Ero a casa.
Nella mia casa.
La stanchezza del lungo viaggio in aereo e poi in macchina erano svaniti come d’incanto non appena intravisto il grosso cancello nero della nostra palazzina.
Scesi dalla macchina stringendo al petto la barby nuova di zecca che zio Sandro mi aveva donato. Fissai sbalordita un giardino grande quanto un parco.
Le fotografie che avevo visto di esso non gli rendevano affatto giustizia.
Il giardino si estendeva a seguito di uno dei fianchi della casa.
Dopo l’asfalto del garage, si innalzava una barriera verde sulla quale esplodevano candidi e orgogliosi fiori bianchi. Il loro profumo si poteva sentire da lontano. Al lato della siepe, immensi e altissimi pini introdicevano al grosso viale. Tra un pino e altro, imponenti vasi di terra cotta custodivano e alimentavano piantine di mille colori. Era meraviglioso. Oltre a tutto questo si estendeva un giardino più selvaggio,al cantro del quale si ergeva una piccola casetta, dietro la quale si potevano ammirare le viti di mio nonno. C’erano, anche, cinque o sei alberi di olive.
Per il resto tutto si presentava come nelle fotografie. Ma che dico! La realtà per me era molto più bella che quel pacco di immagini che avevano costituito il mio tesoro. Le aspettative, la gioia di poter finalmente godere concretamente della mia casa mi rendeva tutto come magico.
Poi le mie attenzioni trovarono altri soggetti da ammirare.
La prima persona di casa che conobbi fu mio nonno.
Era una figura del tutto nuova per me. Per anni avevo fantasticato dai avere dei genitori ma ad un concetto lato di famiglia che includesse nonni, zii e cugini non avevo mai pensato. Erano, daltronde, gradi di parentela di cui non avevo mai sentito parlare, di cui io non sapevo neppure l’esistenza. Abuelo, tio, primo, erano termini di cui conoscevo il significato, ma non la valenza concreta di ciò che rappresentassero. Non avevo mai dato grande importanza alla cosa se non dopo aver ascoltato le loro voci attraverso un impersonale telefono.
Che poteva significare per una bambina di nove anni una voce estranea di cui non capiva la valenza?
Trovarmi innaspettatamente davanti a mio nonno tolse iI velo dai miei occhi ciechi e dal mio cuore ingenuo.
Il padre di mio padre. Come avevo potuto non pensarci?
Mio nonno pianse appena ci vide.
Ci abbraccò come se fossimo stati il suo bene più caro.
Non bimbi estranei, ma nipoti, sangue del suo sangue.
Mi fece effetto vedere quel vecchietto commosso, leggeremente curvo, con radi e corti capelli bianchi a protteggergli il capo. Lacrime felici e abbondanti scendevano dai suoi occhi seguendo il corso delle rughe del suo viso. Rideva e piangeva. Si allontanava da noi per riguardarci meglio e poi tornare ad abbracciarci. Quasi non credesse che fossimo arrivati e fossimo reali.
Piangere senza freni per amore…Bello veder piangere di felicità, di attesa placata: sono lacrime di una dolcezza inspiegabile.
Il comportamento di mio nonno non mi turbò. Mi sentita voluta, aspettata; percepivo già chiaramente che mi amava.
Nessuno riusciva ad allontanare le sue mani dalle nostre; volle acompagnarci lui stesso dinnanzi alla porta della nostra casa, indifferente ai tanti gradini che percorreva con una certa fatica.
Mi trovai di fronte un grosso biglietto.
Era stato fatto completamente da mani abili.
Solo una giovane sensibilità femminile avrebbe potuto esprimersi in quella maniera tanto efficace su carta. Sotto la scritta: “Bienvenidos Clara e Maurizio”, due sorridenti bimbi paffutelli si tenevano per mano. Maschio e femmina erano ciascuno lo specchio dell’altro. Sembrava che chi lo avesse dipinto già ci conoscesse. Eravamo io e mio fratello in versione cartone animato.
Un’altra dose di felicitá allo stato pure mi circolò dentro ogni vaso sanguigno.
Nessuno mi aveva mai destinato un biglietto, nessuno aveva mai usato tante energie nel realizzare qualcosa di tanto bello per me. Esclusivamente per me.
Possibile che dietro ogni porta si celassero emozioni tanto intense?
Prima il meraviglioso incontro con mio nonno, ora questo fantastico biglietto, cosa mi avrebbe aspettato al prossimo passo?
