45-Menarca

Arrivò di nuovo il Natale.
Il secondo con la mia amata famiglia.
Il secondo meraviglioso come il primo.
Arrivò una sorpresa inaspettata.
Un regalo personale di cui non conoscevo l’esistenza.
Io e mio fratello eravamo soliti spogliarci e vestirci in cucina mentre la nostra camera da letto prendeva aria. Ci eravamo alzati tardi perchè era il 25 dicembre.
“Clara ti sei cagata sotto!”
“Che scherzo stupido! Stai zitto! Non è vero per niente! Perchè devi dire queste cattiverie?”
Ho guardato mio fratello con dispetto e disappunto. Ero convinta che a lui il crescere facesse male. La sua lingua cresceva il doppio rispetto a tutto il resto. Era diventato un gran fanatico borioso da quando un pediatra ha profetizzato per me il metro e cinquanta e a lui il metro e ottanta.
“Ho visto la macchia sulle tue mutande!”
“Smettila!”.
Mia madre fu attratta dagli strilli sempre più forti.
Senza dire una parola, mi si avvicinò e portò gli occhi all’altezza del mio sedere.
Vedere mia madre che sbirciava tra le mie gambe non era dignitoso.
Possibile mio fratello avesse avuto ragione?
Vederla guardarmi con espressione sbalordita non miè stato di aiuto.
“Vieni con me”.
Non potevo credere che fosse successo per davvero.
Siamo corse in bagno.
La macchia marrone sulle mie mutande parlava da sola.
Mi sono cadute le braccia.
“Non mi sono accorta di nulla…Devo stare male…E’ qualche giorno che ho mal di pancia…”
Mi sono sentita prossima alle lacrime.
Affranta ho chinato la testa piena di vergogna. Avevo varcato la porta di quella stanza con la sicurezza di chi sa di essere innocente.
Con orrore e ingredulità ho intravisto una gran bella macchia marrone.
Le parole mi si bloccarono in bocca.
Non era possibile.
Che vergogna!
Le prime lacrime iniziarono a bussare.
Non mi sentivo più le ginocchia.
Avrei voluto la terra si aprisse e mi inghiottisse.
Ho guardato mia madre in cerca di conforto. Ero confusa.
Lei mi guardava attentamente.
“Non è quello che pensi. E’ sangue”.
Che significava?
Mi è venuto un colpo.
Sangue? Sangue dal sedere? Ero ferita? Stavo per morire? Ero ammalata?
La calma di mia madre mi ha lasciata sconcertata.
“No, Clara, non piangere. Se è quello che penso, per le donne è normale. E’ naturale. Significa che stai diventando grande”.
Mi ha spiegato tutto.
C’era un problema, però, non avevamo assorbenti in casa. Mia madre non ne aveva più bisogno ed io ero ritenuta troppo piccola per averne bisogno. Sotto le feste i negozi sarebbero stati chiusi per altri due giorni. Grandi fazzoletti di tessuto imbottiti con abbondante cotone sono stati la soluzione.
Come era possibile non sapessi nulla di qualcosa tanto importante?
Le ragazze più grandi dell’orfanotrofio avevano nascosto molto bene questo segreto.
Non mi ero mai accorta di nulla.
La loro discrezione era stata lodevole, anche se non condivisibile.
Perchè segretare un manifestazione così naturale come se fosse una vergogna?
Non sarebbe stato meglio che fossi stata già a conoscenza delle potenzialità del mio corpo in modo da affrontare insieme alla mia giovane consapevolezza il presentarsi del mio menarca?
Di certo non avrei pensato di essere prossima alla morte ma avrei saputo che mi stava capitando un qualcosa di molto naturale.
Ho messo da parte la mia confusione e la mia paura.
In pochi istanti sono passata dal turbamento alla felicità.
“Evviva, sto diventando grande!”, ho urlato felice.
Fortunatamente mia madre non rientrò proprio nel momento di quel mio urlo.
Mi sarei vergognata terribilmente…Chissà perchè avevo pensato di causarle un dispiacere se mi avesse colta nel manifestare il mio entusiasmo per il mio sviluppo.
Lei aveva scelto una bambina non certo un’adolescente.
Di certo voleva godere del mio essere piccola, piuttosto che dellla mia precoce maturazione.
Perchè non era scesa a casa delle mie cugine già grandi a chiedere loro di prestarci degli assorbenti?
“Cerca di essere molto discreta con tuo fratello e con tuo padre. Non dire niente. E’ una cosa molto personale. Meno si fanno vedere certe cose meglio è”.
I primi giorni furono un vero e proprio incubo.
Non riuscivo a rendermi conto di quando dovessi cambiarmi. Per me era tutto uguale a prima. Come se non ci fosse niente tra le mie gambe. Con il risultato che per qualche giorno lasciai scie non gradevoli avunque mi appoggiassi. A subire il maggior numero di danni fu il mio letto. Lasciavo impronte un po’ in ogni dove, prima di imparare a gestire la situazione. Ho dovuto imparare a farlo presto, giacchè mia madre mi rivelò: “Quello che sporchi, pulisci. Io posso aiutarti solo consigliandoti come fare per togliere la macchia”.
A forza di mettere a bagno, sciacquare, spazzolare, passare in ace, sono divenatata più attenta con me stessa.
Molto in fretta mi sono rattristata del essere diventata una donnina.
In pocho giorni avevo capito che era soltanto una seccatura.
Il mio corpo iniziò a modificarsi a vista d’occhio. Come se il mio menarca avesse dato il via ad un’esplosione del mio corpo. Tutto ciò che prima era un accenno diventava molto più evidente.
Era davvero strano vedere quanto fossi cambiata in poco tempo. Mi esaminavo con attenzione e curiosità davanti allo specchio. Non mi trovavo bella per nulla. Troppa ciccia e imperfezioni. Ho sperato che lo sviluppo mi avrebbe portato qualche miglioramento. Era sconcertante, ero sempre io ma l’immagine riflessa mi dava l’idea di esaminare un’estranea.
Non avevo modo di confrontarmi con nessuno.
Non avevo nessuno con cui condividere le mie sensazioni.
Parlare con mia madre? Mi vergognavo troppo.
Non riuscivo ad entrare in intimità con lei. Quella sua fissazione con la discrezione, il nascondere mi frenavano; non abbandonava mai la sua severità, il che non mi stimolava proprio ad aprirmi con lei. Con lei non esisteva il confronto ma solo il giudizio.
Neppure le mie amiche potevano esseremi di conforto. Ero bloccata dal confidarmi con loro perchè mi era stato detto che silenzio e discrezione su certi argomenti erano le soluzioni migliori; ma se anche avessi voluto farlo sapevo che nessuna di loro stava attraversando lo sviluppo, ero perciò convinta che nessuna di loro potesse capirmi. Supponevo che fosse cosa del tutto normale che in ogni famiglia regnasse il silenzio rispetto questi argomenti. Una convinzione che mi suscitava turbamento e un pochino di tristezza; aver voglia di parlare e non sapere con chi farlo.
Mi sono sentita abbandonata a vivere da sola i cambiamenti del mio corpo e ho considerato normale che ciò avenisse.
I miei compagnetti di scuola mi guardavano con grande curiosità.
Il mio morbido grembiulino bianco non bastava a coprire le piccole rotondità del mio petto.
Il seno non si gonfiò eccessivamente ma fu l’unico momento della mia vita in cui mi sono sentita una sisona. Già l’anno dopo avevo in classe chi mi avrebbe superato alla grande.
Anche il mio odore era mutato. Il caldo non mi aiutava. Sentivo continuamente sotto al naso l’odore delle mie ascelle. Per la vergogna ho smisso di alzare le braccia e limitare al minimo i miei movimenti. La scoperta del deodorante mi ha salvata dall’umiliazione.
Celare il mio ciclo mestruale a scuola si dimostrò arduo. Nei bagni non c’erano secchi per la spazzatura. Imbarazzata, ero costretta a portare in classe i miei rifiuti. Disfarmene era penoso. Più tentavo di dare spontaneità ai miei movimenti, più mi sembrava che tutti gli occhi fossero puntati verso di me. In mezzo alla spazzatura, i miei rifiuti mi sembravano più ingombranti, di colori troppo accesi. Ero terrorizzata al pensiero che emanassero cattivo odore. Ho cercato l’aiuto di mia madre. Sapevo che avrebbe trovato la soluzione. Al disagio che derivava dal non poter gettare via i miei rifiuti con discrezione. Insieme abbiamo incominciato a conservare le bustine dei pacchetti di patatine. Li riponevamo in una tasca del mio zaino. Me ne servivo per gettare al secchio i miei assorbenti in totale discrezione.
Solo una persona gioiva vistosamente dei miei cambiamenti: la maestra Ottavia la mia odiosa insegnante dell’odiosa matematica.
Incudine e martello: il silenzio di mia madre e le vistose feste feste delle mia maestra. Non sapevo quale mi infastidisse maggiormente.

