44-Quintodecimo, il paese presepio

Autunno.
Una domenica a raccogliere castagne.
Lo trovavo un frutto bizzarro: sembravano tanti piccoli ricci.Il lucido scuro seme mi incuriosiva maggiormente: davvero si mangiava una cosa tanto dura?
Ero davvero una scimmietta curiosa liberata dalla gabbia.
Le montagne che ci circondavano erano maerstose, bellissime; incorniciate dai mille colori dell’autunno. Mai nessun quadro è tanto bello quanto ciò che la natura regala a occhi che hanno sete.
“Questo è Quintodecimo, il paese di nonna Bruna”, ci rivelò nostro padre.
Il paese natale della nonna paterna che non ho mai potuto incontrare.
Me la immaginai a passeggio per le mille scale della contrada, sorridente, un poco affaticata nel portare dietro il peso delle sue morbide forme di donna vissuta. Strano come mi riuscisse facile pensarla viva nonostante l’avessi potuta vedere soltanto in fotografia.
Visto nella sua totalità Quitodecimo sembra il tipico paesello da presepe: un concentrato di abitazioni di altri tempi alle quali si accede atraversando un ponte sotto il quale scorre un piccolo fiume.
Attravessarlo ti dava l’impressione di entrare dentro un presepe fatto a misura naturale.
In paese ci aspettavano zia Antonietta e zio Sandro. Quanto ero innamorata di quell’uomo! Portava con se folate di vento caldo. A lui si accompagnavano le risate, la gioia, gli scherzi. Tutto diventava più brillante, più leggero se avevamo la sua compagnia. La presenza carismatica di lui un poco mi aveva distratta dal concentrarmi sulla figura della moglie. Solo molti anni dopo ho avuto modo di comprendere che era zia Antonietta, più di qualunque altro, e come nessun’altro, ad avermi amata. Un affetto che dura dalla prima volta che ha posato gli occhi su di me e che ancora oggi mi regala..

Fu durante quel viaggio nelle Marche che ho fatto una scoperta: soffro la macchina.
Come lo avevo capito?
Ho improvvisamente vomitato addosso a tutta la mia famiglia.
A meno di metà del viaggio siamo dovuti tornare indietro a casa per darci tutti una pulita, renderci di nuovo presentabili e prendere il necessario per un probabile futuro malessere.
Rimetterci in cammino è stato penoso. Era stato impossibile togliere del tutto l’odore acido del mio rigetto. Sentire sotto le narici quel continuo odore nauseabondo mi faceva impallidire.
Per tutta la durata del viaggio mi sono sentita prossima al vomito.
Sedermi vicino al posto del guidatore fu di leggero sollievo.
Diventò la prassi che io sedessi vicino a papà nel caso dovessimo fare un viaggio lungo.
Per distrarmi volai in un modo fatto di principesse in pericolo, principi azzurri e amori messi a dura prova da streghe invidiose e orchi cattivi. Mi riusciva molto bene evadere. Guardavo davanti a me con occhi persi nel vuoto e un sorrisi imbambolato.
Un passatempo non poi così producente a giuduzio dei miei genitori che hanno pensato sarebbe stato meglio distrarsi con giochi intelligenti.
Iniziò così la gara a chi conoscesse più capoluoghi, province, città sparse per tutta l’Italia. Per ognuna di esse dovevamo dire la regione di appartenenza; in alternativa loro sceglievano a caso una regione e noi avremo dovuto dire quali città, fiumi, laghi ci fossero…insomma una tortura a cui io e mio fratello il più delle volte rispondevamo col silenzio.
Ne derivava vergogna.
“Ma che vi insegnano a scuola?”
“A leggere le cartine. Non a sapere tutto a memoria”
“Quando andavavamo a scuola io e tuo padre erano cose che sapevamo tutti! E come vedi lo ricordo ancora oggi”
“A noi le maestre ci dicono che non dobbiamo impare le cose a pappagallo ma che dobbiamo esprimerci con le nostre parole. Ci fanno imparare solo le poesie a memoria. Per il resto dicono che è importante saper interpretare cosa c’è scritto sui libri non saperlo a memoria”
“Ricordare le cose a memoria tiene attiva la mente!”.
Scoppiava la diatriba verbale su quale metodo fosse il più giusto; ognuno difendeva a spada tratta il proprio, poi senza vinti ne vincitori si riprendeva la noiosa gara geografica.
Per fortuna Quintodecimo arrivò in nostro soccorso.

