rivalitá, bisogni di affetto: anche questo meritava di essere vissuto.
Non ero esclusivamente un vaso vuoto da riempire con nozioni scolastiche e valutazioni: tutta la Clara che ero meritava attenzione.
Non mi riempivo solo di concetti scolastici; mi prendevo carico anche di molto altro, quell’altro che ero io: amori, delusioni, aspettative, desideri, paure, complessi…Perchè a tutto questo mia madre non pensava?
Perchè mai tutto questo non avrebbe meritato importanza?
Lei aveva capito che non sarei mai stata la prima della classe che sognava che io fossi, ansi, più crescevo più le davo da pensare.
Non ero la prima perchè non mi importava esserlo.
Era la nostra maledizone: io non rispondevo ai suoi bisogni, così come lei non rispondeva ai miei.
Parlavamo continuamente urlandoci contro in due lingue diverse.
Non ci capivamo mai.

69- Addio Sardegna

Le vacanze da trascorrere in Sardegna sono finite in maniera definitiva da un anno all’altro.

Non avrei potuto più lamentarmi delle mie lunghe estati sarde.
I miei hanno venduto la casa.
Che grande fesseria!
Così, finalmente, avrebbero avuto i soldi per comprare la grande villa dei loro sogni.
Saranno felici di questa scelta?
Avevo il dubbio che non sarebbe accaduto e la certezza che a me quella casetta sarebbe mancata molto.
Hanno dato via un gioiello.
Un gioiello che i nostri vicini non si sono certo lasciati sfuggire.
Non mi sarebbero mancate le passate vacanze trascorse lì.
Quanti tormenti e quanta poca reale e genuina felicità.
A rendermi caro Porto Istana era il futuro.
Quello sarebbe stato un tetto ideale nel quale trascorrere le ferie con un marito e dei bambini.
Avevo sempre dato per scontata la presenza di questa casa, ci vedevo dentro i mie figli, i figli di mio fratello, mia madre e mio padre piegati dagli anni a prendere un po’ di calore solare sulla spiaggia.
Nulla di questo si sarebbe avverato.
Sono stata obbligata a dire addio alla nostra casetta.
Chissá quante volte mi sarei trovata a sognarla…
La beffa più grande?
Al perchè delle scelta di vendere la casa mia madre rispondeva:
“Colpa vostra: del vostro cattivo comportamento e delle vostre cattive amicizie”.

68- narcisiste fallite

“Nemmeno tra i miei coetanei trovo qualcuno con cui voglia aprirmi e confidarmi.
Ho solo compagni di tempo.
Lo lasciamo scorrere via scambiandoci una limitata, reciproca compagnia, ma mai senza toccarci, senza aprire il nostro cuore.
Sveliamo le nostre infatuazioni, le marachelle, ma non accenniamo ai nostri terrori, ai nostri tormenti, alle ragioni che non ci fanno prendere sonno la sera.
Sono fatta così.
Come me sono fatte le mie compagnie.
Gli occhi spenti di chi incrocio mi sussurrano che anche per molti altri è lo stesso.
Parliamo eppure le parole che dovremmo far uscire dalla bocca rimangono a morire dentro di noi e li marciscono inaredendo la parte più profonda di noi stessi; spegnendo la nostra luce più luminosa.
Il mio problema è che nessuno mi ha mai insegnato a parlare, a confidarmi.
C’è chi riesce con le proprie madri, con le amiche…Io non riesco a farlo con nessuno…Se non con un foglio bianco…Peccato questa non sia comunicazione, solo illusione di comunicazione.
Quanto vorrei che fosse mia madre la donna con cui avere un dialogo positivo.
Invece siamo delle estranee che non sanno fare altro che litigare.
Due bambine egoiste capaci solo di far la lotta a chi batte i piedi più violentemente.
Le nostre reciproche parole senza alcun senso.
Urliamo tanto da irritarci la gola ma siamo due cuori sofferenti e muti.
Due narcisiste fallite.
Mio padre?
Un estraneo anche lui.
Mi trovo a mio agio con lui solo perché non esprime alcuna pretesa.
È come se gli scivolasse tutto da addosso.
Non parla.
Non fa nulla.
Non mi stimola affatto a cercare di avere delle confidenze con lui.
Che sia davvero questo mio padre o dentro di lui come me ci sono uragani impazziti di sentimenti?
Mio fratello? Ah ah! Mio fratello!”.
Così ho riempito un foglio del mio diario personale molti anni fa.

