33- Ted, dove sei?

Un giorno, mentre ci scambiavamo confidenze, abbiamo rivelato ai nostri genitori di avere un altro fratello di cui non avevamo notizie.

Parlavamo del nostro passato con leggerezza, come di qualcosa di molto lontano che non avesse più valore nel presente. Unica vera ferita che mi doleva della vita che ormai avevo alle spalle era l’ aver dovuto vivere separata da mio fratello. Parlavo di lui come si può parlare di un affetto che non si può avere indietro. Avevo rinunciato a lui. Mi accontentavo dei ricordi.

Papà e mamma ci ascoltavano con attenzione, talvolta scambiandosi occhiate perplesse, occhiate che a me sfuggivano, talmente ero immersa nella narrazione.

Quando vennero a sapere di Ted, i miei genitori si attaccarono al telefono per cercar di avere sue notizie.

Ancora una volta la mia nuova famiglia mi stupì per bontà e  desiderio di aiutarmi.

Sentii in bocca il sapore dolce della speranza.

Avrei potuto riavere il mio fratellone?

Avrei potuto abbracciarlo di nuovo?

I miei fantastici genitori sarebbero riusciti a riunirci tutti?

Incredibile. Era una preghiera silenziosa che non riuscivo ad immaginare neppure nei miei sogni più belli.

Stava accadendo per davvero?

Possibile stessero per avversi  persino desideri che non avevo il coraggio di esprimere?

Il mondo mi pareva diventato il paradiso in terra.

Non camminavo più: volavo.

La mia beatitudine era al suo culmine.

Telefonate e telefonate di mia madre e mio padre per sapere dove fosse Ted.

Il loro unico pensiero era riunirci.

Un numero di telefonate imprecisato.

Nessuno sembrava sapere niente.

Ogni volta che la cornetta del telefono era rimessa al suo posto andavo in apnea.

“Che hanno detto?”

“Di chiamare quest’altro numero”.

Frenesia. Un prurito sul cuore che non trovava sfogo.

L’ennesima telefonata ci consigliò di recarci nel nostro orfanotrofio.

In ragione di che proprio li?

Rimasi turbata di questo consiglio. Che ne potevano sapere li?

Significava che quelle suore antipatiche sotto la cui tutela mi era toccato vivere sapevano dove fosse Ted e non lo avevano mai detto? Sapevano che avessi un fratello e dove fosse?

Mi sono sentita presa in giro.

Sono ritornata a quella vecchia casa. Ho rivisto tutte le mie vecchie compagne.

Camminavo tra loro come un piccolo pavone. Mano nella mano con mia madre. Chiunque mi guardasse avrebbe visto una bambina felice, orgogliosa di ciò che la vita le aveva offerto.

Sorridevo ma dentro ero fredda come ghiaccio.

Perché proprio qui mi avrebbero dato risposta circa il destino di mio fratello? Ero confusa. Arrabbiata. Conservavo per me questo intruglio di sentimenti bui.

Anni dopo scoprii che per cercare Ted mia madre e mio padre erano andati contro i loro desideri: avevano rifiutato adozioni precedenti alla nostra perché erano costituite da gruppi di tre o più fratelli.

Sapevano che noi eravamo solo in due. Nessuno aveva mai parlato loro di  un terzo fratello.

Pur di riunirci a Carlos furono disposti ad abbandonare i loro propositi e prendere una altro bambino.

Notizie arrivarono, tuttavia, non furono buone.

Ero seduta sulle gambe di mia madre. Davanti a noi la fredda direttrice dell’istituto che parlò.

Ted era scappato molti anni prima dall’orfanotrofio al quale era stato assegnato.

Aveva impiegato davvero pochi giorni per decidere che la vita da orfano non gli si addiceva.

Era diventato uno dei tanti ragazzi di strada che lo stato colombiano ritiene relitti sociali.

Giovani vagabondi di un numero indefinito, senza regole, senza dignità, senza identità.

La strada che anche io e mio fratello eravamo sul punto di imboccare per nostra scelta se non fossero provvidenzialemente arrivati i nostri genitori.

Ted era praticamente impossibile da rintracciare.

Chiunque ci scoraggiò a impegnarci nella sua ricerca.

La luce della mia speranza si spense per sempre.

Un’ombra perenne che mi pesa ancora oggi sul cuore.

Il conforto, l’amore e le attenzioni dei miei genitori seppero diluire pian piano il dolore della mia ferita.

Scoprii così che il dolore più grande diventa  accetabile quando si ha per sostegno l’amore di una famiglia. Mi lasciai cullare dal calore delle attenzioni dei miei. Brutto dirlo ma mi distrassero, mi aiutarono ad accettare la perdita definitiva del mio Ted.

La famiglia é il rifugio perenne del corpo e dell’anima.

Il nido che rigenera.

L’immateriale miocardio che custodisce il cuore.

Mio padre e mia padre mi liberarono dal mio turbamento.

Alleviarono la mia sofferenza allontanando da me il dolore fangoso che mi appesantiva.

Mi cullarono con il loro amore.

Avevo perso per sempre Ted…nonostante ciò la mia vita doveva continuare.

Era un mio diritto, un mio riscatto anche in nome del mio fratellone.

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