29- prime volte

Lo guardammo come si può guardare un intruso.

Di sicuro ognuno di noi deve aver avuto una buffa espressione sul viso, perché lui, guardandoci, scoppio a ridere. Si chinò davanti a noi.

“Bene ragazzi. Vi spiego una cosa: i vostri genitori sono venuti a prendervi dopo un lungo viaggio. Sono anche un po’ stanchi dopo tante ore di volo. Provengono dall’ Italia. Lì si parla l’italiano”.

Italia? Italiano? Mai sentiti nominare. Forse si, ma che importanza aveva!? Mi chiesi dove fosse situato sul mappamondo. Era davvero tanto lontano? Ritornai a sentire le parole dell’uomo.

“Noi parliamo spagnolo ma i vostri genitori non lo parlano tanto bene. Ecco perché dobbiamo parlare molto lentamente e dare loro il tempo di capire le nostre parole. Io sono il vostro autista personale. Sono un tassista. Starò con voi finchè non partirete. Per fortuna vostra parlo l’italiano, perciò, quando staremo insieme e vedrò che siete proprio in difficoltà con la lingua vi aiuterò; però ricordate: dovete parlare lentamente e dare il tempo di farvi capire. Dovrete imparare presto a parlare questa nuova lingua così potrete farvi capire immediatamente dalla vostra nuova famiglia”.

Assimilammo il discorso. Aveva ragione.

Ci girammo verso i nostri genitori per fargli sapere che eravamo affamati. Lenti e concisi. Infatti loro ci capirono al volo. Noi, però non capimmo la loro risposta. Iniziarono a parlate con l’autista il quale ci diresse verso il suo taxi. Con una carezza cercai di calmare il brontoliò del mio stomaco ed entrai nel veicolo.

Quel giorno rappresentò una miriade di prime volte e di scoperte del tutto nuove.

Fino ad allora avevo sempre pensato che tutto il mondo parlasse lo spagnolo. Poi, pluffete! Ecco saltar fuori l’italiano. Era difficile imparare una lingua? Non ne avevo la benchè minima idea. Sapevo soltanto che avrei fatto del mio meglio per impararla presto. Dovevo assolutamente capire e farmi capire dalla mia famiglia.

Odiavo quella brutta sensazione. Era come se ci fosse un muro invisibile che sapeva creare solo sconcerto.

L’inadeguatezza delle mie parole mi disturbava molto.

Dovevo assolutamente sbrigarmi a imparare l’italiano.

Odiavo la strana sensazione che deriva dall’ impossibilità di comunicare fluidamente; la lingua sembrava diventare di piombo, volevo dire mille cose, ma fu come se nessun suono potesse uscire dalla mia gola.

A gesti era impossibile.

Tanta voglia di parlare con loro ed impossibilità di farlo…

Con mio grande stupore il tassista ci portò al mio hotel preferito.

Con un grande sorriso mi ricordai della promessa che mi aveva fatto Dogna Marta.

Questo ricordo ne stimolò un altro. Avevo già sentito parlare italiano. Molti mesi prima quando i miei genitori avevano parlato al telefono con la suora che adoravo. Solo allora il mio cervello non avea dato importanza all’ informazione.

Scesi freneticamente dall’auto e mi portai davanti a tutti.

Dimenticando l’avvertimento del nostro autista iniziai a parlare freneticamente e a gesticolare come una pazza.

Mio fratello fu contagiato dall’entusiamo e mi venne subito dietro.

Era rimasto affascinato anche lui dalla vastità dell’albergo. Iniziai a fare da Cicerone, orgogliosa di conoscere un posto nel quale nessun membro della mia famiglia era stato.

I miei genitori mi guardavano senza riuscire a cogliere una parlora di ció che pronunciavo.

Avevo persino dimenticato la fame.

Il tassista scosse la testa sorridendo e tradusse le mie parole.

“Clara conosce già questo hotel. Le era stato promesso che avrebbe soggiornato proprio qui insieme a voi perché è il suo albergo preferito. Vorrebbe farvi da guida e farvelo vedere…In effetti è un complesso vasto. Suppongo lei non abbia nemmeno capito quanto e ne conosca solo una piccola parte. Comunque, non vi preoccupate, la calmo io. Vi accompagno in camera e poi vi lascio. Ci penserà la reception a dirvi dov’è il ristorante interno di cui vi ho parlato”.