Il mio inatteso, precoce e improvviso sviluppo comportò una novità: camere separate per me e mio fratello.
Miha fatto piacere vedere quanto la mia intimità fosse garantita. I
Ho iniziato a cambiarmi in camera.
Era confortante vedere che l’inizio del mio ciclo non comportò solo aspetti negativi.
C’è stata un’ulteriore sorpresa.
I miei genitori mi hanno portato da un chirurgo plastico.
Ero davvero entusiasta della notizia.
Sono entrata nello studio medico con il sorriso beato di chi sa che presto otterrà qualcosa di inatteso.
Senza un briciolo di sensibilità, con voce fredda, testardamente professionale, il gran dottore ha fatto qualche domanda. Mi ha esaminata velocemente.
La sua conclusione è stata lapidaria e fredda come ghiaccio,
“Meglio aspettare il completo sviluppo della bambina. Il progredire dello sviluppo fisico per lei sarà di giovamento: con il progressivo aumentare dell’altezza le cicatrici potrebbero ridursi da sole. Anche dopo la completa maturità, comunque, io ci penserei seriamente. L’intervento è invasivo. Dovrò togliere lembi di pelle sana da altre parti del suo corpo per impiantarli sulle ustioni. Il risultato potrebbe non essere quello che vi aspettate…Il quesito principale è uno soltanto: vi sembra conveniente creare altre due cicatrici estese per coprirne altrettante? Alla fine vostra figlia potrebbe ritrovarsi non con due ma con quattro lesioni notevoli”.
Davvero sensibile.
Bel modo di dire a una bambinetta in pieno sviluppo che per lei non esistono soluzioni.
Sono uscita mogia mogia dal suo stupido studio medico.
Le braccia di mia madre mi sono venute in soccorso.
Mi sono aggrappata a lei come se fosse l’unica cosa bella delle mia vita,
“Non disperarti: è solo un’opinione. Ci riproveremo tra qualche anno. Chissà tra una decina d’anni dove ci avrà portato il progresso. Per ora lasciamo perdere; quando i tempi saranno maturi potremmo sentire un altro chirurgo”, mi confortò mio padre.
Ecco le ancore della mia salvezza.
Severi, pretensiosi, fin troppo rigidi, eppure quanto conforto mi derivava da loro.

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