La compagnia degli zii, di nonno e il divertimento, mi fecero dimenticare il malessere da mal di macchina e da competizioni che mi facevano sentire un’ignorante.
Scendere dalla macchina fu come tornare a respirare.
C’era una vera e propria folla di persone al nostro arrivo.
Ero in grado di riconoscerne qualcuna ma il resto erano visi a me sconosciuti. Persone che avrò visto si e non tre volte e di cui non ricordo ne viso ne tanto meno il nome. Altre a cui sono legata tutt’oggi e che ho conosciuto proprio quel giorno.
Tutti ci esaminavano curiosi, ci baciavano, ci accarezzavano; chi commosso, chi felice; tutti li per darci il benvenuto.
Ero ubriaca di tante attenzioni. Non sapevo proprio a chi dare retta.

Come il mare, la montagna ha una bellezza tutta sua.
Abbiamo passato un bellissimo fine settimana in mezzo ai monti.
Ricordo le lunghe passeggiate spensierate.
Esaminavo il bosco con attenzione; gli alberi, i meravigliosi colori delle foglie, la durezza e il ruvido delle cortecce; facevo respiri profondi per riempire i polmoni di quell’aria fresca, del profumo umido del terreno, della fragranza di quei colori…Quanto sanno regalare monti e boschi…
Il tutto reso ancora più magico da una scoperta: abbiamo trovato la neve.
Io e mio fratello siamo come impazziti dalla gioia.
Con un’euforia senza freno mio fratello mi ha gridato:
“Vedi!? Io sono stato accontentato in tutto: volevo vivere in un posto dove c’è la neve, ed ecco: la neve!”.
Aveva ragione.
Partecipe della sua felicità sfrenata, ci siamo tirati su quel piccolo gruzzolo di neve come due piccoli lupi selvaggi.
Avere sopra i palmi quel candore gelido fu stupendo e sbalorditivo. Lo tenevo tra i palmi e ne esaminavo il lento sciogliersi. Non mi interessava il rossore delle mie dita. Mi sgrumavo dalle dita quella che era diventata acqua gelida per raccogliere di nuovo altra neve.
Come una scimmia fissavo sbalordita quel montarozzo freddo. L’abbiamo trattata come al mare ci comportavamo con la sabbia: ci siamo sdraiati supini sopra di essa e muovendo gambe e braccia scavavamo la nostra scia.
Bastò poco perchè iniziassimo a tirarcela addosso.
Gli adulti ci osservavano commossi e stupiti della nostra reazione.
Avevamo ancora il dolce stupore ingenuo dei bimbi più piccoli, nonostante fossimo sui dieci anni.
Nessuno ebbe il coraggio di staccarci dalla nostra nuova scoperta.
Quando mamma e papà si decisero ad allontanarci dalla neve, eravamo zuppi.
Non sentivo freddo, non mi dava fastidio il contatto con l’umido dei miei vestiti: ero troppo contenta.
Tutto questo per poco più di un metro quadrato di neve.
Sembrava che quella piccola macchia bianca fosse stata lasciata li esclusivamente per noi; altrove si era sciolta, portata via dal calore del procedere del giorno.
I nostri genitori ci fecero una solenne promessa: una settimana in albergo in mezzo alla neve: la famosa settimanabianca.
Suppongo sia stata l’unica soluzione che hanno trovato per portarci via dalle montagne.
Ricordo con piacere queste lunghe passeggiate a cogliere le castagne. La buona compagnia. Il rientro a Quintodecimo e il riutale della cottura delle castagne che erano state colte in precedenza e preparate per la tostatura. Persino il nonno si era lasciato trascinare dall’euforia che aveva contagiato tutti.

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