Nella casa l’aria era così tesa che il nervosismo sembrava in grado di rallentare il respiro.
Troppa poca aria per il cuore di ognuna noi che galoppava furioso per il timore di quanto sarebbe potuto accadere.
Ognuna di noi si isolò dentro le proprie paure. Ciascuna di noi preferì guardare a terra piuttosto che dover incontrare gli occhi smarriti delle altre.
“Sono appena arrivate le pagelle”. Annunciò con gioia la voce di una suorina. Il nostro terrore la divertiva.
Impercettibili movimenti tesi di puro nervosimo accompagnarono la rivelazione. Dopo di chè regnò il silenzio assoluto. Ce ne stavamo immobili. Sedute nella sala tv.
Se avessimo potuto avremo smesso di respirare perché ci sembrava di essere troppo rumorose nell’espirare ed inspiare.
Io avrei voluto uscire dalla stanza per urlare e liberermi dalle brutte sensazioni che mi invadevano.
La giovane suora ci venne incontro veloce e decisa. Il silenzio non la stupì. La fece ridere.
“Senti che bel silenzio, come mai?…questo si che è un evento raro: niente chiacchere oggi…Senso di colpa?”.
Posò rumorosamente sul bancome il blocco di fogli che poco prima aveva posati sul seno. Saltammò tutte insieme. Qualcuna iniziò a piangere.
“Allora…Qualcuno vuole dire qualcosa prima che inizi la consegna? Nessuna?…Niente?…Allora inizio e spero per voi che non ci siano troppe brutte sorprese”.
Sapevamo bene che questo rituale sarebbe durato l’intera giornata.
Una alla volta saremmo state chiamate tutte.
Sarebbe stata letta a voce alta ciascuna pagella e a seguito di ciò sarebbero giunte o lodi o bastonate.
Era il momento dell’anno più idiato. Il momento più brutto.
Era una tortura stare lì sedute ad aspettare il proprio turno.
Il magone mi bloccò la salivazione. Avevo le mani sudate. Non c’era sensazione che che mi infastidisse di più. Non ho mai tollerato il sudore sulle mani. Sia sulle mie che su chiunque venisse a contatto non me. Infastidita mi passai più volte i palmi sui pantaloni per asciugarli.
Giunse l’ora del pranzo.
Una lunga pausa ci permise di respirare per un pochino.
Il timore dei brutti voti ci rese più mansuete e ubbidienti. Mangiammo nell’ordine assoluto e solo poche di noi ebbero il coraggio di chiaccherare. Solo chi era venuta a conoscenza dei propri voti ebbe l’ardire di chiaccherare sottovoce. Per loro il peggio era passato.
La mia paura invece si stava tramutando in terrore.
La mia bocciatura l’anno precedente era stata un grande peso da sopportare; se non avessi avuto buoni voti, per me le botte sarebbero state esemplari. Era stato un primato essere bocciata in prima elementare. Brutti voti avrebbero decretato brutte cose per me.
Mangiai senza alcun gusto e forzatamente.
Mi ero sforzata di non attirare l’attenzione delle nostre sorveglianti, sebbene ormai mi fossi marchiata ai loro occhi come una ragazzina problematica, con il tempo avevano capito che la mia indole era quella di una bambina tranquilla.
Il mio impegno a comportarmi bene però non le aveva disincantate; da me si aspettavano qualche guaio. Io mi sforzai di non soddisfare questa loro aspettativa.
Ora però, non ero del tutto certa di averlo fatto.
Impiegai il doppio del tempo rispetto il normale a finire il pranzo.
Un tacito e silenzioso accordo tra tutte noi ci permise di farlo.
Mangiammo seguando la tecnica delle “magnitas”: ingerimmo il nostro cibo a piccolissime boccate; tre chicchi di riso a volta. Le suore ci lasciarono fare; persino loro sentivano bisogno di una lunga pausa dal dover usare le mani.
Con rammarico fummo condotte nella stanza delle torture. Per quel giorno non ci sarebbe stato alcun riposo.