67- il falso sorriso

Questa fase della mia vita era definita da due semplici parole: critica e pregiudizio.
Un’osservazione della quale non avrei dovuto stupirmi, in fondo era sempre stato cosi.
Appariva legittimo che le persone dalle quali ero circondata si ritenessero miei giudici: ognuno si sentiva libero di dire la sua nei miei confronti.
Era frustrante vedere tante dita puntate contro; ero stufa di stare alla gogna.
Nessuno tra i miei esaminatori poteva dire di conoscermi; eppure eccolì lá, pronti a sentenziare, carichi di un libero arbitrio del tutto ingiustificato.
Perchè risultava loro essere così facile aprire bocca per blaterare ma non per dare inizio ad un confronto verbale fatto di reciproche domande e risposte?
…Sarebbe stato così semplice, ma non a casa mia…
La mia famiglia si crogiolava troppo nel ruolo di giudice supremo per abbassarsi ad una forma di comunicazione tra pari.
Questo fu da sempre il nostro problema: io e mio fratello non abbiamo mai potuto confrontarci positivamente con due genitori che si vedevano su un piedistallo troppo alto per gli adolescenti che eravamo allora.
“Io sono tua madre: non sarò mai una tua amica, per questo ci sono quelle della tua etá”.
“Ma tu non mi dai la libertà per poter avere delle amicizie degne di questo nome!”,
“Hai tutto il tempo che vuoi il sabato pomeriggio”,
“Ma se non posso stare al telefono senza che tu stia li a sentire tutta la chiamata!? Prima te ne stavi li, nascosta dietro un muro o una porta a impicciarti: ora alzi proprio la cornetta per poter indagare su ogni minima parola!”,
“Embè che hai qualcosa da nascondere?”,
“Posso portare a casa Valeria?”,
“Che lavoro fanno il padre e la madre?”,
“Non lo so”,
“Allora no”,
“Perchè è dannatamente importante il lavoro dei genitori!?”,
“Perchè dice tutto della famiglia”,
“Il fatto che tu sia casalinga che starebbe a significare allora?”. Il suo silenzio mi dava forza, mi incoraggiava a continuare a dire la mia; era difficile zittirla,
“Non è meglio che Valeria frequenti la nostra casa in modo che tu possa conoscerla e dopo giudicarla?”,
“Io non voglio nessuno dentro casa mia”,
“Come posso farmi delle amiche in questo modo!?”
“A scuola..”,
“Si, come no! Durante la ricreazione!? Tu se pazza!”,
“Tu sei una poco di buono che ti accompagni sempre al peggio! L’unica persona decente che hai avuto è Raffaella! Come mai lei non esce più con te? E’ perchè ha capito chi sei veramente! Una balorda! Una gattamorta! Una troia!”.
Io scoppiavo a ridere.
Già Raffaella a lei piaceva.
Io mi trovavo molto bene con lei.
Peccato fosse stata proprio mia madre a farla allontanare da me. Ora che avevo il cellulare, durante le mie uscite del sabato poeriggio lei mi chiamava.
“Dove sei? Che stai facendo? Attenta a dirmi la verità: io ti vedo:ti sono dietro. Voglio vedere se mi dici la verità?..Allora? Devi dirmi niente? Con chi sei?”,
“Sto a Frascati con Raffaella, stiamo passeggiando lungo il belvedere…”,
“Guarda che io ti sto guardando! Dimmi la verità!Abbi il coraggio di dirmi la verità!”,
“Te l’ho appena detta!”,
“Passami Raffaella”.
La mia amica, con faccia stupita, prendeva il cellulare dalle mie mani e rispondeva alle domande di mia madre. Capito il motivo di quei interrogatori si vedeva lontano un chilometro che ne era rimasta un poco turbata. Con faccia interrogativa lei mi restituiva il cellulare. Che potevo spiegarle? dirle che mia madre era disturbata? No, non ho dato spiegazioni, mi sono limitata a fare spallucce.
Due sole considerazioni: sul display del mio cellulare mi compariva il numero fisso di casa. Sapevo che mia madre mi chiamava da li. Non mi stava affatto dietro. Non mi stava spiando.
La tecnologia era più veloce di quella che lei riteneva la sua furbizia genuina; e secondo: che doveva pensare Raffaella quando mia madre le chiedeva se era vero che io stessi con lei?
Non è passato molto tempo che la povera si allontanasse da me e dalle stranezze della mia famiglia.
Vallo a spiegare al mulo che avevo come madre.
Non mi avrebbe mai creduta.
Raffella si è allontanata da me perchè io ero una poco di buono.
Questo pensava mia madre e questa diventò la sua verità.
Negli anni ho avuto persone con le quali avevo maggiore affinità: Valeria, Mariangela e Valentina.
Con nessuna di loro ho avuto la libertà di intrecciare un sano rapporto di amicizia.
Era difficile legarsi a me perchè la mia famiglia lo rendeva impossibile.
Valentina ha molto lottato per me.
come nessun’altra.
lo ha fatto con caparbietà, piangendo, lottando contro le ostilità senza logica di mia madre.
Per questo si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore.
Di lei parlerò in seguito, perché è in seguito che mi sono accorta della persona speciale che era Valentina Geraci.
Lo è tutt’oggi.
Non è mai stato facile starmi vicina.
Lei per me lo ha fatto e mia madre gliel’ha fatta pagare.
Mia madre in definitiva non voleva che io la ritenessi una mia amica; reputava la dovessi ricercare tra le mie coetanee mettendomi davanti a mille difficoltà e sopratutto pretendendo di essere trattata come se lei fosse la mia amica del cuore.
“Non sono tua amica ma mi devi trattare come se lo fossi”.
Questo unilateralismo mi scombussolava.
Non era logico.
Io non riuscivo a farlo.
Confidarmi con qualcuno sempre nell’atto di puntarmi un dito contro?
Chi ne sarebbe capace?
Sapevo che qualunque mia confidenza che non avesse valenza scolastica sarebbe stata catalogata come una stupidaggine senza valore, e io ne avrei sofferto.
Parlare a chi non sa ascoltare?
Non ero poi così sciocca.
Mi era difficile vedere lati positivi nella mia adolescenza.
Mi mancava il cibo, l’igene?
Mi mancavano i bisogni materiali?
No.
Avevo ciò di cui il mio corpo aveva necessità.
A sentirsi arido era il mio cuore.
Avevo un disperato bisogno di sentirmi accettata per ciò che ero.
Avevo bisogno di amore, di attenzioni, di affetto, di contatto fisico.
Erano necessità sbagliate?
Io sapevo di no.
Ma secondo quanto ritenuto in casa mia nulla di ciò che desideravo mi avrebbe aiutata a trovare un buon lavoro.
A loro dire i miei desideri non mi avrebbero certo portato uno stipendio e il successo sociale.
Ecco cosa era la mia famiglia: quattro sordomuti chiusi tra le stesse mura.
Quattro anime sfortunate che vivevano insieme ma che erano del tutto incapaci di aiutarsi.
“La mia vita è una cagata: i momenti di felicità o scorrono troppo velocemente o sono davvero pochi in confronto alla noiosa quotidianità e alla perpetua incomprensione”.
Scrivevo questo.
Così giovane e così sola, con un cuore che batteva senza alcun entusiasmo.
“Se esiste un’unica luce o un’unica uscita da questo lungo freddo inverno essa sembra nascondersi a me. Soddisfo il mio desiderio di esprimermi attraverso un’unico modo: parlare con me stessa. È solo in questo modo che riesco a essere capita. Rispondere alle mie domande cercando le risposte dentro di me. Un fare, il mio, che è tutt’altro che soddisfacente, ma l’unico, di cui sono libera di servirmi dentro la prigione che è la mia famiglia. Il mio modo di dire al mondo che io esisto e che valgo qualcosa”.
Iniziavo a capire sulla mia pelle cosa si intendesse per pessimismo cosmico.
“Io ci credo. Voglio crederci! Qualcosa o qualcuno di bello in mezzo a tanto schifo deve esistere…Solo è lontano da me…”.
Giá. Nonostante il grigiore delle mie giornate una parte della giovane che ero si ostinava a credere in una ragione che la avrebbe portata a reagire, ad avere fede in un miglioramento.
Nulla sembrava andare per il verso giusto, ok, ma se un verso esisteva, allora prima o poi la mia vita lo avrebbe imboccato.
“Mi sforzo con tutte le mie forze per essere degna della fiducia di mamma ma invano. Lei non collabora, anzi, mi rende le cose più difficili. Non so più che cosa devo fare…”.
Ecco quale era la ragione del mio tormento quotidiano di adolescente: essere accettata e riconosciuta da mia madre.
Una battaglia interiore che non finiva mai; che era celata a tutti non appena varcavo la porta di casa.
Allora diventavo la Clara tranquilla. La Clara sempre sorridente.
Quanta tristezza dentro quel sorriso sereno e leggero.
Un sorriso falso.