Entrammo curiosi ed eccitati nella nostra camera che ci era stata destinata. Era un vero e proprio appartamento. Papà filmó quella nostra prima escursione con una grossa video camera. Fissai meravigliata quello strano strumento. Quando mio padre mi fece vedere un pezzettino della sua registrazione feci un balzo indietro dallo stupore lo guardai con occhi increduli. Sembravo una scimmia di fronte ad uno strumento umano.

“Che cos’è!?”

Papà rinunció ad una spiegazione; non aveva le parole per poterlo fare, si limitò a sorridermi, quasi chiedendomi scusa della sua incapacità di chiarirmi le idee.

Esplorammo con grande convinzione i primi due ambienti del nostro appartamento. Ci fermammo all’ improvviso: tutta la nostra attenzione fu catturata dall’accessorio domestico più grande che avessimo mai visto: un enorme televione nella camera matrimoniale.

Come cobra incantati da un’inebriante melodia stavamo davanti ad esso a bocca aperta.

Mio fratello la accese, era una libertà che non ci saremmo mai presi in orfanotrofio; la nostra nuova vita ci aveva immediatamente resi piú audaci. Nessuno si lamentó della nostra iniziativa, perció ci sedemmo sul bordo del letto a vedere i cartoni animati sul nostro canale preferito. Avremo mantenuto questa abitudine per tutta la nostra vita insieme a loro: io e mio fratello seduti vicini vicini al bordo del loro lettone a vedre la televione.

Nostro papà ci girava intorno riprendendoci, ci chiamava per farci girare nella sua direzione del tutto inutilmente: la nostra totale attenzione era volata altrove. Si arrese e decise di continuare a fare il registra altrove, filmando la camera e lo spettacolo della città che si poteva godere dalle ampie finestre. Si prese tutto il tempo di cui aveva bisogno.

Si divertì a filmare nella sicurezza assicurata dalle mura della camera.

Gli avevano detto di non uscire per strada con oggetti che potessero attirare l’attenzione, perchè a Bogotà potevano ammazzarti anche per un paio di scarpe griffate.

Si, é proprio cosí, i miei genitori partirono già carichi di terrore dalla loro bella e tranquilla Italia per venirci a prendere in un paese dove il pericolo si celava dietro ogni angolo, dove era necessario tenere gli occhi ben aperti e non attirare mai l’attenzione. Gli avevano intimato di passare il meno possibile per stranieri; meno parlavano, meglio era. Meno andavano in giro, meglio era. Uno dei paesi piú pericolosi del mondo. Ecco dove gli avevano detto che sarebbero venuti aprenderci. Di fatto, nel girare la città, benché accompagnati da persone fidate, non si sentirono mai al sicuro.

Suppongo che il ricordo di quella paura, di quella incertezza sempre presente, di quella costante sfiducia averso la mia città intera abbiano generato in mia madre un tarlo malefico che crebbe silenzioso in lei e che si manifestó prima a tratti, per poi esploderci contro.

I nostri genitori si stupirono del nostro totale rapimento di fronte alla televisione.

Poche ore insieme ed ecco che già ci eravamo fatti rapire da una banale tv. Non era importante l’apparecchio in se stesso ma il fatto che per noi rappresentasse un taglio con il passato: lo avevamo acceso noi, di nostra iniziativa, stavamo vedendo il nostro canale preferito al di fuori di un orario prestabilito. Stavamo facendo qualcosa che prima era fuori dalla nostra portata. Questo ci aveva rapiti. Questo era il vero significato del nostro incanto davanti al televisore. Un’ennesima rottura con il passato.

Solo una frase ci rapí dal nostro incantesimo:

“Non avete fame?”, ci chiese nostro padre mentre leggeva la frase da un dizionario tascabile.

La prima volta al ristorante.

Già minuta di mio, mi sentii piccola rispetto a tutto il resto: sedie, tavolo, posate, piatti bicchieri; tutto mi appariva immenso rispetto a me. Rimasi muta, in soggezione, a guardarmi intorno, incantata ed intimorita dal fasto che vedevo per la prima volta.

