15- patas de perro

I mesi seguenti furono il periodo peggiore che trascorsi dentro l’orfanotrofio.

Ero stata privata di ogni piccolo bel particolare di quella vita: niente visite allo zoo, niente teatro, niente parco la domenica, niente merenda, niente regali di natale, niente televisione o giochi nella quotidianità.

Non furono privazioni che mi addolorarono in maniera particolare.

Più di ogni altra cosa fu pesante diventare il capro espiatorio di tutte le altre. Passai qualche mese non nella totale solitudine ma nel disprezzo generale. Qualcuno cominciò a cercarmi. Se prima del furto ero ignorata dalle altre, ora ero odiata.

La campagna contro di me fu condotta con entusiamo da due personaggi: Suly, un atteggiamento del tutto giustificabile e un’altra bambina. Una nera che da sempre nutriva rancore nei miei cofronti. Non ne ricordo la ragione, suppongo di esserle stata fortemente antipatica.

Le due mi presero di mira per un innumerevile numero di dispetti quotiani. Pizzichi, tirate di capelli, spinte improvvise.

Le altre ridevano con gusto nel vedermi subire questi giochetti.

Tutte presero a chiamarmi “patas de perro”. Zampe di cane.

Seppero bene dove colpirmi per farmi male. Mi ferirono nell’orgoglio e con grande piacere scoprirono che le mie ustioni erano particolarmente sensibili. I pizzichi, su di esse furono terribilmente dolorosi. Era stata la nera a scoprire casualmente il mio punto debole.

Sedevo al bordo del mio mio letto, quando improvvisamente lei per montare sul letto sopra al mio mi salì sulle cosce. Non fu un contatto fugace, con intenzione mosse i piedi quasi volesse spegnere una sigaretta sulle mie gambe. Il dolore fu indescrivibile. Le mie urla di dolore e le lacrime le diedero molta soddisfazione. Da quel momento in poi cercò sempre di mettere le mani esclusivamente sulle mie cicatrici.

Di notte, gli scherzi di cattivo gusto delle mie compagne raggiungevano l’apice. Amavano colpirmi mentre ero immersa nel sonno.

Le mie lacrime non le intenerirono affatto. Le caricarono maggiormente.

Mi stancai di essere vittima. Dovevo difendermi.

Per noi esistevano solo due armi di difesa: le unghie e la forza delle braccia.

Mi misi di impegno per far crescere la lunghezza della punta delle mie dita.

Girava voce che se avessi mangiato i gusci delle uova le unghie mi sarebbero cresciute più in fretta e più forti. Li mangiai ogni volta che fu possibile. Un buon risultato non tardò ad arrivare. Affilavo i miei artigli e nel frattempo facevo attenzione che le suore non si accorgessero di essi. Se fosse accaduto mi sarebbero state tagliate all’istante.

Era pomeriggio.

Dormivo profondamente con la testa appoggiata al tavolo quando sentii una morsa stringermi una coscia. Il dolore fu simultaneo. Cercai di vincerlo e mi concentrai sull’attacco.

Vidi la mano nera allontanarsi veloce e furtiva dietro di me.

La rabbia mi esplose fulminea.

Mi alzai di scatto e mi girai ad affrontarla. Artigliai le dita e le affondai le unghie sulla guancia.

La mia avversaria si immobilizzò dallo stupore di vedermi reagire.

Vidi sgorgare piccole gocce cremidi dal viso di lei. Vedere quel rosso mi infervorò, perché presi tra le mani i suoi corti capelli simili a lana e tirai forte con tutta l’intenzione di strappare quanto più mi sarebbe stato possibile.

La mia risposta la colse del tutto impreparata perché lei non reagì affatto. Si lasciò torcere violentamente la testa dai miei scossoni rigorosi.

“Non azzardarti più a toccarmi!”, le sussurrai all’orecchio mentre continuavo a scuoterla.

Mollai la presa all’improvviso e mi allontanai da lei velocemente.

I nostri incontri dovevano neccessariamente avvenire a quel modo: concentrati, violenti ma di breve durata: le nostre sorveglianti non dovevano avere il tempo di intervenire o sarebbero stati guai.