66-tecnologia, dichiarazione e postino

Sedici anni e non sentirli per niente.
Presi la decisione di scrivere il mio diario servendomi dell’alfabeto greco.
Che avessi mai avuto da nascondere?
Nulla.
Solo la mia vita.
Le mie banalità.
Le letture curiose ed illegittime di mia madre mi irritavano.
Sentire le mie parole sulla sua bocca era asfissiante.
Sentirle usate contro di me anche peggio.
Se mi fossero state rivolte le domande riguardo la mia vita, io avrei risposto.
Mi infastidiva terribilmente che non fossero rispettati i miei fragili spazi.
Quelle pagine erano tutte per me.
Riguardavano me.
Perché dovevano essere violate da occhi indiscreti?
Anzi, la considerazione era un’altra: ma guarda un po’ quali bizzarri stratagemmi che mi toccava mettere in atto per garantirmi un po’ di sana riservatezza!

Di ritorno a scuola ho incontrato zia Antonietta per le scale.
Dopo un bacio di saluto abbiamo iniziato a chiaccherare pacatamente del più e del meno.
Non un lungo scambio di parole.
Dopo esserci augurate il buon pranzo ci siamo separate.
Non faccio in tempo a chiudere la porta di casa che mi sono ritrovata mia madre alle spalle,
“Tu lo fai apposta per farmi crepare vero?”, mi ha urlato contro.
Cadere dalle nuvole.
Ecco come mi sono sentita.
Non avevo la minima idea di cosa fosse appena accaduto.
“Io ci sto male e tu che fai? Le saluti come se niente fosse! Ci chiaccheri!”, disse sbalordita.
Finalmente avevo capito a cosa fosse dovuta quella sua scenata isterica.
Si era offesa perchè avevo avuto uno scambio di battute con mia zia.
“È mia zia, capisco che voi due avete litigato; non so neanche perchè, fatto sta che a me zia Antonietta non ha fatto niente. Perchè dovrei toglierle il saluto? Mi sembra esagerato…e anche una questione di educazione…”
“E allora lo vedi che me lo fai apposta!? Quando tu la saluti io mi sento male! Tu non sai cosa mi hanno fatto!”.
Blocca così il discorso e mi da le spalle per andare in cucina.
“Che ti ha fatto?”
“Non solo lei: tutta la famiglia di tuo padre. Sono stati meschini! Sempre a fare feste mentre io e Marta eravamo chiuse in camera a piangere insieme dopo ogni operazione. Persino dopo che è morta hanno continuato. Lá in giardino a festeggiare e mangiare mentre io ero distrutta dal dolore…”.
Brutte cose.
Non volevo credere che fosse successo realmente.
Certo era che mia madre ne soffriva ancora moltissimo.
Difficile non credere alla bocca della propria madre.
Difficile non credere al suo dolore.
Ho deciso di accontentarla.
Non avevo una confidenza tale con zie e cugine tale da sentire la loro assenza.
Ho tolto il saluto ad ogni mio parente.
Se incontrati per sbaglio facevo finta di non vederli.
Non era affatto piacevole per me, lo facevo solo per mia madre.
Se per caso si organizzava qualche festa in giardino mia madre chiedeva a mio padre di portarci fuori porta a passare la domenica fuori. Quando no era possibile allontanarsi di casa mia madre ci barricava dentro,con le persiane chiuse o socchiuse per far credere ai nostri parenti che in casa non ci fosse nessuno.
Il fatto che mio padre non si ribellasse a questo comportamento, a questa distanza coatta da chi aveva il suo stesso sangue mi aveva convinta che fosse vero che i nostri parenti fossero stati sleali ed egoisti con mia madre.

Dati i miei buoni risultati per il primo anno di ginnasio i miei hanno deciso di regalarmi un cellulare.
Un riconoscimento per la mia buona promozione.
Per la prima volta nella mia vita ero davanti a mio fratello.
Finalmente ero io quella più brava.
La cosa è stata accettata senza critiche.
Per qualche mese, durante quella lontana estate, ho camminato sulle nuvole.
Cosa ci facevo con quel cellulare?
Qualche messaggio con le compagne di classe, qualche scambio con Michela e Lucia e la quotidiana telefonata a nostro padre quando era da solo a Roma mentre noi eravamo in Sardegna.
Per il resto ci giocavo tenendolo in mano.
Accendevo il display per vedere i tasti illuminarsi.
Un più moderno carodiario elettronico per me.
Mi è anche dispiaciuto dover smettere di usare la cabina telefonica: era un’occasione per farci una passeggiata al villaggio appena dopo cena.
Il massimo che si poteva la sera dopo l’arrivo del mio cellulare era chiamare in giardino cercando un punto in cui la linea prendesse decentemente.

