42 l’estate sarda

La scuola finalmente finì.
Iniziarono le vacanze.
Partimmo per la Sardegna.
Era l’estate del 1994.
In un primo momento avevo pensato che il viaggio fosse stato organizzato per permetterci di conoscere i parenti da parte di mamma.
Immaginai una vera e propria folla in nostra attesa, dato che avevo saputo che mia madre era l’ultima di ben sette fratelli.
La mia immaginazione non trovò riscontro nella realtà.
Il nostro arrivo si svolse nel più totale dei silenzi, durante una giovane mattinata estiva di metá di giugno.
Nessuno ad attenderci.
Nel porto tutto procedeva con la stessa noiosa monotonia di sempre.
Siamo sbarcati dalla nave con i residui della nottata appena trascorsa stampati sul viso e con gli occhi ancora appesantiti dal sonno.
Mi sono guardata intorno cercando sorprese che non arrivarono mai.
Lo sbarco è stato persino noioso.
“Dove andiamo adesso?”
“A casa nostra”.
Avevamo una bella casa di villeggiatura vicino Porto Cervo.
Era una casetta indipendente con giardino, cammino, forno in veranda. Un gioiello. Non mancava di nulla. Delimitata dal caratteristico muretto di pietre rosate. Mi sono innamorata istantaneamente di quella bella casetta.
Sapevo che avrei dovuto credere alle parole dei miei genitori e di fatto così fu.
Il mare che mi trovai di fronte era uno degli spettacoli più belli su cui ho posato gli occhi.
Mille sfumature di turchese sulle quali le piccole barche sembravano volare, non galleggiare. Davanti a me l’ isola di Tavolara si innalzava maestosa sopra quelle acque cerulee. Quella barriera di rocce coperte dal verde arricchiva un paesaggio già di per sé ricco. Come una bella donna consapevole di sé ti si parava innanzi quasi a voler proteggere quel pezzo di costa che di fatto era quasi sempre calmo. Una bionda sabbia, morbida come farina era accarezzata da quell’acqua tanto trasparente da non nascondere nulla sotto di se.
Ero finita in paradiso?

“Bisogna pulire ben bene la casa perché è rimasta chiusa per molto tempo! Materassi all’aria, disfare le valigie, lavare e spolverare…”.
Sempre tipico della rigidità di mia madre: prima il dovere e poi il piacere.
Dovere che doveva svolgersi con la piena collaborazione di tutti i membri della famiglia.
Il pensiero di quella spiaggia invitante, della faticaccia che mi aspettava, quasi mi facevano venire le lacrime agli occhi.
Unica soluzione: fare tutto di fretta.
Conseguenza: più io correvo per fare prima, più i miei si innervosivano.
“Inutile che corri: per oggi niente mare. Devi abituare il tuo corpo all’aria di mare”.
Come abituare?
Il mio corpo si era già perfettamente adattato!
Delusa, rassegnata alla sempre più lunga attesa, mi sono arresa.
Ho iniziato a dedicarmi alle faccende di casa secondo la mia solita velocità: modalità tartaruga. Un’altra mia ulteriore scelta che contribuì ad aumentare il nervosismo di mia madre.
Se avevo tempo perchè avrei dovuto correre?
Mia mamma non era d’accordo: il mio procedere tranquilla la mandava in bestia.
Attesa stroncata e tensione screscente, un mix esplosivo. Sembravamo quattro orsi chiusi in una gabbia troppo piccola.