Tremavo dall’eccitazione.
Sapevo che dietro quella barriera di legno era nascosto qualcosa in attesa del nostro arrivo.
Un qualcosa che fremeva quanto e come me.
Stavo morendo dalla curiosità e dalla frenesia. Volevo assolutamente conoscere quel “qualcosa”.
Il tempo mi sembró scorrere troppo lento mentre mia madre cercava la chiave di casa nella sua borsa, la infilava nella serratura e la faceva scattare.
Dopo il clip che risuonò dal foro nel quale fu inserita la chiave fu il caos.
Mani sconociute applaudirono. Luci accese in un attimo, fischi, risate, frasi urlate, pianti di gioia. Tutto scoppiò all’improvviso.
Mi sono sentita tirare in ogni parte del corpo da una piccola folla di totali sconosciuti.
Tutti volevano toccarmi, baciarmi, abbracciarmi. Tutti volevano la mia attenzione. Da ogni direzione mi vedevo porgere doni destinati a me.
Spaventata?
Perchè mai?
Stavano festeggiando me e io fratello. Il caos era legittimato. Era giusto così. Una festa tranquilla non è una festa. Provai una sensazione stupenda. Di puro trionfo. Non era importante che non ci stessi capendo nulla, l’essenziale era godere delle sensazioni esaltanti che mi fecero accelerare i battiti.
Per la prima volta ogni attenzione fu totalmente rivolta esclusivamente a me e a mio fratello.
Quell’esplosione di allegria era per me, mio fratello e la nuova famiglia composta.
Una festa organizzata per il nostro arrivo. Mi apparve incredibile. Che grande bella novità!
Mi sentivo come una sposa il giorno delle sue nozze.
Non ebbi modo di godermi il primo incontro con la mia casa, talmente era affollata di gente. E poco importava.
Il ricordo più vivo di quella giornata è, a tutt’oggi, il tavolo della cucina. Era allestito a banchetto. Non avevo mai visto tanto cibo tutto insieme. Non vassoi ma teglie: olive ascolane, tramezzini di ogni tipo, panini con ogni salume esistente, pizzette, rustici…I dolci non erano da meno: enormi crostate alla frutta, alla ricotta, ciambelloni, torte, biscotti, tutto rigorosamente fatto in casa.
Ogni adulto mi porgeva qualcosa da assaggiare.
A tutto scuotevo la testa perché la cucina italiana era ancora lontana da i miei gusti. Provavo ad assaggiare qualcosa eppure, incredibile ma vero, non mi piaceva quasi niente. Quel vasto banchetto non era allettante per me.
In futuro seppi riscattarmi: per lunghi anni mia madre fu costretta a frenare la mia passione per il cibo talmente sarei diventata golosa.
Accettavamo con entusiasmo tutti i regali che i parenti e gli amici di famiglia avevano preparato per noi. Non finivo di scartare un dono, che ne ricevevo immediatamente un altro.
Ero finita in paradiso.
Giochi e giocattoli solo per me. Solo miei. Tanti e solo per me. Tenerissime bambole, barby, peluque morbidissimi che avevo visto solo in televisione: cani, gatti, orsi grandi quanto me. Il piccolo sapientino per accrescere la padronanza dell’italiano…Non finivo di saltellare dalla contentezza. Alice nel paese delle meraviglie. Pinocchio nel paese dei balocchi. Stavo vivendo tutti insieme i Natale che non avevo avuto la possibilità di godere in famiglia.
La mia camera era uno spettacolo: carta da parati bianca con piccoli, delicati fiori rampicanti, letto con una morbida coperta rosa, cuscini, giochi sparsi in ogni angolo. Una intera libreria tutta per me. Non sapevo proprio dove posare gli occhi.
“Javier la tua camera è bella come la mia?”, mio fratello guardò mamma e papà per avere la risposta alla mia domanda.
“Siete arrivati prima di quanto ci aspettassimo. Non siamo riusciti a preparare completamente tutto per tempo. Per ora Maurizio condividerà la tua camera, ma solo finchè non ne avrà una tutta sua”, spiegò nostro padre.
La mia prima piccola delusione.
Non avevo voglia di condividere quella stanza meravigliosa con mio fratello. Volevo che quello spazio meraviglioso fosse tutto per me. Una camera da letto tutta mia.
Ero già diventata ingorda?
Non mi vergognai della mia gelosia, era un sentimento che meritavo di poter esprimere.
