Fu uno shock.
Tutti i sentimenti che avevo congelato dentro me stessa esplosero insieme.
Fuochi d’artificio dentro il mio cuore.
Mi ubriacai di adrenalina.
Per un attimo rimasi immobile. Incredula.
Tutto aveva cessato di esistere.
Solo due parole mi rimbombavano nella testa: “genitori adottivi”.
Dai miei occhi uscirono silenziose le lacrime più dolci della mia vita.
Finalmente era accaduto. Inatteso. Il mio bisogno primario finalmente sarebbe stato soddisfatto.
Intontita godetti di quel vortice meraviglioso di sensazioni che mi circondò.
Scattai in piedi all’improvviso. Tutto era diventato nebbia. Silenzioso. Non sentii neppure il fragore della sedia che feci cadere a terra. Che cosa dovevo fare? Il mio corpo si mosse di volontà propria. Corsi fuori dalla stanza. Iniziai a spogliarmi già lungo il tragitto per arrivare alle docce. Arrivai davanti ad esse che ero completamente nuda. Perchè ero corsa in bagno? Qualcuno mi aveva detto di farmi la doccia? Non fu importante. Aprii il getto dell’acqua e alzai il viso verso di essa. L’abbraccio dell’acqua mi caricò. Urlai dalla felicità. Le mie lacrime si confusero felici con le mille gocce che ballando mi accarezzavano.
Un’esaltata voce estranea si unì alla mia. Mi girai verso la sua sorgente. Viviana era lì vicino a me. Sfogava, come me, quell’ingorgo di emozioni strillando a sguarcia gola. Ci fissammo e scoppiammo a ridere fragorosamente. Iniaziammo a schizzarci l’acqua, a saltare.
Non ci eravamo mai filate, eppure ora eravamo divenute anime gemelle. Ci tirammo fuori dalle docce; invasate, pazze di una follia dolce come non mai. Mi sciugai con energia. Mi vestii più rapidamente di quanto mi fossi spogliata e tornai di corsa al piano di sotto.
Il mondo mi parve brillare di colori nuovi, più vivi. Finalmente mi parve bello. Degno di essere amato e ammirato.
Si era realizzato. Il sogno che avevo abbandonato si era realizzato.
Ripresi a piangere di gioia.
Saltavo scuotendo tutto ciò che il mio corpo mi permetteva di dimenare perchè incapace di esprimere con voce, con il sorriso o con le lacrime ciò che provavo.
Non diedi peso agli sguardi invidiosi delle mie compagne. Non le biasimai. Avevo provato in prima persona per anni quel sentimento. Ebbero la mia totale comprensione. Una compagna, più di ogni altra mi stupì.
La piccola Maria mi venne incontro e mi abbracciò. La mia piccolina rideva di gioia. Era contenta per me. Mi chinai e me la portai al petto. Era lo spettacolo più bello che avessi mai visto. Maria era felice che io avessi ottenuto una madre e un padre. Il suo altruismo mi disarmò. Gioiva della mia gioia. Vedendo lei mi fu chiaro quanto avessi sbagliato nel passato. La mia piccolina, in quel momento, mi mostrò e mi insegnò come avrei dovuto comportarmi con chi era stato più fortunato di me. Baciai la mia piccola maestra. Lasciai uscire con quel gesto tutto l’amore che nutrivo per lei.
“Maria, arriverà anche per te questo momento! Aspetta e non fare il mio stesso errore: non stancarti mai di aspettare!”.
Mi fece un cenno di comprensione con la testa. Aveva gli occhi brillanti. Dolore? Gioia? Un piccolo spettacolo per gli occhi. Sarebbe stato piú giusto che lei fosse al posto mio…Già, non dovevo dispiacermi, lei, proprio perché piccolina avrebbe avuto maggiori possibilità di essere adottata rispetto a bambine piú grandi. Stava per iniziare a piangere. Quel visetto era una mappa che conoscevo troppo bene per non capire in anticipo cosa le stesse passando per la testa. Le sarei mancata. Stava iniziando a piangere per la mia partenza. Mi si strinse il cuore. Alla fine capii che avevo amato qualcuno tra quel gruppo di orfani. Se avessi potuto l’avrei portata via con me. Non mi ero mai accorta di quanto Maria fosse diventata importante per me. Il mio umore nero era stato capace di soffocare il mio affetto per lei.
“Addio mamma”. Mi chiamava così. La sua mamma supplente. Perchè come me anche lei cercava la titolare. La persona realmente degna di quel titolo.
Io piansi, di felicità e di una punta di dolore. Lei mi sorrise e mi pose la sua piccola mano sulla guancia per depositare su di me la sua ultima carezza. La strinsi, di nuovo, fortemente e la depositai a terra.
“Addio mia dolce Maria”.
Quasi fosse il mio angelo custode mi accompagnò all’uscita.
Passai attraverso l’ingresso che avevo varcato per anni sentendomi un console durante la celebrazione del suo trionfo personale.
Entrata orfana, uscii da quella porta come figlia.