Nonostante il mio essere una ragazzetta insignificante, nulla mi impediva di avere le mie cotte.
Le vivevo osservando da lontano la fonte del mio innamoramento; timida, decisa a non farmi notare e nascondere i miei sentimenti.
A chi ti conosce bene è difficile mentire, soprattutto se si è giovani ed ingenui.
Michela ha catturato la direzione dei miei sguardi, mi ha sorriso.
“Non ti preoccupare, ci penso io!”.
Ho iniziato a preoccuparmi.
“No! non fare niente, non mi piace neanche tanto!…Lascia perdere! ti prego!”,
“Se non lo trovi così carino allora perchè passi il tempo a fissarlo?”.
Scoperta.
Impossibile negare l’evidenza.
Ho pregato Dio e tutti i Santi del paradiso che la mia amica si dimenticasse i suoi buoni propositi.
Cosa poteva uscirne di buono dal fatto che il ragazzetto più conteso del villaggio venisse a sapere che la rospa che ero le veniva dietro?
Non nutrivo la benchè minima illusione; mi stupiva che Michela non vedesse la semplice realtà dei fatti.
Avrei fatto una dichiarazione che mi avrebbe portato all’ennesima umiliazione e un due di picche. Ne ero pienamente consapevole.
Possibile lei non ci arrivasse?
Dove voleva arrivare a parare?
Da una parte mi inteneriva il fatto che lei mi incoraggiasse ad una normale vita da adolescente; solo ero io a non desiderlo…O meglio a sapere che le romanticherie estive non erano destinare alle ragazze cicciottelle, ustionate e bruttine come me.
Mi sono incamminata per la via del ritorno a casa con un certo nervosismo.
Per fortuna Chicco era alcuni giorni che non scendeva in spiaggia.
Michela sembrava aver smesso i panni di Cupido.
Avevo tirato un sospiro di sollievo troppo presto: eccolo apparire davanti a noi mentre scendeva verso il mare.
Nulla ha impedito al mio cuore di battere impazzito.
Avrei voluto che una improvvisa tormenta mi avesse portata via, lontano, molto lontano.
Avevo paura.
“Clara, aspettami quì seduta sul muretto finchè non ho fatto..”
“Aspetta tu…lasciamo perdere…”, inutile, ecco andargli incontro.
“Ciao Chicco, che posso dirti una cosa?”
“Ciao Michè…”…
Perchè assistere a quella scena?
Avrei trascinato via la mia amica; le avrei tappato la bocca.
“Sai, tu piaci molto a Clara…”
“Peccato che a me non piace lei”.
Parlavano di me ed era come sei io non fossi lì presente a un metro da loro.
Perchè la terra non mi aveva inghiottita in quel preciso istante?
Era accaduto esattamente quanto io mi ero aspettata, eppure ne soffrivo.
E’ stato brutto sentir dire dalla sua bocca che non gli piacevo.
Quanto era meglio prima e vivere nel dubbio, pur sapendolo; avere l’illusione che non gli facevo ribbrezzo.
Da quel momento invece ero diventata consapevole di una realtá che conoscevo ma che avrei voluto rimanesse muta.
Probabilente la mia espressione ha svelato tutto il mio dispiacere, perchè la mia amica mi ha abbracciato:
“Quanto meno ti sei tolta il dubbio, ora sai come stanno le cose, sarai più fortunata la prossima volta!”.
Io amavo quel dubbio!
Lo avrei voluto per sempre con me!
Mi era stato portato via.
Quanto mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza con la quale Michela affrontava la vita.
Quale prossima volta?
Sapevo bene che non ci sarebbe stata.
Michela lo aveva fatto senza cattiveria; si era mossa pensando di essermi di aiuto.
Meglio passarci sopra, far finta di niente con lei, anche se sapevo che quella notte mi sarei fatto un pianto silenzioso con la testa nascosta sotto il mio caro cuscino.
Ero una formica per i ragazzi: c’ero, ma ero talmente insignificante che era come se non esistessi.
Non correvo di certo il pericolo di essere rincorsa da una mandria di ragazzi impazziti!
No, quelle cose erano capitate a mia madre; lei si che era stata una gran bella ragazza, avevo visto le sue foto e lo ammetto: fossi stato maschio anche io le avrei fatto la corte.
Certo, fossi stato un maschio intelligente sarei corso via a gambe levate nelle direzione opposta..ma questa è un’altra storia…

