34- stupidi sogni bugiardi

I nostri amici iniziarono a partire.

Andavano via.

Tornavano nella loro vera rassicurante e sconosciuta casa.

Noi quattro eravamo come uccelli migratori che ammiravano da terra, con inquitetidine, il volo dei propri compagni che si allontanavano nell’orizzonte.

Quando avremmo potuto aprire le nostre ali?

Quando sarebbe arrivato il nostro turno?

Avevo una voglia infinita di conoscere il resto della mia grande famiglia.

Avevo desiderio di andare a conoscere la mia casa.

Ero stufa di un albergo che aveva finito per annoiarmi.

Le foto della nostra vera abitazione mi facevano prudere le mani.

Quando avrei dormito nel mio vero letto?

La frenesia colpì tutta la mia famiglia.

Tutti eravamo pentole a pressione per il desiderio di raggiungere presto la nostra casa.

Il telefono ci aveva dato l’illusione di avvicinarci al nostro nido.

Persino io e mio fratello avevamo parlato con i nostri parenti. Ad ogni chiamata parlavamo con almeno quattro, cinque persone: vere e proprie riunioni di famiglia per poter scambiare due parole con noi. Ricordo sopratutto gli scambi verbali con nonna Sibilla. La cadenza sarda nella sua dolce voce danzante da ragazza nonostante l’età e le sue risate nel sentire le nostre voci.

Quando avrei potuto incontrarli?

Solo adesso, a seguito di quei colloqui telefonici mi resi conto che avendo ora dei genitori avevo acquisito molti altri legami. Avevo dei nonni, degli zii, dei cugini…oltre alla sicurezza del nostro nido avrei potuto godere dell’affetto genuino di altre persone. I legami di sangue dei miei genitori sarebbero diventati anche i miei.

C’erano poi gli amici di famiglia, i cui figli sarebbero diventati i miei compagni di giochi…Aspettavo con impazienza il giorno della nostra partenza…Ero protesa in avanti, desiderosa di immergermi completamente nella mia nuova vita e nei legami che mi avrebbe procurato….Che significava avere dei nonni?…Era come avere dei secondi ma più maturi genitori?…Ero una curiosa affamata e insaziabile.

Quando avrei potuto incontrare i proprietari di quelle voci?

C’era forse qualche problema?

Perchè non potevamo andare a casa nostra in Italia come facevano tutti?

I giorni passati a Bogotà mi sembravano ora tempo sprecato. Passata la novità delle nostre gite, ritenevo che il tempo mi volasse via senza essere goduto nella giusta maniera. Mi aspettavo che solo a casa nostra, tra la mia grande famiglia, il trascorrere delle mie giornate avrebbe ripreso ad avere un senso. Ero impaziente di conoscere il mio microsistema. Volevo circondarmi di ciò che la mia quotidianità a casa mi avrebbe assicurato.

Perchè eravamo costretti a questa attesa?

Perchè gli altri erano liberi di andare e noi eravamo ancora costretti a Bogotà?

Quale era il problema?

Mi addormentai con questa domanda nella testa.

Il mio interrogativo si presentò come residuo nel mondo onirico.

Di incubi ne avevo avuti, ma mai nessuno di essi mi aveva spaventata tanto da interrompermi il sonno.

Avevo sognato il problema che ci impediva di partire: i miei genitori non mi volevano piú.

Lo avevano rivelato poco prima della loro partenza.

In lacrime, tendevo le mani verso le loro spalle mentre salivano sull’aereo che li avrebbe portati via per sempre.

Urlai dentro quell’incubo la mia disperazione. Urlavo freneticamente contro quell’aereo insensibile che si allontanava inesorabilmente da me. Mi era impossibile smettere di piangere. Stavo per svenire dalla sofferenza.

Mi svegliai nell’attimo in cui stavo perdendo conoscenza.

Sentii piangere una voce che a stento riconobbi come la mia.

Solo l’umidità sulle mie dita nell’esplorarmi il viso, e la smorfia sulla mia bocca mi rivelarono che ero proprio io a fare quel rumore.

Mi venne da piangere con piú intensità.

Che sogno orribile!

Misi le mani sulla bocca per placare i miei singhiozzi, le lacrime uscirono copiose.

Solo un attento controllo della respirazione mi permise di calmarmi.

Giusto. Era solo un sogno. Un incubo. Tutto era passato. Non era vero niente. O no?

Mi alzai dal letto silenziosa, lottai contro la mia paura per il buio e mi avvicinai alla camera dei miei genitori.

Le coperte rigonfie e disordinate testimoniavano il fatto che fossero ancora lì. Non mi bastò. Aspettai che un qualche rumore mi rassicusasse circa il fatto che mia madre e mio padre fossero ancora dentro il loro letto. Ecco il russare di papà. Il mio cuore finalmente si placò.

Rimasi li a vederli dormire abbracciati, riempiendomi gli occhi di quel meraviglioso quadro.

Nessuno mi aveva sentita piangere?

Mi vergognai un po’ dei miei rumori e mi voltai per tornare nel mio letto.

“Clara?…Maurizio?…Chi è in piedi?…”

“Sono io mamma, mi sono svegliata e non riuscivo a prendere sonno”,

“Vieni quì”.

Alzò la coperta per farmi entrare.

Mi accolse tra le sue braccia. Mi rannicchiai nel calore del suo seno abbondante e della morbidezza del suo ventre morbido. Sospirai. Lei mi bació e mi strinse. Arrivò anche la mano di mio padre a richiedere un pezzetto di me.

Stupidi sogni bugiardi.

Mi strinsi con maggior vigore a lei e sentii le braccia di mio padre stringere entrambe. Già. Proprio stupidi sogni bugiardi.

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