È bizzarro l’impatto che ti danno i paesaggi la prima volta che li osservi.
Come vedere attraverso uno steloscopio.
Forse perchè al tuo crescere gli spazi diventano più piccoli; o forse perchè con l’abitudine di averli avanti tutti i giorni l’attenzione si focalizza su altro. Non mi riferisco ai normali cambiamenti che avvengono nel tempo, quanto alle dimenzioni di ciò che ti che circonda.
Nei miei ricordi il mio vecchio quatiere è molto diverso da come si presenta oggi. La chiesa, il parco, il supermercato, ho ricordi che non trovano riscontro. Tutto è più minuto, non dilatato ed estraneo come era nella mia testa.
La bambina che ero fissava con minuzia e ingenua curiosità quanto incontrava.
Mi appariva come se la perfezione avesse deciso di accontentare ogni mio desiderio.
Amai il mio quartiere. Trovavo di mio gradimento ogni minimo particolare. Persino il semplice cinguettare degli uccelli mi sembrava più melodioso..
Feci il battesimo.
A nove anni.
Dovrebbero farla diventare la prassi.
Lo consiglierei a tutti.
Non perchè mi sentissi una smarrita pecorella della Santa Romana Chiesa (troppo difettosamente umana per un tale nome e tale orgogliosa autorità), ma perchè il mio battesimo rappresentò la mia consapevole unione con qualcosa di molto più grande. Credo nel concetto lato di Dio, qualunque sia il suo nome.
Al mio battesimo seguì l’ennesima grande festa.
Scoprii che come i colombiani anche gli italiani amano celebrare i lieti eventi: per gli uni il nucleo senza il quale è impossibile fa baldoria è costituito da musica e ballo, per gli altrii, il cibo e la buona compagnia. Io sono diventata lentamente un ibrido delle due: mi piace riempirmi la pancia e il pensiero successivo è :”Quando si balla?”. Un pensiero soltanto perchè la mia timidezza è più forte del mio slancio per il movimento. Una timida ha vita facile se sono gli altri i primi a buttarsi…Io non trovavo compagni disposti ad aprire le danze, perciò mi rimase solo il pensiero.
La festa a seguito del mio battesimo rimane negli annali della mia famiglia.
Essere viziati,poi, da una inebriante sensazione di potenza.
Essere al centro dell’attenzione in quella baldoria e tra la tranquillità di chi mi amava era una droga che mi faceva sentire la delfina di Francia. I bambini viziati sono insopportabili ma dannatamente felici.
Entrai a scuola con l’anno scolastico già avviato.
E’ stato difficile.
Non riuscivo a seguire con scioltezza le spiegazioni delle maestre.
Fare il dettato diventò un’impresa.
I quaderni avevano strane righe.
Difetti di stampa?
Si erano dimenticati di tracciare qualcuna?
Nell’aprire il quadernone già mi sentivo girare la testa. In Colombia tutti gli scolari dovevano utilizzare quaderni piccoli. Tutti con la medesima copertina di un nero opaco. Erano a quadretti o a righe semplici. Esistevano solo queste due semplici modalità.
Trovavo i quadernoni che gli italiani fanno utilizzare ai più piccoli di una scomodità incalcolabile. Mi sembrava di dover scrivere sopra un lenzuolo rigido. Non riuscivo a trovare alcuna posizione comoda che mi aiutasse a servirmene. Solo dopo innumerevoli tentativi scoprii che tenere il quaderno obliquo rispetto allle mie spalle mi era di aiuto. Un sostegno che svaniva non appena la maestra di turno mi raddrizzava l’odiato quadernone e lo ritrovavo parallelo rispetto a me. Un vero e proprio martirio.
Diventai davvero lenta: difficoltà con il quaderno, difficoltà a seguire la lingua, difficoltà a leggere, difficoltà a fare il dettato…eppure il mio ostacolo più grande era il dover scrivere in corsivo.
Era una modalità di scrittura che non avevo mai imparato. In Colombia le insegnanti non ritenevano necessario che le nuove generazioni lo imparassero. Lo ritenevano obsoleto? Non ne ho la più pallida idea. A scuola ero solita scrivere in stampatello minuscolo. Tutti scrivevamo in tale maniera. Solo i bambini più grandi e gli adulti sapevano scrivere in corsivo. Da sempre provavo grande ammirazione per chi era in grado di farlo.