Mi girai a guardare la mia aguzzina una volta che mi trovai a debita distanza.

Lei si portò la mano alla guancia e si sentì bruciare al contatto delle dita con le ferite della guancia.

Mossi le mani come a togliermi della polvere. Per farle intendere che erano i suoi ricci quelli di cui mi stavo sprezzantemente liberando.

Le sue lacrime assetarono la mia vendetta.

Mi calmai e le diedi le spalle.

Suly assistette alla scena senza intervenire. Mi aspettavo che reagisse. Almeno verbalmente. Non lo fece. Ammirò la mia reazione al bullismo delle altre e decise di allacciare con me un rapporto pacifico. Lo venni a sapere in seguito e la cosa mi diede fastidio.

Pensavo di essermi liberata per sempre della sua compagnia. Non avevo pensato alla furbizia di Suly. Lei mi cercò con l’intenzione di perdonarmi per averla messa in mezzo ingiustamente. Io ero stata troppo in torto per poter rifiutare il suo invito alla pace.

14- la ladra

“Nignito Jesus nasido en Belèn, benedise la mesa y  nosotros tambien”.

Quel giorno vinse la mia preghiera preferita. Breve. Chiara. Concisa ed efficace. Dio non avrebbe certo fatto caso alla durata delle nostre preghiere: importante era l’intenzione. Il Signore sarebbe stato felicissimo di un semplice “Grazie”, detto di cuore. Iniziai a mangiare senza alcun gusto.

A me Dio mi avrebbe sbattuta all’inferno senza alcun ripensamento.

Mi ero pentita dell’azione che avevo commesso quella stessa mattina a scuola.

Consapevole delle terribili conseguenze che avrebbe comportato il mio gesto decisi che il giorno dopo avrei cercato di rimediare per rimettere tutto a posto. Il cuore mi batteva in petto come impazzito.

Come mi era venuto in mente di rubare un paio di forbici in classe? Erano di una mia compagna! Lei aveva pianto per riaverle. Io le desideravo troppo per confessarle che erano nascoste dentro la mia cartella. Me le ero portate a casa. Ora desideravo non averlo mai fatto. Il mio turbamento non faceva che aumentare. Odiavo questo stato d’animo. Non era tollerabile. Presi la decisione più giusta: il giorno dopo avrei restituito quel piccolo arnese alla legittima proprietaria. Quanto ero pentita della mia azione! Pregai perché Dio mi perdonasse. Sarei riuscita a scampare le fiamme infernali che avrebbero corrotto la mia anima? Quale terribile castigo avrei subito in eterno?

Troppo in colpa per poter dormire beatamente, posai la testa sulle braccia che avevo posato sul tavolo e finsi di fare una serena siesta pomeridiana. Nel silenzio della stanza mi sembrava che dalla mia cartella giungesse un leggero cigolio. Erano le forbici, divenute incandescenti, stavano facendo bruciareil tessuto della borsa scolastica. Presto tutti avrebbero visto il fumo. Ordinai a me stessa di smetterla con la mia stupida immaginazione. Le avevo desiderate così tanto. Erano di un bel rosa. Le avevo volute e le avevo prese. Le avevo rubate. Che cretina ero stata. Il giorno seguente avrei risistemato le cose. Smisi di pensare. Fissai il vuoto nella speranza di riuscire ad assopirmi. Il sonno non arrivò.

Accolsi con una nervosa gratitudine il risveglio di tutte le mie compagne. Dopo aver fatto un grosso sbadiglio e finto di stirarmi, corsi a prendere la mia cartella. A gli occhi degli altri l’avrei presa per iniziare a fare i compiti; io volevo sincerarmi che l’aggetto stesse ancora lì e fosse ben nascosto. Tirai fuori con attenzione i miei due quaderni.

Il silenzio assoluto accolse il rumore di un paio di forbici che cadevano a terra. C’ero solo io nella stanza perché le altre erano corse via a prendere ciascuna il prorio zaino. Mi si fermò il cuore quando vidi che nella stanza con me c’era una suora. Uno sguardo perplesso era fisso sulle forbici. La donna guardò l’oggetto come se fosse stata un arma da fuoco. Non avevo scampo.