Mi sedetti con le mani in mano. Sentivo che il mio cuore, di nuovo, era sommerso dalla paura. Feci tre profondi respiri per tranquillizzarmi. L’arrivo di una suora stroncò l’uscita del mio ultimo profondo sospiro. La donna prese in mano la prima pagella a portata di mano. Il mio cuore corse via come un selvaggio cavallo impazzito.
“Clara”.
Il mio muscolo cardiaco sembrò accelerare la sua frenetica corsa per fermarsi completamente del tutto un attimo dopo..
Apriii la bocca per riempire i polmoni di aria pura ma l’aria mi sembrò priva di ossigeno. Iniziò a girarmi la testa. Appoggiai entrambe le mani sulla panca sulla quale sedevo per sorreggermi. Fui sommersa da cattive sensazioni.
Con occhi disperati fissai la suora. Lei lesse in silenzio quanto era compilato su qul foglio. Alzò gli occhi per incontrare il mio sguardo.
“Vieni qui”.
Quel comando freddo mi scombussolò maggiormente. Ecco arrivare le botte. Ormai sarei entrata a far parte della lista nera.
Feci quanto mi era stato detto facendomi coraggio da sola. Ricordai a me stessa che il dolore fisico solitamente impiegava poco a passare. Il segreto era lasciare la testa morbida e lascarle la totale libertà di movimento nel farle sfogare l’impatto con la mano della suora. Rilassai i muscoli del collo e mi preparai all’impatto.
“Girati verso le tue compagne”.
Stupita a quelle parole, obbedii. Non avevo visto alcuna scopa nelle vicinanze. Perché mai dovevo darle le spalle? Come aveva intenzione di picchirmi?
Le sue parole bloccarono i miei pensieri.
“Questa è la pagella che ognuna di voi dovrebbe portare a casa. Questi sono i voti che noi pretendiamo. Solitamente la maggioranza di voi ci presenta il contrario. Fatele un bell’applauso perché questa è la più bella pagella che io abbia mai visto”.
A bocca aperta fissai quel foglio. Tutti ottimi e un buono in educazione fisica.
Nella stanza esplose l’ovazine per me. Incredibile.
La suora mi battè due pacche sulla schiena e mi sorrise. Ancora più incredibile. La tensione si sciolse tutta insieme. Mi appoggiai le mani sul pube e scappai via prima di dover farmela addosso. Le risate arrivarono fino al bagno. Sorrisi soddisfatta e stupita mentre con gioia svuotai la mia vescica. Il giubilo durò molto poco perché il pianto di una bambina mi rivelò che non era stata brava quanto me. Rientrai nella stanza del tutto tranquillizzata e desiderosa che la notte si sbigasse a calare.
I miei buoni risultati mi fecero guadagnare molti punti agli occhi degli adulti. Si sentirono di perdonarmi i guai combinati in passato e si abituarono alle mie belle pagelle. I miei voti furono sempre all’altezza delle loro aspettative. A un anno dalla mi a bocciautura ripresi tutti i punti che avevo perso.