Il secondo giorno fu altrettanto deludente:
“Bisogna sistemare gli ultimi particolari e andare a fare la spesa”.
Avrei urlato.
Poi, finalmente, ho finalmente incontrato il mare mare.
La nostra casa si trovava poco fuori dal villaggio chiamato “i sugneri”. Bisognava passare attraverso di esso per arrivare sulla spiaggia. Adoravo quel piccolo agglomerato si casette basse da grandi finestroni. La maggior parte di esse era fornita di un giardino verde delimitato dal famoso basso muretto fsardo fatto coi grossi massi.
L’asfalto amplificava il rumore delle nostre ciabbatte nell’attraversare quella piccola e meravigliosa Contea.
Fino ai primi di Luglio avrebbe regnato il silenzio. Era possibile sentire distintamente il rumore del vento mentre volava tra i rami degli alberi suonando i loro rami quasi fossero sonagli.
Il rumore dell’andivieni delle acque del mare arrivava fino a casa nostra. Adoravo sentire quel fruscio. Arricchito dalle risate dei bambini diventava la mia personale canzone dell’estate.
Sulla spiaggia gli ombrelloni erano ancora molto pochi. Ciò significava piena libertà di movimento e di scelta dei nostri giochi. Potevi giocare a pallone senza disturbare nessuno.
Con il procedere dell’estate sarebbero aumentati gli ombrelloni. Ad agosto sarebbero stati così tanti che a volte preferivamo tornare a casa piuttosto che dover andare alla ricerca disperata di un piccolo spazio per noi.
Quel primo giorno al mare mio fratello si buttò in acqua prima che mamma riuscisse a mettergli i braccioli.
Non affogò solo perché l’acqua risultò bassissima.
E io?
Nonostante il mio slancio e quel mare invitante avevo timore di quei morbidi colori.
Braccioli e ciambella non mi davano abbastanza sicurezza sicurezza.
Il massimo che potevo fare era immergere i piedi dentro l’acqua. Fino alla caviglia. Non avevo il coraggio di fare altro. La freddezza dell’acqua mi attraversava il corpo quasi fosse corrente elettrica. Mi sembrava mi arrivasse fin dentro la testa.
La mia diffidenza per l’acqua non passava con il trascorrere dei giorni. Bagnare i piedi mi bastava anche se con invidia ammiravo mio fratello giocare dentro l’acqua come se fosse sempre stato il suo ambiente naturale. Si buttava impavido sull’acqua e scompariva per riemergere subito dopo buttando schizzi da per tutto. Mio padre gli era sempre vicino nel caso dovesse intervenire. Tentava di insegnargli a nuotare ma la frenesia si mio fratello era troppa per renderlo possibile.
I giochi con la sabbia erano il mio piacere più grande. Mi soddisfaceva. Me ne stavo li a giocare in sulla spiaggia poi, quando il caldo era troppo, correvo a banare i piedi per qualche minuto. Sia chiaro: coi braccioli indosso…meglio non rieschiare di soffocare.
Sapere che avremmo passato lì l’intera durata dell’estate fu esilarante.
In poco tempo ho preso un caldo color cioccolato.
Molto lentamente presi confidenza con l’acqua. Non mi separai mai dai miei salvifici braccioli. Nuoticchiavo appiccicata a mamma o a papà dove la profondità era minima.
Javier era il mio opposto: si tuffava in acqua con la sicurezza di un pesce, più non si vedeva il fondale per la profondità del mare, più lui sembrava entusiata. Ammiravo invidiosa l’energia con cui seguiva mio padre ovunque andasse, del tutto indifferente alla crescente altezza dell’acqua.
Per scendere al mare avevo la mia divisa personale: dei bellissimi costumi interi catatterizzati da colori vivi coordinati con dei pantaloncini aderenti che mi arrivavano al ginocchio: era il modo in cui coprivo le cicatrici delle gambe.
Erano attenzioni escogitate da mia madre, alle quali io non avevo pensato. Prima di allora non mi ero mai trovata di fronte a situazioni in cui dovessi mettere in vista le mie ustioni. Tutti i miei vestiti dovevano arrivare a coprirmi le ginocchia. Era una scelta che facevo quasi in automatico quasi stintivamente…Come avrei fatto al mare? La soluzione la diede mia madre. Furono attenzioni che mi commossero: nessuno aveva mai pensato al disagio che mi derivava dal dover mettere in mostra i miei terribili difetti. Mia madre lo ha fatto. Senza che io aprissi bocca.

Persino durante le vacanze estive mamma ci impose una rigida routine.
Mattina e pomeriggio, prima della spiaggia era tassativo dedicarsi allo studio; un po’ di televisione dopo pranzo (arrabbiatura continua perchè proprio quando iniziavano i cartoni animati, io dovevo spegnere la tv perchè avrei dovuto iniziare a fare un po’ di compiti) o pennichella, poi mare, mare, mare!

Mio padre aveva un mese di ferie che divideva in due: primi quindici giorni per accompagnarci alla casa di villeggiatura e senda metà che coincideva con il ritorno. Entrambe le volte tornava a Roma non abbronzato ma di un bel rosso intenso. Non prendeva colre: si bruciava talmente aveva la pelle chiara. Mai sentito lamentare per il disagio di quel rosso aragosta.
Accompagnarlo in aeroporto ci portò un bel dispiacere. Era meraviglioso trascorrere intere giornate con lui e sapere che non si sarebbe allontanato da noi per andare al lavoro era confortante. Estate significava poter giocare con lui. A Roma accadeva molto raramente . Al mare era abitudine.
Siamo rimasti soli con mamma.
Pensare che mio padre sarebbe dovuto stare per così tanto tempo da solo a Roma mi addolorò.
“Ci sentiremo tutte le sere al telefono…”
“Ma noi abbiamo il telefono solo nella casa di Roma, quì non c’è!”
“Userete la cabina telefonica”.
Iniziò così il nostro rito famigliare: la mattina prima del mare e la sera dopo cena, tutti insieme raggiungevamo l’unica cabina che c’era nel villaggio per sentire la voce di nostro padre e avere l’illusione che nessuna distanza ci dividesse.

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