Ci fu una novitá con il giungere della notte: mi fu concesso di uscire un pochetto DI SERA!!(incredibile ma vero!).
Un po’ come se la vita volesse darmi una carezza dopo la mia obbligata dichiarazione con Chicco.
Il gruppo dei miei coetanei, o come era di moda chiamarla: la comitiva, aveva deciso di giocare al postino.
Non era altro che un più complicato gioco della bottiglia su commissione: un ragazzo mandava a detto tramite un terzo (il postino, appunto) ad una ragazza se aveva il permesso di baciarla o sulla guancia, o sulla bocca o con la lingua.
La damigella in questione poteva decidere se accettare o rifiutare.
Capirai!
Io che ci avrei giocato a fare!?
Chi mai avrebbe chiesto di baciarmi!?
No! No! Non era meglio giocare a nascondino?
camminare sulla ghiaia sui ginocchi per quanto mi riguardava!
Le coppiette avrebbero avuto la possibilità di infrattarsi e gli altri avrebbero potuto giocare liberamente.
Ma si sa, l’ormone, ad una certa età ha il sopravvento e la voglia del contatto fisico vince il desiderio del gioco.
Non per le cozze come me.
Mi sono sentita tagliata fuori prima che il gioco incominciasse.
“Io me ne torno a casa. Michè, Lucia mi accompagnate? Poi potete tornare…”.
L’ho chiesto solo perché la strada per arrivare ad essa era quasi totalmente in ombra e a me il buio no era mai piaciuto.
“Ma no! Dai! Resta anche tu! Capace che c’è qualche sorpresa per te!”
“E infatti! La buona volta che hai il permesso di uscire resta con noi! Dai! Non puoi davvero aver voglia di tornare a casa!”
Incredibile ma vero era proprio così: volevo proprio tornare a casa.
Solo le preghiere delle mie amiche mi avevano fatto tentennare a fare il contrario.
In parte avevano ragione.
Perchè sprecare quel poco di libertá?
Era presente anche Valentina.
Lei, la più bella, bionda, occhi azzurri, perfetta in tutto e per tutto (e per la felicità dei ragazzi anche un po’ torretta. Con la sua soave voce mi ha chiesto di restare per fare un piacere a lei; dato che sarebbe partita il giorno dopo, voleva un bel ricordo di tutti noi. Paracula.
La verità era che, dato che io non avrei giocato, neanche Michela e Lucia lo avrebbero fatto. Di certo avrebbero preferito fare compagnia a me.
Mi sono sentita in colpa, non potevo guastare la serata alle mie amiche.
L’anello dedole ero io.
Ai meravigliosi occhi cerulei di quella disgraziata di Valentina non sono riuscita a dire di no.
E così è stato.
Il gioco è partito.
Il postino si è allontanato.
I baci andavano e venivano; i rifiuti sono stati pochi pochi.
Come predetto nessuno ragazzo voleva aver a che fare con me.
Per un attimo ho pensato di fare il postino; almeno mi sarei impegnata a fare qualcosa. Ho abbandonato l’idea: ero troppo timida per poter avere quel ruolo.
Il potere e la furbizia di Valentina sono usciti fuori.
Non faceva in tempo a uscire da un cespuglio che ecco il postino andare di nuovo da lei per chiederle se voleva un bacio ora da Tizio, ora da Caio, ora da Sempronio.
Sono sicura che ha chiesto a qualcuno di farle un piacere; mi ha sorriso complice.
Il sudore ha iniziato a scendermi dalle spalle.
Disagio.
Sentivo che non sarei dovuta stare li con loro.
Dal gruppo dei maschi, lontano da noi, uscì un clamoroso:
“Noooo! Ma sei sicuro!? Guarda che quella è proprio brutta!! Lascia perdereeeee!”.
Di chi mai avrebbero potuto parlare a quel modo?
“Scappa Clara, scappa: vattene a gambe levate!”, mi urlava il cervello.
Poco dopo ecco arrivare il postino.
Si fermò davanti a me:
“Giulio chiede se può darti un bacio sulla guancia”.
Avrei voluto piangere.
Si.
La brutta che aveva provocato il clamore di prima ero proprio io.
Ferita ma con un orgoglio che non sapevo di avere mi sono presa il mio bacio di Giuda.
Ho salutato e me ne sono tornata a casa.
Da sola perché così volevo essere.
Non potevo sopportare ulteriori brutte scenate.
Lucia e Michela mi accompagnavano. hanno insistito.
Non sapevano che dire.
Erano dispiaciute.
Nemmeno io avevo nulla da ribattere.
Per la prima volta in tutta la mia vita sono stata contenta di essere tornata dentro casa.
Al buio , dentro il letto, mi sono fatta il mio silenzioso pianto da adolescente depressa.
Javier tornò a casa molto dopo di me.
A lui il gioco del postino stava piacendo.
Ancora piangevo mentre lui si stava infilando ne letto.
Ho continuato in silenzio.
Non volevo farmi sentire.
Dentro la mia testa, però, le lamentele erano tante tante e rumorose: perché il destino era stato così ostinato con me ed ero venuta su così brutta!?
Perché non potevo essere trasparente!?
Che tristezza.
Come al solito quando avrei rivisto le mie compagne a Roma mi sarebbe toccato inventarmi un bel po’ di storie sentimentali mai avvenute..Tutte avrebbero avuto qualcosa da raccontare. Meglio creare qualcosa di fittizio che restare nel silenzio della mia zitellaggine.
Avrei dovuto raccontare del gioco del postino?
Meglio una punizione eterna del divino!

