Non feci in tempo a conoscere mia nonna materna.
Non ho potuto incontrarla.
Le ho parlato per telefono. Una miriade di volte, ma non l’ho mai potuta vedere. Abbracciare. Toccare. Mi sono dovuta accontentare della sua voce.
È l’unico ricordo di nonna Sibilla: la sua simpatica dolce voce.
Ne sono rimasta molto dispiaciuta.
E’ morta prima che avessi la possibilità di incontrarla.
Che peccato.
Da anni ho il silenzioso ma costante dubbio che se lei fosse vissuta molto di più la mia vita sarebbe stata diversa…Solo un mio minuscolo pensiero che tuttavia aumenta il dispiacere di averla perduta tanto presto. Troppo presto.
Viveva in Sardegna. La terra di origine di mia madre.
Noi avremmo potuto incontrarla a giugno. Con l’arrivo delle vacanze estive.
Lei è andata via per sempre quando vivevamo ancora un giovane 1994. Troppo dannatamente presto.
I miei genitori hanno giustamente ritenuto che il suo funerale non fosse l’occasione più proprizia per vederla.
Partì mia madre da sola.
Hanno preferito che ricordassi la sua voce, non il suo corpo immobile e freddo dentro una bara.
Questo fu il mio primo contatto con la morte.
Mi sono sentita defraudata.
La madre di mio padre era stata portata via da un brutto male molti anni prima.
Mi consolava l’idea che avrei incontrato nonna Sibilla. Era lontana, si, tuttavia ero consapevole che una nonna la possedevo. Peccato non aver mai avuto il tempo di conoscerla.
Il fatto che mi fosse stata portata via prima di un contatto fisico mi addolorò moltissimo.
Quanto si era portato via con se quella morte?
A quante cose sarei stata costretta a rinunciare?
La notizia fu devastante per tutte le aspettative che non avrei mai realizzato.
Mi addolorava non aver potuto vedere il suo viso, ne goduto del suo calore.
Avrei voluto tanto capire, sentire nel cuore e nel concreto cosa significasse avere una nonna. Accasione mancata per me.
Mio nonno materno era quasi più una figura mitologica che un affetto non conosciuto.
Era già vecchio quando nacque mia madre.
Di lui ho chiare nella mente le rigide fotografie in cui vestiva la divisa da carabiniere.
Mai visto una sua immagine in cui sorridesse.
Come in tutte le ormai datate immagini in bianco e nero sembrava che fosse inadeguato sorridere davanti al fotografo.
Come nelle foto anche in vita mio nonno materno fu di una famosa severità e formalità.
Severino. Di nome e di fatto.
Mi rimaneva solo il nonno paterno.
Era un poco scorbutico, brusco ma innamoratissimo di noi. Di una generosità sconfinata.
Ha sempre avuto una chiara preferenza per mio frattello.
Non lo dimostrò mai; me ne sono accorta in seguito, quando Javier mi ha rivelato di incontri, passeggiate e doni di cui non ero a conoscenza.
Lo ricordo sempre malinconico. Silenzioso. Presente eppure con gli occhi persi altrove.
Era a rivivere un più gioioso passato.
A rivivere le giornate insieme alla sua Bruna. Quando era ancora il personaggio principale e non un semplice spettatote della vita.
Si doveva sentire tanto solo il nonno. Non lo diceva per non disturbare.
Intorno a lui, noi tutti, troppo impegnati nelle nostre vicende, eravamo ciechi e sordi, troppo ingenui per capire le sue richieste mute.
Oggi lo rivedo solo in quella casa troppo grande per uno soltanto…Perdonami nonnino caro…Perdona la mia ingenuità: ho capito troppo tardi.
Potessi gridarlo al mondo urlarei a gran voce: “amate i vostri nonni!”, “prendetevi cura dei vostri nonni!”. Da loro deriva la vita. Ne sono la fonte. Sono stati padre e madre. Sono un tesoro di inestimabile valore.
Troppo spesso li lasciamo alla loro solitudine.
Rimpiangere il passato non può saziare chi ha fame di amore.
Amate i vostri nonni. Fateli partecipi della vostra vita. Non spettatori, ma di nuovo, attori.
La domenica mio nonno era solito pranzare con noi.
Mio fratello scendeva a chiamarlo su segnalazione di mamma.
Nonno gli affidava una bottiglia del suo prezioso vino casereccio e dopo avergli raccomandato di non farla cadere a terra, posava la mano sulla spalla del nipote per percorrere la distanza che lo separava dal nostro appartamento posto al terzo piano.
Voleva sempre vicino Javier, come se solo la sua compagnia gli desseun poco del conforto che cercava.
Mi stupiva sempre quanto mangiasse piccante,
“Barbara,, ma lo hai messo il peperoncino a questa pasta?”
“Anche tanto!”
“Non si sente per niente!”.
Una domanda e un’esclamazione che era diventate rituali.
Scuoteva la testa e versava metà della boccetta che mia mamma gli aveva preventivamente messo davanti al piatto.
Lo scrutavo sempre aspettandomi che diventasse rosso e che gli uscisse il fumo dalle orecchie.
Non successe mai.
Non ci fece mai regali comprati personalmente da lui.
Era sua abitudine delegare a noi stessi la scelta.
Per ogni festività, piccola o grande che fosse, ci donava le ormai leggendarie centomila lire.
Ci chiamava per nome esortandoci ad avvicinarsi a lui. Uno alla volta. Si ficcava in tasca la mano, quasi di nascosto, come se non volesse essere visto e ci metteva sul palmo il denaro. Con la mano intrappolata tra le sue, ci chiudeva il palmo, ci fissava e serio, sussurrara:
“Per te, compraci quello che vuoi”
“Grazie nonno”.
Bastavano queste due semplici parole per fargli accennare un sorriso.
Ci accarezzava la testa felice mentre ci lodava per la nostra gratitudine.
“Nonno ma noi che possimo regalarti che ti piace?”
“Non mi serve niente. Sono solo un vecchio inutile. Mi fai felice se vieni a farmi visita e passare un po’ di tempo con me”.
Ecco che considerazione aveva di sé mio nonno.
Questa sua risposta mi riempiva sempre di tristezza. Non seppevo mai come ribbattere. Le sue parole mi spiazzavano. Stringerlo in un abbraccio mi sembrava così poco.
Solo in età adulta ho compreso il significato della sua richiesta, la stanchezza, la delusione, la solitudine che si celavano dietro quelle parole. Troppo tardi per poterlo aiutare.