“Da dove le hai prese queste?”, mi urlò contro, mentre si avvicinava a me pericolosa come un serpente che ha individuato la preda. Deglutii. Il panico mi rallentò il flusso sanguigno. Pallida e immobile sentii la ferrea presa con la quale la giovane suora mi torse l’orecchio. Pensai solo una cosa: “Sono nella cacca”.

“Ti ho chiesto dove le hai prese? Devi fare male a qualcuno con queste? Lo sai che qui non devono entrare oggetti che vengono dall’esterno e men che mai oggetti pericolosi con i quali potete farvi male! Ti ho chiesto: chi te le ha date queste?”, mi urlo a voce sempre più alta. Scosse ferocemente il mio corpo usando il mio povero orecchio come perno. Il terrore aveva bloccato persino le lacrime.

“Me le ha date Suly”, sputai fuori senza pensare.

La poveretta, per la prima volta in vita sua innocente, si sentì morire quando feci il suo nome. Chi se ne frega! Mi stava troppo antipatica, e poi meglio che la suora si sfogasse su di lei che su di me! Mi avrebbe certamente creduta, Suly era famosa per il suo carattere difficile e disubbidiente. Io non avevo mai dato problemi. Ora non c’era posto per il senso di colpa e gli esami di coscienza. Dovevo solo togliermi da questa imbarazzante e pericolosa situazione.

Inaspettatamente la donna non mi mollò. Si limitò a prendere anche l’altra per l’orecchio.

“Allora da dove saltano fuori queste?”, chiese con finta calma,

“Non lo so. Io non le ho mai viste”.

Abituata al comportamento ribelle e strafottente della mia compagna, non le credette nemmeno per un istante. Con uno strattone la allontanò da sé e le stampò due sonori schiaffoni sulle guance. Tutto procedeva come avevo programmato, tuttavia, il rumore secco di quelle mani sul viso dell’altra mi turbò.

“Che diavolo stai facendo?”, pensai.

“Io non le ho mai viste quelle forbici! Non so di chi sono! Non le ho mai date a nessuno!”, urlò rabbiosamente.

Mi guardò con rabbia. “Dì la verità e non mettermi in mezzo! Non è giusto!”, disse rivolta a me.

Proprio quando pensai di essermela cavata, a lei, per la prima volta, fu creduto.

Negli occhi della suora vidi riflesse le fiamme dell’inferno.

Ricevetti tutti gli schiaffi che mi ero meritata.

Fui sbattuta addosso al muro e mentre mi veniva strofinata la testa sulla stessa parete sulla quale ero stata spinta, mentre una mano mi schiacciava il viso e mi impedivala la respirazione, sentii una voce fredda urlarmi nell’orecchio.

“Dove hai preso queste forbici? Dimmi la verità sennò ti spezzo addosso la scopa a suon di bastonate!”.

Con le lacrime che uscivano quattro a quattro. Terrorizzata. Ancora senza riflettere, sentii una voce che non riconobbi come mia:

“Me le ha regalate mio fratello”.

La suora scoppiò a ridere divertita. Mi trascinò fuori dalla mensa per un orecchio. Per un attimo pensai che me lo avrebbe strappato. Lo sentivo pulsare sotto la sua presa, mi sembrava che fosse diventato bollente. Prese il telefono.

“Carmen, dovresti farmi un favore. Chiedi a Maurizio Barrera se ha regalato alla sorella un paio di forbici. Gli devi cacciare fuori la verità”.

Mi sentii morire. Il caimano avrebbe interrogato Javier. Iniziai a singhiozzare, consapevole che per colpa della mia codardia mio fratello sarebbe stato picchiato selvaggiamente. Fui condotta nella casa dei maschi.

Tutte le altre bambine mi fissarono sbalorbite come se stessero assistendo alla visione di un triller avvincente. Yoisaira mi guardò con una faccia incredula. Del tutto incapace di venire in mio soccorso. Il ghigno che mi dedicò Suly fu una premonizione di ciò che avrei subito. Mi si gelò il sangue e mi si rizzarono i peli su tutto il corpo.

