43-Roma e scuola

Ritorno a Roma.
Ritorno a scuola.
A settembre finivo per essere davvero stufa dell’aria di mare.
Il rientro a casa fu sempre di sollievo.
Tutti di un intenso color caramello.
Tranne papà.
A scuola mi consigliarono di fare due anni in uno in modo tale da recuperare gli anni scolastici che mi separavano dai miei coetanei. Avrei dovuto farlo per almeno due volte. Le insegnanti mi ritenevano capace di farlo.
Fu un consiglio che mi ha riempita di entusiasmo.
Mi era stata data fiducia e avrei potuto dimostrare quanto valessi.
Per prima cosa mi hanno fatto cambiare classe.
Mi sono seduta sull’unico posto vuoto.
Ho tirato fuori il mio diaria fuxia di barby, sistemato quaderno e astuccio sul banco quando la mano della mia vicina mi si posò sul braccio.
Aveva la pelle chiarissima, due enormi occhi chiari messi in evidenza dai corti e disordinati folti capelli neri. Con un morbido sorriso mi mostrò il suo diario: era identico al mio. Era il segno che mi portò a considerare il nostro incontro voluto dal destino. Era Caterina. Sarebbe diventata la mia migliore amica.

Mi fecero sapere che a seconda dei progressi, avrei dovuto cambiare ulteriormente i miei compagni. Come a Bogotà finalmente non avevo più difficoltà nel seguire le lezioni. Avevo solo un non piccolo tallone d’Achille: la matematica.
Avevo raggiunto il mio massimo, vale a dire, il mio limite o emplicemente per mia madre era piú comodo avere due bambini che frequentassero lo stesso anno di studio?
Se io avessi parificato età e classe ciò avrebbe significato che tra qualche anno lei avrebbe dovuto accompagnare me in prima media e mio fratello ancora alle elementari. Non uno ma due viaggi.
Trattandoci da gemelli e non da maggiore e minore avrebbe potuto evitare di dover accompagnare due bambini in due scuole differenti ma accompagnare entrambi nello stesso luogo.
Non so quale delle due sia la motivazione, ma di fatto la classe di Caterina fu quella definitiva. Insieme a lei avrei portato a termine le scuole elementari.

Durante questo periodo non mi fu mai permesso di andare a studiare a casa delle mie compagne.
“Vai solo a perdere tempo. Di certo non studi”.
“Allora posso andare a giocare a casa loro?”,
“Non conosco i loro genitori”.
“Mamma, Caterina e Francesca hanno chiesto se domani posso rimanere al parco a giocare. Mi ci porti?”,
“Non mi piacciono i parchi: puoi incontrare gentaccia e non sai mai cosa puoi trovare per terra. Abbiamo un giardino enorme dove sei libera di fare quello che vuoi”.
“È vero, ma al parco ci sono le mie amiche. Questa è la differenza…”.
Era questo il momento in cui lei rispondeva sempre allo stesso modo alle mie ostinate richieste: il silenzio.
Per fortuna la domenica dopo la messa c’era l’oratorio. Qualche volta mi era permesso partecipare. Lì avevo la passibilità di giocare, finalmente, in compagnia delle mie compagne di classe. Erano occasioni rare dato che era proprio di domenica il giorno in cui andavamo a portare dei fiori a Marta. Prendevo la cosa con molta serietà. Omaggiavo la mia defunta sorella sentendo verso di lei un affetto sincero nel pronunciare qualche preghiera per lei.

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