Imparare a scrivere in corsivo fu un vero e proprio grattacapo per me. La mia grafia era orribile; se iniziavo bene finivo male, con la conseguenza che ogni parola era per metà scritta in un maldestro corsivo e in un rabbioso stampatello. L’antipatia verso il corsivo fu immediata. Me la portai sempre dietro e negli anni avanti, non appena mi fu concessa la libertà di scegliere come scrivere lo abbandonai con gioia per tornare definitivamente al mio amato stampatello minuscolo. Fu come tornare a camminare liberamente senza impedimenti.
All’inizio della mia nuova carriera scolastica perciò ogni singola parola rappresentò un triplice impegno: scriverla in un corretto italiano, scriverla in corsivo e scriverla sull’antipatico quaderno. Troppi ostacoli per una matricola incerta come me. Una vera faticaccia! Mi sentivo una vera stupida. Era imbarazzante avere tante difficoltà nello studio. Una novità davvero scomoda per chi aveva sempre avuto vita facile tra i libri.
Decisero di mettermi una maestra di sostegno.
A me, perchè mio fratello non ne ebbe mai bisogno (ma lui ricorda di verla avuta..).
Mia madre non sembrò affatto felice del trattamento speciale che mi fu attribuito.
“Sbrigati a diventare brava come tutti gli altri! Avere un’insegnante di sostegno non è una cosa bella”.
Fu un frase che mi destinava spesso.
Iniziai a vergognarmi delle mie difficoltà, iniziai a provare disagio nel vedere la mia maestra personale. La sua presenza finì per innervosirmi. Solo ad altri due bambini erano state assegnate maestre di sostegno. Entrambi soffrivano di evidenti handicap.
La voglia di incoraggiarmi di mia madre mi portò a vergognarmi dei miei tentennamenti. Dovevo assolutamente diventare brava; no: più brava degli altri.
Iniziai a sentire il bisogno di riscattarmi.
Mia madre doveva essere orgogliosa di me. Non sentirsi a disagio a causa delle mie difficoltà.
Mio fratello non sembrò dover affrontare grandi ostacoli.
Tutti lo riempivano di complimenti e di lodi.
Ne ero gelosa. Mi faceva male vedere che mi si trattava come una bambina lenta.
L’incoraggiamento non sarebbe più corretto verso chi tende ad inciampare?
Oggi suppongo che fin da quel primo anno dentro qualcuno si sia insidiato il dubbio che non fossi la bimba poi tanto intelligente e sveglia che era stata desiderata e che mio fratello fosse megliore rispetto a me. Un tafano silenzioso che iniziò a bacare i pensieri di quella persona. Una voce incoscia che iniziò i primi bisbigli. Suoni così bassi che era davvero facile sepolgere sotto i mille immediati e concreti pensieri della quotidianità.
Mi sentivo sminuita.
I continui paragoni e confronti mi facevano soffrire.
La reazione dei miei genitori nei confronti della nostra risposta alla vita scolastica nella mia mente si trasformò in una carezza per mio fratello e un dito puntato verso di me.
L’unica e naturale maniera di rispondere a tale comportamento era iniziare una lunga, continua, inconsapevole gara contro mio fratello per guadagnarmi le lodi dei miei genitori.
Fu da sempre così: al vincente aspettavano riconoscimenti e premi, al perdente, frustrazione e invidia.
Carezza o dito puntato.
Amavo la carezza.
Odiavo la frustrazione che derivava dal dito puntato.
Non certo un clima fecondo per la nascita di un buon rapporto tra fratelli.
Incoraggiamento. Questo volevano i nostri genitori. Incoraggiarci al meglio. Desideravano che emergessimo rispetto agli altri. I migliori. Questo dovevamo essere.
Io e Javier non siamo stati mai amici, non siamo mai stati legati dalla naturale complicità che si crea tra chi nasce dallo stesso sangue. Non due complici alleati. Solo e sempre rivali. Occupati nell’eterna gara di chi vuole arrivare primo. Indifferenti l’uno all’altra perchè ciò a cui puntavamo non poteva essere condiviso.
Per ciascuno di noi l’embrione dell’egoismo che era nato e si era sviluppato nell’ orfonotrofio, trovò la luce e mise radici profonde tra le mura della famiglia.