Triste.
Ero terribilmente triste.
Era accaduto qualcosa.
Non erano venuti a prenderci.
Ci avevano ripensato.
Non ci volevano più.
Il mio morale era a terra. La quotidiana attesa mi aveva logorato.
Avevo di nuovo perso le speranze.
Perchè ero stata presa in giro?
Chi si era divertito a mie spese?
Sedevo guardando con occhi invidiosi le bambine vestite di uniforme scolastica.
Le osservai con lo stesso sguardo di un gatto che si appresta a preparare un agguato ad un ingenuo passerotto distratto.
Loro ridevano, chiaccheravano leggere mentre uscivano di casa.
Mai avrei immaginato che mi sarebbe mancata la scuola. Eppure era così.
Come era cambiato il mio temperamento dal giorno in cui ero arrivato in questo nuovo orfanotrofio… Ero gelosa della vita ordinaria delle altre orfane come me.
Mi mancavano le mie giornate piene.
Mi ero stancata di non fare nulla per tutto il giorno.
Avevo la testa troppo libera di pensare.
Mi stavo convincendo che dopo avermi vista i miei genitori adottivi avessero rinunciato perchè ero brutta. Non gli ero piaciuta. Erano andati via senza di me. Erano tornati a casa senza di me.
Ero triste. Era triste.
Sarei stata costretta a tornare nel mio vecchio orfanotrofio?
Sarei stata costretta a fuggire per davvero?
Dopo essere stata sfiorata da un sogno sarei stata costretta a tornare al pessimismo, alla rinuncia?
Il mio destino era quello di avere le strade di Bogotà come padre e madre?
Ero confusa. Ero stanca. Ero delusa. Mi sarei strappata il cervello per evitare di pensare.
Il procedere tranquillo dell’auto e la serenità del nostro cuore ci fece addormentare.
Non ebbi la minima idea di quanto avessimo viaggiato.
La macchina si fermò dopo una non abile fermata da parte dell’autista.
Sebbene fossimo appisolati, il risveglio fu simultaneo. Eravamo fuori dalla città?
Il meccanismo automatico di un grosso cancello entrò in azione.
Davanti ai nostri occhi apparve una villa da sogno.
Emozionata pensai che quella fosse la casa dei miei nuovi genitori.
Un occhiata più attenta mi fece ricredere. Benchè l’imponente abitazione sembrasse una casa privata era solo un altro orfanotrofio. Si, più bello di altri, ma pur sempre un orfanotrofio.
Un gregge di bambine di tutte le età giocava lungo tutto il giardino della villa. Confusa, non seppi che cosa pensare.
“Clara, tu devi scendere qui”.
“Solo io?”, chiesi spaventata alla donna che mi aveva parlato.
“Si. Vedi, in questo bellissimo posto c’è posto solo per te. Qui possono starci solo bambine. Tuo fratello starà da un altra parte non lontano da qui. Vi ricongiungerete non appena arriveranno i vostri genitori”.
Quella frase fu la chiave per calmare tutte le mie paure. Diedi un bacio sulla guancia a Javier, salutai Viviana e seguii la donna all’interno della casa.
Erano passati due mesi. Due mesi da quando avevo salutato la piccola Maria.
Due mesi da quel lungo viaggio in macchina.
Due mesi che il mio cuore piano piano aveva preso a battere con meno vigore.
Del mio entusiasmo non avevo che piccole briciole. Una fiammela di speranza era rimasta accesa. Aspettavo solo l’evento che l’avrebbe alimentata o soffocata.
Qualcuno capí il mio stato d’animo. Un qualcuno a cui non avrei mai attribuito alcuna sensibilità.
Le suore che incontrai nella mia nuova casa furono una vera sorpresa. La loro tranquillità, la loro gentilezza, la loro sensibilità, il loro altruismo mi avevano spiazzata.
Incredibilmente scoprii che esistevano delle donne degne di essere le spose di Cristo.
Imparai ad umare il corpo rotondo e morbido di Dogna Marta, la cuoca; il fantastico carattere della giovane Andreas che avrebbe preso i voti. Diventai la loro protetta.
Passai le mie giornate in loro compagnia.
Il rapporto con loro mi fu utile per tutta la vita. Mi insegnarono a rigovernare la cucina, a pelare qualsiasi tipo di ortaggio o frutto, a preparare dolci essenziali, ma, soprattutto, cercavano di confortare il mio animo ferito.
Una volta a settimana veniva una macchina che mi accompagnava a trovare mio fratello.
Le mie due nuove amiche speciali mi regalavano un pensierino, solitamente commestibile, da portare in dono a mio fratello.
Non esultavo al comparire del veicolo, neanche la compagnia di Javier era un conforto che sapeva darmi sollievo. La mia era una tristezza senza fondo.
Ero ancora intenta osservare le altre attraverso la grossa finestra, quando la morbida mano di Dogna Marta si posò su di me.
Mi massaggiò dolcemente schiena ma vide che le sue carezze non modificavano la postura flemme delle mie spalle.
“Mi vieni ad aiutare in cucina? Puliamo a cuociamo le fragole. Vedrai che un po’ di questa brutta tristezza se ne andrà. Su, vieni con me”.
La seguí senza troppo entusuasmo ma consapevole che la sua compagnia mi avrebbe fatto sentire un poco meglio. Collaborai con la preparazione del pranzo ed effettivamente l’essere impegnata in qualche attività migliorò il mio stato d’animo.
“Bè, oggi non hai niente da raccontarmi? Che é questo silenzio? ”
“No Marta. Oggi Clara ha mille pensieri per la testa per poter badare a noi”, aggiunse Andreas.
Si scambiarono un sorriso complice. La piú giovane fece l’occhitto alla piú ansiana. Non mi accorsi di nulla.
“Si. È vero. Devo ammettere che hai ragione, però oggi ci ha aiutate davvero tanto in cucina”
“Stai dicendo che andrebbe premiata per la sua collaborazione?”
“ Mi hai letta nel pensiero!”
“Ora che ci penso ho proprio un bel regalo da darle…Secondo te le piacerà?”
“Secondo me impazzirà di gioia e non ci filerà per tutto il resto della giornata!”
“Secondo me metterà da parte quell’espressione seria dal viso e ritornerà a essere la bambina sorridente che ho conosciuto due mesi fa!”.
Scoppiarono a ridere in contemporanea.
Ebbi il timore che fossero impazzite. Di cosa stavano parlando?
Ero stata a trovare mio fratello il giorno prima, quindi non si riferivano a Javier.
Cosa le era preso a entrambe?
Immaginai che mi volessero offrire un primo assaggio del cibo che avevamo preparato.
Una cosa era certa: da quando le avevo conosciute ero ingrassata di qualche chiletto.
Non andó come mi aspettavo.
Interdetta vidi Andreas uscire dalla cucina e fare ritorno con una busta da lettere. La pose tra le mie mani. Era bianca. Voluminosa. Pesante.
“Non la apri? Non sei curiosa?”.
Mi guardarono con gli occhi lucidi e le mani intrecciate posate sul petto.
Non me lo feci ripetere. Che avevano queste due? Meglio fare in fretta e accontentarle.