Un piccolo corteo di suore mi accompagnava. A occhi estranei sarei apparsa come una strega alla quale era stato decretato il rogo.

Il mio pubblico diventò tutto di sesso maschile. Provai una grande vergogna. Mi spinsero davanti a mio fratello. Lo guardai cercando di chiedergli perdono in silenzio. Lui nemmeno volle guardarmi negli occhi. Il rossore indotto sulle sue guance disse tutto. Mi maledissi per la mia stupidità. Quanto avevo dannatamente peggiorato la mia situazione!

“Il fratello non le ha dato nulla. Lo conosco abbastanza bene da capire che è stato sincero”.

Le parole del caimano decretarono la mia condanna.

Pizzicata in ogni parte del corpo, schiaffeggiata, spinta a terra, fui battuta per la mia azione. Le botte e le punizioni furono esemplari: le conseguenze del mio gesto dovevano fare da monito a tutti affinchè nessuno ripetesse quanto io avevo fatto.

Quella notte, supina a pancia sotto, perché il dolore sui glutei e la schiena era insopportabile, piansi tutta la mia vergogna. Mi sentivo le guance in fiamme e il padiglione auricolare come dotato di un cuore interno tutto suo. Pulsava dolorosamente. Prima di cadere in un sonno profondo, ebbi il coraggio di ammettere la dura verità. “Te lo sei meritato tutto; sei solo una grande stupida”, dissi a me stessa. Mi odiai da sola. Il dolore fisico che mi sembrava scorrere nel corpo insieme al sangue era giusto. Accettai le conseguenze del mio reato consapevole della mia colpa e quella stessa sofferenza sembrò purificarmi.

Presi una decisione: promisi che mai sarei diventata una ragazzina cattiva e che avrei rigato dritto per non diventare come Suly. Non avrei mai più trasgredito alle regole che Leidy si era sforzata di insegarmi. Mi sarei comportata bene e non avrei mai più attirato l’attenzione su di me.

La mattina seguente una sorvegliante mi accompagnò a scuola. La donna avrebbe dovuto accertarsi che restituissi le forbici alla legittima proprietaria.

Il direttore fu informato della presenza della religiosa e, di consegenza, di tutto l’accaduto. Mi aspettavo un richiamo davanti a tutti i bambini della scuola e alle maestre. Non lo fece. Si presentò in classe proprio subito dopo che ebbi ceduto l’oggetto rubato.

“Barrera, devi abbandonare immediatamente questo istituto. Questa scuola non perdona determinati atteggiamenti. Avrai un po’ di tempo per riflettere sulle tue azioni. Potrai tornare l’anno prossimo per ripetere l’anno”. Detto questo si girò per tornare nel suo ufficio.

Mi stupii di avere ancora lacrime da versare. Pensavo di averle terminate tutte il giorno prima. Ero stata umiliata anche a scuola. Quella bocciatuta aveva compromesso maggiormente la mia situazione. Ero divenuta la vergogna dell’orfanotrofio. Fui letteralmente trascinata a casa.

“Vattene dai bambini della prescolare. Togliti da davanti alla mia vista prima che ti ammazzi di botte”. Ubbidii immediatamente all’ordine che mi fu urlato contro. Scappai da lei quando in realtà sarei voluta scappare dal mondo intero.

13- comunismo e mecenatismo

Essere destinata all’orfanotrofio significa trovarsi a vivere sotto un regime di tipo comunista: non esiste il minimo concetto di proprietà privata: non si era padroni di nulla. Tutto era di tutti, dalle mutande che indossavi alla tazzina di plastica con cui stavi giocando.

Gli adulti ritenevano che questa fosse la scelta più giusta per noi.

Noi bambine non la pensavamo affatto così. Qualunque fosse l’attività in cui eravamo impegnate, il gioco, la doccia, la scelta dei vestiti; solo un fattore regnava: la competizione continua.