Come funzionava un ristorante?

Mi agitai un pochino. Poi vidi la compostezza dei miei genitori e mi rassicurai: ci avrebbero pensato loro a me.

I miei genitori sapevano esattamente cosa fosse necessario fare.

La bellezza di essere bambini. La bellezza di avere una famiglia: avere la certezza che qualunque imprevisto capitasse avrei avuto il loro appoggio. La bellezza e la libertà di sentirmi piccola. La libertà di sentirmi bambina.

Finalmente potevo delegare la risoluzione delle mie preoccupazioni a loro. Non avrei dovuto combattere i miei timori da sola: avevo gli alleati migliori. Avevo due adulti che avrebbero risposto costantemente alle mie necessità e fatto svanire le mie apprensioni.

Li guardai e sorrisi loro con timidezza.

Rimasi seduta composta aspettando che facessero tutto loro.

Mi stupii quando il tavolo prese a tremolare. Pensai a un terremoto. Rivolsi la mia attenzione ai miei gentori. Entrambi guardavano mio fratello. Parlarono tra di loro nella loro strana lingua. Rivolsi la mia attenzione a Javier. Era l’emblema della felicità. Bello come sempre. Solo esprimeva con troppo vigore il suo stato di beatitudine. Dondolava a gran velocità e senza tregua le gambette sotto la sedia. Appoggiato con i gomiti sopra il tavolo faceva tremolare tutto al ritmo della sua frenesia.

“Maurizio calmati”, disse mio padre nel suo giovane spagnolo,

“E’ sempre così vivace?”, chiese rivolto a me.

Gli risposi con un movimento oscillatorio della testa. Mi sentivo un po’ troppo intimidita per farmi uscire la voce. La mia timidezza era finalmente uscita fuori. Passata l’entusiasmo del nostro primo incontro mi sentii un poco intimorita.

“Cosa volete mangiare?”

Domande e risposte venivano fuori con la velocitá tipica del passeggiare delle tartarughe: lente e affaticate.

Naturalmente io avrei voluto mangiare tutto quanto era scritto sul menú. Mi sembrava giusto assaggiare la totalità delle portate. L’esuberanza del mio appetito fu sedata dalla mia timidezza.

Tra tanti cibi buoni cosa sarebbe stato giusto scegliere?

L’illuminazione giunse istantanea: carne. Precisamente pollo.

Perchè questa preferenza? Fino ad allora la carne era stato un cibo troppo costoso per costituire un elemento fisso del nostro menú; quando stavamo con nostro padre biologico la carne costituiva un’utopia di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza. Il massimo a cui potevamo ambire erano pezzetti di salsicce donati da qualche anima pia in cambio di qualche favore.

All’ orfanotrofio ci fu possibile mangiarla, ma solo la domenica, e solo pollo. Il Natale costituiva l’unica eccezione: ci era consentito mangiare la famosa imbottita carne di maiale. Ecco perché avevo pensato al pollo. Avevo escluso il maiale perché convinta che si mangiosse solo sotto il periodo della natività. E vicino al pollo? Una bontà di cui avevo tanto sentito parlare ma che non avevo mai assaggiato: le patatine fritte.

Finito il pasto uscimmo dal hotel.

Dopo pochi minuti di cammino mi trovai di fronte ad un’immenso edificio dal cui vertice svolazzavano bandiere di tutto il mondo.

Già quando varcai la porta scorrevole avevo la bocca aperta dallo stupore.

Quel vasto concentrato di negozi fu una vera e propria scoperta.

Fissavo stupita tutti gli esercizi commerciali che incontravamo nel nostro cammino.

Era davvero possibile che potesse esistere tutto quel fasto?

Le sfarzose luci artificiali, il sottofondo confuso di voci, gli aromi prodotti dai vari ristoranti mi fecero girare lievemente la testa.

Mi sentii come un cieco che avesse riacquistato la vista all’improvviso.

Non sapevo cosa guardare, a cosa dare la mia attenzione.

Quella dose eccessiva di stimoli mi eccitò.

Mano nella mano con mia madre la spingevo quasi, tanta era la frenesia di scoprire tutte le sorprese di quel luogo.