Per premiarmi dei miei buoni risultati mi fu concesso di scegliere l’abito da indossare la sera della vigilia di Natale. In istituto arrivavano, probabilmente regalati da privati, bellisssimi vestiti da cerimonia. Non c’erano per tutte. Solitamente erano le bambine più belle e buone dell’orfanotrofio a indossarli e a sedere sulle prima panche della chiesa. Per me fu un vero onore poterlo fare. Sapevo bene di non essere bella, perciò accolsi il mio premio con grande allegria. Mi fu concesso di scegliere per prima. Saltellando per la felicità scelsi un vestitino sui toni del bianco e del celeste. Presi in cercchietto a tono e delle meravigliose scarpette di vernice bianca. Quando mi vidi riflessa non mi riconobbi nella principessa che vidi davanti a me. Sorrisi soddisfatta di quanto vedevo. Non ero mai stata vestita con abiti tanto belli. Mi sentii privilegiata, importante, mentre ero fatta sedere nella prima panchina della chiesa del quartiere. Notai i primi sguardi di invidia tra le mie compagne. Decisi di ignorare quei occhi gelosi e mi immersi nell’osservazione dell’altare. La voce autoriataria del prete portò l’attenzione su di lui. Seguii le sue parole dapprima con attenzione, poi iniziai ad annoiarmi. Decisi che la messa rimaneva sempre noiosissima da qualunque posizione la si seguisse. Scoprii che era meglio sedere dietro: non avevi gli occhi delle suore puntati su di te e potevi permetterti di distrarti quante volte desiderassi. Quando io iniziai a stirare il velo del mio vestito per evitare che mi si chiudessero gli occhi, gli occhi di fuoco della direttrice dell’orfanotrofio mi ordinarono di smetterla subito. Aprofittando dei rituali della celebrazione cercai di osservare le bambine che mi sedevano accanto. Volevo scoprire come facessero a rimanere concentrate e soddisfare le pretese delle suore della nostra casa. Effettivamente la loro attenzione era minima. La loro finalità era una soltanto: farsi vedere e farsi notare da tutti i fedeli. Si atteggiavano tutte a piccole donne. Marcavano ogni gesto per accentuare una femminilità tutta acerba in loro. Erano le più belle dell’orfanotrofio. Ne erano consapevoli. Quella era la loro serata: fanatiche di natura, quella era l’occasione per far risplendere la loro bellezza. Erano come tanti pavoni, orgogliosi, resi potenti dalla loro superba coda di piume. Erano così concetrate nell’elogiare il loro essere belle che a sguardi disattenti apparivano come angeli che pendevano dalle labbra del parroco.
Per fortuna la messa finì e fui libera di potermi muovere. Salutai con un grande sorriso mio fratello che sedeva nelle panchine affianco alle mie. Lui era vestito da sposo: giacca e cravatta. Javier era un bellissimo bambino, figurarsi vederlo così curato. Era una piccola delizia per gli occhi.
In gruppo compatto facemmo ritorno a casa. Camminavamo tutti con una certa fretta: ci aspettava la cena più bella dell’anno e soprattutto i regali di natale.
La natività per molti di noi era una festività che aveva una duplice valenza: ognuno di noi festeggiava la nascita del bambin Gesù ma anche la propria. I
l Natale per me era il giorno del mio compleanno.
Non sapevo con certezza quanti anni io avessi ma soprattutto non sapevo in quale giorno fossi nata.
Giunta a casa corsi a liberarmi del mio bellissimo abito senza alcuna esitazione. Mi coprii dei miei soliti vestiti e mi affrettai a correre nella sala da pranzo. Gran parte delle mie compagne erano già sedute a tavola. Il profumo delle squisitezze che mi attendevano invasero le mie narici. L’appetito mi esplose tutto insieme. Mi sedetti al primo buco che trovai senza mai abbandonare con lo sguardo l’oggetto che regava al centro della stanza. Su un grosso tavolo era disteso un intero maiale pronto a essere servito. L’esterno dell’animale si presentava intatto. Il ventre era stato ricucito dopo essere stato farcito con riso, piselli, salsiccie rosse e nere, pezzi di carne e una miriade di spezie infinite. Aspettavo un anno intero per poter gustare quel piatto.
La felicità di noi tutte era palese, quella serata era troppo bella per poterla guastare con un litigio. Ogni contesa era abbandonata per il giorno seguente. Tutte eravamo troppo concentrate a goderci la serata. Mi fu servita la mia pietanza preferita. Gustai con tutta me stessa quanto avevo dentro al piatto. La cotenna croccante in contrasto con la morbidezza della farcitura. Uno spettacolo. Fu un dispiacere quando finì. La delusione però finì istantaneamente. Arrivò Papà Noel.
L’estraneo che ricoprì i panni di Babbo Natale ci fece mille feste nel frattempo che aspettava che tutte avessimo finito di cenare. La sua attesa non fu certo lunga. Le suore di casa gli passavano delle buste sulle quali c’edra scritto il nome di ognuna di noi. Una alla volta, sentito il proprio nome, si avvicinava alla favolosa figura per ricevere il dono natalizio.
Con curiosità ed impaziensa aprii la mia busta, mentre a voce bassa dedicavo a me stessa le globali parole della canzone con le quali si festeggia ogni compleanno.