Una lotta che durava da quando aprivamo gli occhi a quando li chiudevamo.

In quest’ambiente coatto, di conseguenza, non era possibile che nascesse un rapporto di amicizia propriamente detto. Si formava, soltanto, un rapporto clientelare tipico dell’antica civiltà romana: la tua importanza rispetto alle altre era data dal potere delle tue protettrici; avevi più o meno voce in capitolo a seconda dell’autorità di chi ti copriva le spalle. I primi anni per me furono i più facili perché il mio mecenate era Leidy. Per molto tempo nessuno osò toccarmi o intralciare la mia strada perché tutte sapevano che ero la protetta della ragazza dal volto deforme. Aveva un temperamento buono ma la vita le aveva insegnato a diventate molto cattiva quando era necessario. Se Leidy si arrabbiava diventava una furia inarrestabile.

La mia fortuna, tuttavia, non potè durare troppo lungo: il mio rapporto di protezione con ques’ultima terminò quando Leidy compì la maggiore età. L’arrivo della maturità per lei significò soltanto una cosa: avrebbe dovuto abbandonare l’orfanotrofio, non adottata, ma con le proprie gambe. Da quel momento lei avrebbe dovuto pensare da sola a se stessa come qualunque altra donna adulta. In questo modo diventò donna e responsabile di sé da un giorno all’altro. Fece il suo bagaglio, mi diede un rapido saluto con gesti sereni e sicuri e uscì di casa per l’ultima volta. Rimasi davanti alla porta d’ingresso con gli occhi lucidi finchè non la vidi scomparire.

La incontrai di nuovo molti anni dopo quando ritornò a trovarci. Era felice. Aveva un bel pancione rotondo e un bravo ragazzo che l’accompagnava. Era diventata adulta. Vederla così differente dalla ragazza che conoscevo mi rese timida nei suoi confronti. Quando mi abbracciò non seppi rispondere con l’entusiasmo che avrei desiderato. Non la rividi mai più.

Leidy aveva una sorella di qualche anno più piccola di lei ma comunque più grande rispetto a me. Yoisaira. A quest’ultima la sorella lasciò l’onere di proteggermi. Una ragazza dalla corporatura fragile, talmente corretta con tutti che la sua bontà la metteva sopra tutte le altre. Nessuna osava infastidirla o contraddirla.

Questo era il tipo di relazione che intercorreva tra noi orfane dentro la nostra casa comune.

Il fatto che non si potesse instaurare un legame di amicizia e di genuina fiducia tra di noi marchiò definitivamente il mio carattere. Benchè qualcuna potesse vantarsi di essere partecipe della strana forma di mecenatismo descritta, ci legavamo alle nostra protettrici per una mera questione di vantaggio personale. Nella quotidiana lotta che ci occupava le une contro le altre era meglio avere un alleato; di fatto, non c’era nessun tipo di legame sentimentale autentico.Era come se preferissimo avere un cuore frigido piuttosto che essere ferite da qualcuno che avevamo imparato ad amare. Da ciò, per me (e suppongo per la maggior parte delle mie compagne) ne scaturì una totale chiusura verso il mondo esterno. Non mi affezionai a nessuna e a niente. Vigeva solo una legge: pensare esclusivamente a se stessi. Proteggersi dalle rivalità e le ostilità delle altre. Molti anni dopo scoprii che questa mia chiusura, inserita nell’ambiente famigliare, si sarebbe trasformata in una profonda timidezza. Tutt’oggi ne soffro. Con la conseguenza che, come il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupèry, arrossisco e abbasso gli occhi quando mi trovo al centro dell’attenzione, qualunque sia il luogo o l’argomento di discussione. Un’altra eredità di questo stile di vita è dato dal fatto che pretendo di fare tutto da sola, anche quando è dannnatamente chiaro che dovrei chiedere aiuto. Non ho mai imparato a chiedere il sostegno di qualcuno. Per farlo devo fare forza contro me stessa.

Tra la solitudine e la compagnia gradisco di piú la prima. La solitudine non crea aspettative facili da tradire. Questo mi ha insegnato la mia infansia.