Non so con certezza quanto tempo passammo a Bogotà insieme ai nostri genitori. Ero finalmente insieme a loro. Null’altro aveva importanza.
Cosa strana il tempo cominciò ad essere importante per me solo con l’arrivo della mia famiglia.
Era l’ agosto del 1993.
Finalmente iniziavo ad avere cognizione del tempo. A scuola, prima di ogni lezione, scrivevo la data, ma era un’informazione automatica che al mio cervello disinteressato non interessava.
La nostra comunicazione migliorò notevolmente.
Già la mattina seguente al nostro incontro, dopo il risveglio, una volta lavati e sistemati, iniziarono le nostre lezioni di italiano.
Prima lezione che abbiamo ricevuto dai nostri genitori: prima il dovere e poi il piacere.
Lezione di lingua durante le prime ore del giorno e poi libertà di gioco; laddove non di dovesse uscire per andare da qualche parte.
Imparammo innanzi tutto il Padre Nostro e l’Ave Maria.
A ciascuno venne dato un quaderno e delle penne sui quali scrivere la traduzione delle parole da imparare.
L’elasticità del nostro giovane cervello e il desiderio di capire mamma e papá affrettarono l’apprendimento. I miei genitori presero la decisione di parlare solo italiano in nostra presenza. Mi piaceva imparare quella stana e nuova lingua. Io e mio fratello ripetevamo ridendo le parole che ci sembravano buffe. Talvolta pensavamo che fosse una lingua presuntuosa: in spagnolo sono “ermano” ed “ermana”, stessa parola per dire lo stesso concetto, solo l’ultima vocale era variabile; quei bizzarri “fratello” e “sorella” erano suoni troppo strani e simpatici per non ridere di loro. Quel “mamma” invece di “mamá” fu un po’ difficile da accettare. Per il resto era tutto fattibile, molti vocaboli erano simili, altri persino più semplici.
C’era una litania che adoravo ripetere ad alta voce
“Il mio nome è Clara Alicia Roselli”.
Subii anche le prime difficoltà.
Per insegnarci i numeri, i nostri genitori decisero di farci ripetere le tabelline nella nostra nuova lingua. Pretesero una tabellina al giorno.
Per me tutto andava bene finche non arrivò la maledetta tabellina del sette. Proprio non riuscivo ad impararla. Rimasi lì; ore e ore per memorizzare quei numeri che proprio non facevano per me. Veder giocare mio fratello mentre io mi impegnavo con la diabolica tabellina mi fece arrabbiare.
Se Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto.
Una volta sicuri di aver imparato a memoria tutta la tabellina dovevamo recitarla per intero a voce alta davanti a mamma o a papà. Così feci anche quella volta.
Recitai la seguenza di numeri con un certo sforzo con la mano appoggiata sulle tempie. Finsi la perplessità perchè i miei erano ben consapevoli delle problematiche che avevo avuto per impararla. Ero sicura che riperterla con troppa scioltezza li avrebbe insospettiti. Lessi la tabellina che mi ero furbescamente scritta sul palmo della mano.
Non avevo mai bleffato a scuola, era la prima volta che che prendevo delle scappatoie.
Con tutti a testimoni del mio impegno, fui libera di andare a fare quanto avessi desiderato. Felice, e non lo nego, fiera di me stessa, andai a prendere i miei giocattoli per andare a giocare in balcone. Mio fratello mi raggiunse poco dopo. Iniziammo a rincorrerci per casa, finchè lui, per bloccarmi, mi chiuse all’esterno bloccando la portafinestra. Per farmi aprire, bussai battendo le mani al vetro. Gli occhi di mio padre furono attratti inesorabilmente dalle macchie scure che avevo su un palmo della mano.
I suoi occhi increduli lanciarono fuoco. Io pensai che sarei rimasta benissimo fuori al balcone. Smisi di battere il vetro.
Disgraziatamente lui mi aprì e mi bloccò le mani in modo che io non potessi vedere i palmi.
“Ripetimi la tabellina del sette”.
Vergogna. Tanta, tanta, tanta vergogna.
Ero stata scoperta.
Come potevo essere stata così stupida da fare una cretinata da imbecille?
Cosa avrebbero pensato di me i miei genitori?
Abbassai la testa. Inutile recitare. Non la sapevo. Ammisi la mia colpa. Il mio pianto fu il mio modo di chiedere scusa.
“Fila a studiare. Non ti alzerai dalla sedia finchè non me la avrai ripetuta guardandomi negli occhi”.
Giusto.
Che figuraccia avevo fatto.
Imbarazzata come un ladro preso con le mani nel sacco restai per un po’ a testa china, poi ripresi a studiare.
Basta inganni. Via con quella maledetta tabellina del sette.
“Sei proprio stupida Clara, come hai potuto fare una cosa del genere!”. Mio fratello.
La voce della mia coscienza. Una voce che in quel momento odiai. Lo ignorai e non gli risposi per orgoglio. Restai seduta a fare il mio dovere.
Immagino sia da quel fatidico giorno che i miei capirono che, sebbene fossi la più tranquilla dei due, negli anni avrebbero dovuto combattere soprattutto contro la mia furbizia. Piú mite, più pacata, di una pericolosità silenziosa. Ecco che hanno pensato, e pensano di me.
Ho sempre ritenuto la mia furbizia piú figlia della stupidità che dell’arguzia, perció ho preferito servirmene il meno possibile; le poche volte che ho infranto questo mio proposito per me sono stati guai. Mi ritengo, perció una persona più intelligente che furba, sempre quando non cado nella tentazione della strada più breve ma dall’esito incerto.
La furbizia ha un sapore troppo alettante per poter rinunciare per sempre ad essa.