65-solita estate

La solita, ripetitiva estate.
Solo lo spettacolo riesciva a mozzarmi il fiato, per il resto prevaleva la ripetitivitá di ogni anno.
Non vedevo l’ora che arrivassero Michela e Lucia.
Le mie aspettative erano così lampanti che mia madre mi ha stupita con una beffarda affermazione:
“Proprio non vedi l’ora che si formi il trio mondezza,eh? Sai come vi chiamano? Il trio delle gattemorte”.
La conoscevo troppo bene da sapere che era solo lei a darci un tale appellativo.
Che pensasse e dicesse quello che le fosse sembrato più opportuno, io ero determinata a godere di quel poco di libertá che mi era concessa per condividere le mie giornate con loro.
Erano quello che più si avvicinava ad un’amicizia per me.
Non riuscivo a stabilire altri rapporti, le ragazze “normali” volevano accompagnarsi alle ragazze carine, queste ultime a quelle belle, le quali desideravano avere affianco solo le strabelle.
Mi sentivo sempre fuori da tutto questo.
Ero quella da ignorare.
Ero in un’etá per cui un’amica è da considerarsi un biglietto da visita.
Io non rappresentavo nulla di allettante; ero un brutto biglietto da visita.
Le uniche che non si preoccupavano di avere abbellimenti esterni erano Michela e Lucia.
A loro non interessava delle opinioni degli altri, ragazzi o ragazze che fossero, ecco perchè mi trovavo così bene in loro compagnia.
Un pregio, questo loro distinguerssi dal branco, che mia madre proprio non vedeva.
Ci considerava tre “farfalline”, che detta a modo suo era come se ci desse delle “mignottelle”; non vedeva il loro disinteresse per la mera fisicità, non vedeva il mio disagio nel vedermi più brutta di qualunque altra ragazza sulla spiaggia.
Il problema era uno solo: mia madre nella sua gioventù era stata una strabella, una ragazza cortegiatissima, una che non avrebbe mai potuto entrare nella testa un una ragazzetta misera come me: perchè mia madre non riusciva a vedere che agli occhi degli adolescenti come me ero semplicemente una sorta di disabile, uno spettacolo per nulla degno di essere visto in loro compagnia?
A quella etá le mie brutte ustioni erano un limite, un problema, una bruttura che era meglio tenere a disparte per i miei coetanei.
Perchè mia madre non vedeva tutto questo?
Perchè le era così facile giudicarmi ma non capire il mio profondo dolore?
Era così misero sentirsi ai margini, era così doloroso sapere di essere vista brutta agli occhi degli altri…Sentirmi giudicata negativamente anche da mia madre era una doppia sofferenza.
Le uniche con le quali mi sentissi bene erano le mie due amiche.
Peccato che per mia madre Michela e Lucia fossero il male.
Sbagliata, ecco come mi sentivo.
Tutta sbagliata.
Inadatta al mondo della mia etá.
Tanto dentro che fuori.
Buttarmi a capofitto sui libri, come vorrebbe mia madre, non mi avrebbe fatto certo sentire meglio. Dei buoni voti non sarebbero riusciti a farmi dimenticare che il mondo mi aveva catalogata come brutta.
Cosa sarebbe cambiato se fossi diventata una secchiona brutta?
Lo scenario non mi era mai sembrato allettante.
Avrei solo ottenuto le lodi dei miei; lodi che di certo non sarebbero servite a farmi sentire meglio: si sapeva: quando Clara avesse ottenuto ottimi risultati sarebbe stata una mera questione di fortuna, perciò perchè illudersi?
Non avrei dovuto preoccuparmi del mare, delle mie ustioni e delle mie amicizie sbagliate.
I miei genitori hanno preso la decisione di vendere la casa.
Mi ha pianto il cuore. Ne sono molto dispiaciuta. Ero molto legata a Porto Istana. Adoravo quel piccolo angolo di paradiso.
Naturalmente mamma dice che la vende per colpa nostra:
“Con voi non posso mai stare tranquilla: scegliete brutte compagnie e mi fare crepare”.
Possibile non vedesse che nonostante la nostra età ci trattava come reclusi e ci imponeva limiti che ci avevano tenuti lontani da tutti?
in definitiva forse ci voleva lontanida tutti.

64-mortificazione

Ora mi veniva attribuito un epiteto difficile da lavare via:
“Clara, la figlia di merda. La bugiarda”.
Nulla di cui andare fiera.
In casa per me poteva regnare solo un sentimento: la morficazione.
Non l’ho mai considerata come stimolo alla reazione o al miglioramento.
I miei ritenevano di si?
Si sbagliavano.
Ho iniziato a covare una profonda rabbia.
Una frustrazione che ho iniziato ad esprimere nei conflitti verbali con mia madre.
Il risultato è stato un nuovo epiteto: “lingua di vipera”.
Possibile lei non capisse che era il mio modo di difendermi?
Un giorno ha fatto una scoperta che mi ha gelato il sangue: mia madre leggeva quella che scrivevo sul mio diario.
Perchè stupirmi se leggeva la persino la corrispondenza che arrivava a mio nome?
Questa rivelazione mi ha mandato il sangue al cervello.
Sentire dalle sue labbra parole scritte da me e usate contro di me è stata una violenza indescrivibile.
Mi sono sentita defraudata.
Come se mi fossero entrati i ladri in casa e mi avessero portato via tutto.
Prigioniera. Chiusa dentro mura troppo piccole.
Ho iniziato a lasciarle chiari messaggi:
“Bene; siccome so che tanto leggerai quello che sto scrivendo adesso; visto che non mi dai neanche la libertà di scrivere le mie faccende personali senza che tu debba impicciarti, tieni, eccoti: leggi. Tanto so che fraintenderai le mie parole e leggerai in esse quello che a te fa comodo. Fai pure; scrivi anche tu un diario e cara mamma, divertiti se vuoi. Di sicuro io ti garantirei il tuo diritto alla privasy. Descrivi pure tutte le cose terribili che ti faccio. Ti auguro solo di trovare lettori imparziali e capaci, non ciechi critici carichi di pregiudizio. Peccato davvero che le tue siano solo parole buttate al vento: se davvero scrivessi, scopriresti che i miei colossali ed imperdonabili errori non sono altro che le banalitá proprie degli adolescenti della mia etá”.
Durante le nostre liti ho iniziato ad avere la sensazione di uno scontro quotidiano con un’incaponita bambina scontrosa.
Ho iniziato ad avere un’unico desiderio: che mia madre diventasse una donna consapevole, saggia e matura.
Un desiderio che restò sempre tale.
Tra me e mia madre era cresciuto un muro che nessuna delle due aveva la capacitá di radere al suolo.
Si alzava e si rinforzava. diventava sempre più pesante.
“Perché ci devi sempre paragonare? Perché questo continuo pesare me e mio fratello? Siamo due individui completamente differenti nella nostra individualità..Perchè voi genitori che vi vantate tanto di avere un brillante cervello logico-matematico non capite che con me e mio fratello usate due metodi di misura differente?…Già il confronto tra due fratelli è di per sè sbagliato, in più, giudicate in maniera sbagliata quello che vedete. O meglio dire, quello che volete vedere!”.
L’ambiente famigliare diventava sempre più asfissiante.
Ho iniziato ad odiare mio fratello; non un compagno di vita, ma un rivale puramente egoista.
Chiusi ognuno nella sua camera, chini sui libri, ciascuno pensava a coprisi le spalle a discapito dell’altro.
Mai abbiamo pensato che ci saremo potuti aiutare, collaborare per confrontarci insieme, uniti, con i nostri genitori.
L’unione delle nostre voci ci avrebbe resi più forti.
La nostra famiglia aveva trovato il modo, consapevole o non, di farci restare gli estranei che orfanotrofio ci aveva resi.
Faticavo a riconoscere in Javier il ricordo del fratellino che mi portavo nel cuore.
Come poteva essere cambiato tanto?
Come era posssibile che ci nuocessimo in quel modo?
Non ne ho mai discusso con lui.
Avevo la netta sensazione che anche mio fratello mi ritenesse una sciocca.
La cretina di turno; infatti mi dava della mucca.
“Perchè mi chiami così?”,
“Perchè hai gli occhi vuoti e stupidi delle mucche”.
Era tristezza.
Influenzato dai genitori aveva scambiato la mia pena per superficialità.
Di che avevo da discutere con lui se erano riusciti a convincere mio fratello che io fossi una stupida?
Perchè perdere tempo con parole inutili?
Non nutrivo la speranza di un riavvicinamento.
Entrambi troppo concentrati sul proprio sedere.
Ho iniziato a pensare a Ted.
Meglio rifugiarmi nel mio più tenero passato.
Meglio pensare al mio campione, al mio coraggioso cavaliere, a quel meraviglioso fratello che mi avevano portato via.