Caramelle, dolci tradizionali colombiani e una barby. Il mio pacco conteneva tutto questo.
Quanto era commestibile impiegò poco a finire, poi mi dedicai alla mia bambolina. Era una bionda donnina perfetta e fornita di ogni accessorio. Un regalo davvero bellissimo. La strinsi al petto con felicità.
Il rumore, la baldoria di casa erano incalcolabili. Oguna di noi era così felice che sentiva il bisogno di esprimere verbalmente quanto aveva nel cuore. Per quella serata fummo libere di esprimerci liberamente.
Andammo al letto stanche e soddisfatte. Strinsi al petto la mia minidonnina. La misi a dormire al mio fianco. Felice caddi nel sonno.
La magia del natale, come ogni anno, impiegò poco a finire. Già prima del risveglio sentii il preannucio delle liti. Cercai di continuare a dormire ma le urla delle altre mi costrinsero ad abbandonare il sonno.
A gruppi di due o più le contendenti si litigavano barby o accessori di essa. Anche questo era finito per diventare un rituale natalizio: il 25 dicembre era caratterizzato da furiose contese.
Sospirai e presi la mia donnina di gomma. Le mancava la bossetta e un tacco. Alzai le coperte nella speranza di trovarse. Lo ammetto, senza molto impegno. Sapevo benissimo che già quella stessa sera la mia barby sarebbe stata completamente nuda, derubata completamente di tutto da qualche compagna cleptomane. Ritrovai la borsetta ma non la scarpetta. Pazienza.
Le più grandi erano più furbe. Anche loro, come tutte le altre, ricevevano gli stessi giocattoli e in più un reggiseno. I loro giochi, però, avevano un particolare: rimanevano sigillati dentro la scatola. Le piú grandi erano solite agire in questo modo. Preferivano che le loro bambole rimanessero intatte perché ciò avrebbe garantito la loro perfetta conservazione nel tempo. Nessuna di noi si sarebbe mai sognata di sfiorare quelle scatole custodite sopra i letti. Erano gli unici giocattoli a non subire alcun tipo di furto. Io ci provai, negli anni, a non togliere i miei doni dal loro involucro. Non ne fui mai capace. Mi sembrava davvero un peccato non utilizzarli per niente. Preferii perderli ma godere di loro finchè sarebbe stato possibile.
Non appena fummo tutte lavate e vestite, dopo un abbondante colazione con cioccolata calda e soffici dolci caserecci, fummo condotte presso la casa dei maschi. Ci avrebbero permesso di ballare tutto il giorno e di mangiare insieme ai maschi.
Adoravo quella giornata speciale. Non sapevo ballare ma la musica mi ha sempre incantata. Mi accontentavo di ammirare le piroette delle ballerine più brave. Erano uno spettacolo stupendo. Sentivo dentro qualcosa che mi spingeva a buttarmi in mezzo alla pista e buttarmi. Solo non avevo mai ballato in vita mia. Mi vergognavo. Sedevo su una sedia e mi limitavo a far dondolare i piedi a ritmo di musica. Apparivo come un cobra ipnotizzato dalla melodia. Peccato non sapessi muovermi.
La mia incompetenza, quella volta, mi fece rabbia. Decisi che era tempo di fare qualcosa. Abbondonai la contemplazione passiva e osservai con attenzione critica i movimenti di chi giudicai abile nel ballo. Mi fissai mentalmente i passi giusti. Mi feci coraggio e mi alzai. Mi sforzai di ripetere i passi delle altre. Fu impegnativo. I primi tentativi furono goffi e nettamente ridicoli e nonostante ciò non mi lasciai scoraggiare. Di fatto imparai a ballare molto bene senza la presenza di alcun maestro. Autodidatta. Il risultato mi rese davvero fiera di me stessa. Da allora in poi mi sentii pienamente libera di reagire come la gente del mio stesso sangue: come si sente la musica si deve necessariamente ballare e per noi colombiani qualunque piccolo lieto evento si deve celebrare con la musica e di conseguenza con il ballo.