Solo una cosa seppe bloccarmi: un meraviglioso negozio di giocattoli. Mi girai verso i miei genitori nella speranza di poterci entrare. Non espressi verbalmente il mio desiderio, però lo feci capire chiaramente.

“Clara, dobbiamo fare altre spese”.

Parlava sempre nostro padre.

Nostra madre ancora non se la sentiva di tentare di parlare quel poco di spagnolo che aveva appreso. Era troppo intimidita per immergersi nel nostro frenetico spagnolo. Preferiva non dover combattere con le imbarazzanti difficoltà verbali.

Quel pomeriggio ottennni il corredo che mi sarebbe stato necessario per i primi giorni di convivenza con la mia famiglia. Qualche cambio casual, qualche vestito comodo e sportivo, pigiama, biancheria e scarpe. Tra tutto regnava un colore: il rosa naturalmente.

Portavo entusiasta le buste con gli indumenti che mi erano stati comprati. Ero davvero al settimo cielo. Aver ottenuto tutti quei bellissimi abiti per me era il massimo: mio, tutto mio, solo per me. Addio forzata condivisione, addio timore che qualcosa mi fosse rubato da qualche altra bambina. Addio lotta continua per indossare la mia maglietta preferita. Ero in estasi, ubriaca di orgoglio, felicità, aspettative meravigliose.

Pensavo di aver già ottenuto molto, e quel tanto mi bastava.

“Scegli quello che vuoi”.

Detto davanti ad una vetrina di giocattoli. Arduo. Tra tanti tesori cosa avrei potuto prendere? Una così vasta possibilità di scelta non poteva che confordermi. Avevo già ottenuto una bellissima bambola…A che dare la mia preferenza? Girai tutto il negozio. Mmmmm…troppi, troppi giocattoli e troppe cose belle. Come un ubriaco che non sa scegliere con quale vino continuare la sua sbronza, mi aggiraravo tra gli scaffali confusa. Scegliere a caso a ponderare la decisione? Mai avrei immaginato che avrei avuto difficoltà nel prendere un giocattolo. Mi aiutò il caso: mi trovai improvvisamente davanti ad una parete completamente piena di Barby. Ecco fatto. Avevo trovato il mio primo regalo: quello scelto da me: una barby originale. Come qualunque altro bambino scelsi la scatola tra le più grandi a portata di mano. Vale a dire Barby con camper e tanto di cavallo, nonchè cambi d’abito per ogni occasione: da giorno, per equitazione, per le occasioni.

Non guardai il prezzo. Non avevo la benchè minima concezione del valore del denaro. Come è naturale mamma e papà mi consigliarono di prendere qualcosa di più facile da riportare al nostro appartamento.

Scelsi una barby principessa. Aveva un bellissimo abito celeste che diventava tutù se toglievi la gonna più lunga. I suoi meravigliosi capelli biondi arrivavano quasi al toccare i suoi piedi.

“Mamma, papà, grazie di tutti questi regali!”.

“Ti conviene aprirla a casa. Qui è facile che camminando ti perda qualcosa”.

Avevo due genitori estremamente saggi. Li guardai ammirata e commossa e li strinsi a me.

Ero felice. Ero diventata come tutte le altre bambine del mondo.

“Che ne dite se andiamo a mangiarci una pizza per cena?”

Era giá ora di cena?

Come era possibile che il tempo scorresse tanto rapido?

Io e mio fratello guardammo papà confusi. Cosa aveva detto papà? Una pizza? E che cos’è era?

Ci portarono in un ristorante interno al centrocommerciale. Ricordo ancora il nome: “Pizza Nostra”. Gli odori che emanava la cucina erano deliziosi. Vedere quei sottili e giganteschi dischi arricchiti con ogni bontà esistente al mondo mi stimolò la salivazione all’istante. Non fu importante che sapore avesse, di cosa fosse fatta: dovevo assolutamente mangiarla. Io e mio fratello da neofiti ci prendemmo la pizza condita con il pollo e verdure, i miei optarono per gusti classici.

Tutti soddisfatti da ciascuna scelta fatta. Una vera bontà. La pizza colombiana di quel ristorante fu considerata buona dai miei nuovi genitori italiani…Si, a Bogotà esiste la pizza buona.

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