Arrivò il giorno dei miei esami di terza media.
Un’esperienza fantastica che ho superato senza problemi.
Naturalmente mio fratello ha ricevuto l’applauso di tutte le insegnanti.
Io no.
Mi hanno fatto pesare anche questo a casa.
Non avevano notato il fatto che anche i miei esami fossero andati bene.
“Tu non hai ricevuto l’applauso; le professoresse non ti hanno stretto la mano…Non che me lo aspettassi…”.
Non proprio le più belle parole di riconoscimento.
Rovinato anche il ricordo degli esami di terza media.
Non avrebbero dovuto essere felici della conferma che mio fratello fosse migliore di me?
Avevo già deciso da tempo che avrei fatto il liceo classico.
La scelta del dove arrivò molto più tardi: Frascati.
Mio fratello aveva preferito il liceo scientifico.
Il dove è stato determinato dal prestigio della scuola: la mia famiglia era venuta a sapere che al Touschek di Grottaferrata stavano formando una classe sperimentale che avrebbe racchiuso solo alunni usciti dalle medie con il massimo dei voti.
Il destino aveva scelto per lui.
I miei genitori si gonfiavano il petto di orgoglio dopo che mio fratello trovò posto proprio tra quell’elitè.
A me che dicevano?
“Adesso cerca di darti da fare! Guarda che il classico è davvero difficile. Non farci fare le solite figuracce”.

