Passammo giorni spensierati.
I giorni divennero settimane e le settimane mesi.
Ricordo con grande piacere quei primi tempi trascorsi insieme.
Ho rimosso gli incontri con medici, avvocati, assistenti sociali e figure ecclesiastiche, anche se sono consapevole che quegli incontri furono più che frequenti.
Ho sempre preferito conservare i ricordi delle nostre gite, dei nostri giorni più belli.
Abbiamo visitato il parco giochi più bello della città; lo zoo, uno tra i più belli e vasti del mondo; abbiamo visitato il paese nel quale sono nata: Zipaquirà; siamo stati in pellegrinaggio tra le montegne per visitare la Madonna di Guadalupe; siamo stati al museo dell’oro dove ho visto uno smeraldo più grande della mia testa e intere armature dorate. Tutte novità affascinanti, rese straordinarie dalla presenza di nostra madre e nostro padre.
I nostri genitori si erano dimostrati decisi ad imporci un regime giornaliero fatto di doveri e diritti.
Fu subito chiaro che ciascuno di noi avrebbe dovuto pensare al suo letto, alla pulizia della propria biancheria intima, e partecipare attivamente al mantenimento dell’ordine del nostro appartamento. Ciò doveva essere fatto dopo la colazione.
Non avremmo mai dovuto dimenticare che sia la mattina che il pomeriggio lo studio della lingua italiana aveva la precedenza su qualunque cosa. Di seguito a ciò ci era permesso di giocare come più preferivamo.
Mi adattai a questo ritmo facilmente.
La mia vita precedente era costituita da obblighi e responsabilità; avere delle regole dettate dai miei genitori non mi pesava, ansi, mi appariva dolce e carico di attenzioni che amavo.
Mi si chiedeva e tanto mi era dato.
Fu un po’ più complicato adattarmi alla cucina.
Mia madre aveva trovato al supermercato pasta barilla, passata, carciofi, parmigiano e qualche altra cosa ancora.
Tentava di introdurci alla dieta mediterranea con entusiasmo ma dico la verità: non mi sembrava così sfiziosa. Non mi piaceva proprio. Non mi attirava ne per colore ne tanto meno per gusto, mi sembrava tutto fosse sciapo. Mangiavo più per imposizione che per gusto. Gli sforzi di mia madre erano limitati dalla scarsità dei prodotti italici che era possibile trovare in commercio. Cucinava con attenzione e semplicità con il minimo che le capitava di comprare. Nel mangiare mogia mogia quei piatti poco allettanti io pensavo che l’unica cosa che mi sarebbe mancata della mia patria di origine sarebbe stato il cibo.
Anche in famiglia valsero i principi dell’orfanotrofio: si sarebbe dovuto mangiare tutto ciò che era stato presentato a tavola senza fare troppe storie. Capricci a tavola voleva dire punizione. Blandi castighi del tutto idonei alla nostro essere bambini.
Mia grande consolazione furono la moltitudine dei frutti tropicali. Hanno rappresentato una benedizione per tutti: erano talmente buoni che i miei genitori erano desiderosi assaggiarli praticamente tutti. Io e mio fratello eravamo strafelici di mangiare la frutta perchè ricca di un sapore che ci era famigliare. L’unico e breve momento della mia vita in cui la frutta costituì il mio pasto prediletto.
L’avere due genitori per me significò dover lottare contro la mia timidezza.
Avevo milioni di domande ma poco coraggio. Era una vera e propria lotta interna. Solitamente uscivo sconfitta e tacevo tenendo per me i miei quesiti; a volte però, riuscivo a mettere da parte questo mio blocco e trovavo la voce.
“Adesso puoi! Ora sei libera di chiedere”.
Le mie vittorie sulla mia timidezza mi procuravano veri e propri tesori.
Quali erano questi miei tesori?
Informazioni personali. I famosi “fatti miei”.
Mi sentivo come una larva uscita dal suo misero bozzolo.
Sentii il bisogno e il diritto di fare le domande che non avevo mia avuto il coraggio di fare.
“Quanti anni ho?”,
“Quando sono nata?”.
Le risposte a questi quesiti furono come oro colato per me.
Avevo ardentemente desiderato di saperlo. Da sempre.
Prendere possesso e fare mie queste basilari conoscenze personali ebbero un effetto rigenerante.
Piano piano stavo prendendo possesso di tutto ciò che fino ad allora avevo solo sognato.
A tutti gli effetti in quelle lontane giornate ero un embrione che stava diventando feto.
Il mio sviluppo era lento e dolce, totalmente rassicurante.
Era l’evoluzione, non del corpo, ma della mia anima, del mio cuore.
Il ventre nel quale trovai rifugio e nutrimento fu costituito da quell’amore e quelle attenzioni che i miei genitori manifestarono durante ogni attimo di quella prima nostra vita insieme.
Passavo ore intere a sussurrarmi tra me e me una litania che si arricchiva di sempre nuovi particolari:
“Io sono Clara Alicia Roselli, ho nove anni e il nove dicembre ne farò dieci”.
Per molti anni ero stata gelosa, quasi disperata, di non avere queste informazioni personali. Guardavo con odio le mie compagne mentre festeggiavano i loro compleanni.
Erano punti di riferimento che per me erano come l’essenzialità del sole per la vita.
Non aveva più importanza. Quella era la vita che avevo lasciato alle mie spalle.
Non era necessario che mi guardassi indietro, i miei occhi avevano scelto di fissarsi solo in una direzione: davanti a loro.
Non esisteva la differenza genitore biologico, genitore adottivo. Era una dicotomia che non mi era mai passata per la testa.
Avevo mia madre e mio padre. Li avevo ora. Erano i miei genitori. Una parola che bastava a se stessa. Una parola che non aveva bisogno di epiteti.