Volevo iniziare a godere dei pregi e dei difetti di qualunque altro bambino.
Qulunque figlio esprime la propria convinzione di proprietà su ciò che presuppone gli aspetti. Io avevo appena iniziato a farlo.
Era evidente che quella era la camera destinata a una bambina. Cosa poteva aver a che fare con mio fratello?
Ero troppo piccola per capire che quello era stato lo spazio personale e privato di Marta.
Quella era la camera della ragazza che i miei genitori avevano perduto. Tutta la delicatezza di quelle mura si spiegavano, trovavano la loro ragione nella persona che l’aveva occupata prima di me.
Il mio unico pensiero fu la mia gelosia verso di esso. Brutto dirlo, ma è stato un bene essere ingenua ed inconsapevole del muto dolore che regnava tra tutta questa delicatezza. Per me è stato semplice ignorarlo.
Alla gelosia si aggiungeva il disagio che derivava dal dover dormire nella stessa stanza con mio fratello.
Le suore dell’orfanotrofio mi avevano insegnato e inculcato in testa che non fosse conveniente che un maschio e una femmina condividessero la stessa camera da letto, qualunque fosse il loro grado di parentela. Mi turbò un poco questa nuova sistemazione. Guardai i miei genitori. La loro felicità era troppo evidente. Perchè rovinarla? Le mie titubanze sparirono simultaneamente.
Pazienza.
Vita nuova, nuove regole.
Il passato è passato.
Il mio primo giorno a Roma. In casa mia con la mia mamma e il mio papà.
Dopo così tanti anni di attesa questa era la vera felicità! La sua vera e totale realizzazione. Su questo dovevo concentrarmi. Il resto era irrilenvante. Stupido pensare alle altre banalità. Avevo di fronte a me l’ingrediente che aveva dato alla mia vita un sapore indescrivibile per la sua dolcezza. Di fronte a me avevo l’oro che aveva arricchito la mia triste esistenza. Mi sentii rivestita di un’armatura che mi avrebbe resa invulnerabile.
In tanti parlano di miracoli: io stavo vivendo il mio miracolo personale.
Tutte le mie preghiere avevano trovato realizzazione.
Meglio non rovinate tutto per una stupida fissazione per il possesso di una stanza.
Arrivò l’ora della nostra prima notte.
Preghiera della sera e il bacio della buonanotte. Mentre papà si chinava per appoggiarmi un soffice bacio sulla guancia io cercavo già il viso di mamma. Con un sorriso ebete e due occhi carichi di aspettative la invitai ad avvicinarsi. Sorridente quanto me lei si sedette sul letto. Le posai le mani sulle guance e l’aiutai ad avvicinarsi. Mi posò quattro baci: uno su ogni guancia e uno su ogni occhio, un nostro rituale personale, iniziato a Bogotà.
“No. Troppo veloci”, mi sorrise di nuovo e si chinò una seconda volta.
Con pazienza prese tutto il tempo per accontentare il mio desiderio. Mi sentii in paradiso.
Non esisteva nulla al mondo come la dolcezza del suo tocco, nulla era paragonabile a quel calore che mi faceva sentire al sicuro.
L’abbracciai ancora una volta mentre accennava ad alzarsi. Lei ricambiò il mio gesto.
“Vanno bene così?”, mi domandò
“Perfetti, buona notte mamma”,
“Buona notte a te, sogni d’oro”.
Al buio, finalmente in solitudine, non ho potuto che piangere per la felicità.
“Mamma”, “Papà”, bisbigliai sottovoce. Non esistevano parole più belle.
Pronunciarle mi piaceva da matti.
Sbadigliai nel calore del letto.
Il mio letto.
Già, essere finalmente a casa era il passo finale della mia adozione.
La ciliegina sulla torta più buona. La nostra casa. Avevamo ottenuto tutto. E tutto era meraviglioso.
Mi salirono agli occhi pure lacrime di felicità.
Avevo atteso tanto, ma ne era valsa la pena.
La mia vita ora era diventata una favola.
Un sonno tranquillo mi appesantì le palpabre.
A qualche metro, poco lontano da me, sentivo il respirare sereno di mio fratello che riposava sopra il suo divanoletto.
“Clara?”
“Si, che c’è?”
“Stai piangendo?”
“Si”
“Perchè? Vuoi che vengo vicino a te?”
“No. Piango perchè sono troppo felice”.