63-make up

Mi sembrava di non valere niente dentro casa.
Non facevano altro che contraddire i miei comportamenti.
Le domande sul mio conto continuavano a farle a mio fratello, che ormai era una sorta di anticatica spia.
Ogni cosa che gli confidavo andava subito a finire sulla bocca di mamma e giù le litigate. E io stupida che mi sforzavo ancora di costruire un rapporto genuino con Javier.
Mio fratello non dava il giusto valore alle mie confidenze.
Per questo motivo presi la decisione di non creare più inutili tentativi di creare un buon rapporto con lui.
L’averlo nella stessa classe, poi, non mi aiutava affatto.
Io me ne sarei rimasta tanto tranquilla nella mia vecchia sezione.
Ed invece, eccomi qui, con il mio fratello spione.
Furbo lui. Se l’attenzione dei miei era tutta su di me lui poteva passarla liscia.
Grande egoista era diventato in orfanotrofio e grande egoista era rimasto. La famiglia lo aveva persino peggiorato.
Mi sembrava che pensasse esclusivamente al suo vantaggio.
Era diventato chiaro che ero diventata la pecora nera della famiglia.
Secondo loro non facevo altro che errori su errori.
Se avevo la possibilità di fare delle scelte sembravo preferire la peggiore.
A loro parere ero una gelosa accanita.
Sarei stata gelosa di tutte le altre.
Avevano iniziato a pretendere di conoscere le mie sensazioni, i miei sentimenti. Persino ad anticiparli.
Si illudevano di conoscermi profondamente.
Non riuscivano a capirmi perché non si sforzavano di farlo.
Perché non volevano farlo.
L’unica tecnica di difesa che mi sembrò applicabile dentro casa fu chiudermi in me stessa.
Chi si sarebbe interessata di me d’altronde?
L’unica persona che lo aveva sempre fatto: me stessa.
Inutile tentare un qualche legame di amicizia.
Inesorabilmente sceglievo quella sbagliata, vale a dire che non piaceva a mia madre.
Di portare a casa qualcuno era impensabile, di andare a casa loro peggio.
Non cercavo la confidenza dei miei coetanei perchè non avevo la libertà di farlo.
Mi sono abituata alla solitudine.
Presi la decisione di non dare eccessiva importanza alle parole di mia madre.
Mi sarei costruita un castello solido, inaccessibile, dove nessuno sarebbe potuto entrare.
Il mio rifugio, dove solo io sarei stata signora e padrona.
Certo, nemmeno nei miei peggiori incubi mi sarei mai immaginata che avrei sentito la necessitá di difendermi dalle parole della mia famiglia.
Vedermi sminuita, essere percepita come sbagliata mi ha portata solo ad alienarmi da tutto.
Dimostrare che si sbagliavano?
Continuare la solita guerra con mio fratello per dimostrare che potevo valere anche io?
Soddisfare i desideri dei miei per innalzarmi ai loro occhi?
Il solo pensiero delle future battaglie mi toglieva la forza per impegnarmi.
In orfanotrofio una sopravvivenza pacifica era garantita dall’anomimato: se non mi fossi distinta dalle altre, ma fossi rimasta una tra le tante, non avrei avuto problemi.
Nella mia famiglia una sopravvivenza pacifica era garantita solo dal successo scolastico: solo al primo aspettavano onori, al secondo la vergogna.
Era stata molto più facile la vecchia vita.
Chi lo avrebbe mai detto?
Chi avrebbe mai potuto immaginare che la mia vita di orfana sarebbe stata più semplice…Paradossale…Chissà se incontrerò mai qualcuno che possa capirmi. Una persona che legga i miei silenzi, che faccia le giuste domande e sappia ascoltare le risposte; una persona che, in definitiva, voglia comprendermi.
Chissà se quest’estraneo esiste e se riuscirà a entrare nel mio castello e dividere con me tutti i miei segreti, o semplicemente la Clara che ero, che sono, e che devo scoprire io stessa…
Qualunque mio interesse in casa era destinato a prendere sfumature di negativitá.
La mia passione per il make up era vista male.
“Tu hai il trucco nel sangue”,
“Tanto farai la fine di tua madre”,
“Che mi arrabbio a fare: il fatto è che siete una razza balorda”.
Si. Una escalation di offese che col passare del tempo cresceva in gravità.
Io non stavo zitta.
“Poi ti offendi se ti danno della sardegnola. I sardi non sono certo famosi nel mondo per aver costruito un impero”,
“Tu sei tutta matta”.
Era botta e risposta.
“Così ringrazi per averti tirato fuori dalla merda?”.
Non so tutt’oggi se mia madre si è mai resa conto del peso e del valore delle parole.
Usava la lingua come una spada: doveva colpire, ferire, non aveva importanza come ma doveva far male.
Perchè parlare della mia madre biologica?
Non era lei la mia unica madre?
Per me lo era.
All’altra non avevo mai pensato.
Perchè parlare delle mie origine colombiane come qualcosa di negativo?
Neppure mi sentivo latinoamericana.
A chi lo avesse chiiesto avrei risposto: “Io sono italiana. Mi sento italiana”.
Perchè avrei dovuto ringraziarla per avermi adottata?
Perchè lei si aspettava di essere ringraziata?
Una madre fa delle scelte perchè si aspetta una qualche ricompensa dal fglio?
Eravamo una famiglia.
L’amore reciproco sarebbe dovuto essere l’arco di volta…Solo noi non sapevamo dimostrare, di dimostrarci il nostro legame.
Ci regalavamo giudizi, strilli, litigate. Parole, non per unirci ma per ferirci.
Dato che l’argomento make-up sembrava disturbare mia madre celavo il mio interesse.
Mi appariva più che naturale per la mia età…Non era così per mia madre…Mi aveva spiata?
Avevo trovavo il modo per esprimere la mia voglia di farmi bella, di migliorare il mio aspetto: prima di farmi la doccia facevo i miei esperimenti. Prendevo i trucchi di mia madre e li provavo sul viso. Il mio tempo in bagno si prolungò, mia madre deve averlo notato, o forse aveva notato che i suoi ombretti, il suo fard e le sue matite si consumavano da sole…Io di nascosto, in completa intimità mi creavo la mia esperienza…Come faceva mia madre a sapere quello che facevo?…Non mi era mai venuto in mente lo spioncino della porta del bagno.
Chiavi in casa non erano tollerate, io non avevo mai immaginato mia madre china vicina alla porta a sbirciare. Una madre non puteva certo ridursi a spiare una figlia! Non esisteva! Quando mai!
Invece mia madre mi ha spiato per anni. Sempre in quel modo.
Mi truccavo prima di lavarmi pensando di farlo di nascosto.
Se lei entrava di nascosto in bagno io chinavo la testa per mandare avanti i capelli per nascondere il viso e mi buttavo dentro la vasca.
Cosa c’era di così sbagliato nel fatto che mi piaccessero i trucchi e che volessi farmi più carina? Non la fanno tutte le altre ragazze?
Persino le mie compagne di classe lo riconoscevano: diventavo carina con un poco di trucco sul viso.
Lo sapevano perchè durante le feste di compleanno mi era permesso truccarmi.
Arrivavamo tutte in casa del festeggiato con la borsetta piena di tesori e ci restauravamo prima che la festa iniziasse. Il traffico era intenso. Chi prestava questo al posto di quello.
Adoravo quei momenti.
la mia borsetta in un primo momento era sprovvista di qualunque tipo di trucco ma la cosa non mi rattristava: usavo quelli delle mie compagne. I residui di make up sul mio viso tolti malamente con del sapone hanno convinto mia madre, suo malgrado, a cedermi i suoi vecchi trucchi; lei ne faceva una questione di igiene; io ero felice di avere finalmente qualcosa da condividere con tutte le altre.
Ci struccavamo prima che venissero a prenderci i genitori.
Da sole ci sentivamo libere di osare, di sperimentare.
Di far finta di essere grandi.
Ci detergivamo il viso e ci toglievamo lo smalto dalle unghie per illudere i nostri genitori che eravamo ancora le bambine di una volta.
Mi sentivo come tutte le altre.
Sensazioni che non avevo a casa mia.
Al riparo della mia camera la domanda che mi ponevo era una soltanto:
“Cosa c’è di così sbagliato in me?”
Un quesito che la mia stessa famiglia mi aveva indotto a formularmi.
Una domanda che sarebbe stata la mia eterna compagna per molti anni.
Mi avevano portata a credere che in me ci fosse qualcosa che non andasse. Che fossi nata storta e perciò destinata ad esserlo per tutta la vita.