21- la fuga

Un altro anno era trascorso.

Un altro inutile e sterile anno della mia vita dentro quelle mura.

Mi sentii chiamare da dietro.

Chi mai poteva cercarmi se non mio fratello? Che tristezza! Era da solo.

“Giorno!”

“Come mai solo? Di solito stai sempre in compagnia di qualcuno”

“Volevo parlarti. Ho fatto mille corse questa mattina per poterti parlare a quattr’occhi”

“Che è successo?”

“Ne parleremo oggi durante la ricreazione. Da sola. Se c’è qualcuno con noi di cui non siamo riusciti a liberarci, non fare domande. Se non siamo assolutamente da soli non ti rivelerò niente.”

“Come mai tanto mistero? Devo spaventarmi?”

“No. Devi stare tranquilla. Ci vediamo dopo”

“Ok”.

Di cosa mai mi doveva parlare Javier? Cercai di immaginare quale potesse essere il problema. Sperai non avesse combianato qualche guaio e ora pretendesse il mio aiuto per coprirlo.

Non avrei rinunciato facilmente all’equilibrio che mi ero impegnata a costruire.

Ero stufa della vita in orfanotrofio.

Anni di inutile attesa.

Ero diventata davvero troppo grande per essere adottata.

Ero una bambina troppo grande per aver un padre e una madre.

Troppo grande per essere desiderata da una coppia di sposi.

Quanti anni avevo?…Quanti anni potevo mai avere?…Allo specchio, il viso che vedevo era quello di una bambina. Una bambina vecchia, a quanto pare.

Il mio destino sarebbe stato quello di essere madre senza essere mai stata figlia.

Una vera ingiustizia. Cosa avevo ottenuto dal lontano giorno in cui ero stata allontanata dal mio vecchio padre? Non mi avevano promesso tutto ció che non avevo mai avuto?

Dopo tanto tempo cosa ho ottenuto?

Nulla. Nulla di tutto ciò che avevo imparato a desiderare. Avevano aumentato la fame dei miei bisogni per poi farmi intendere che la mia occasione era scaduta.

La vita che era stata decisa per me non mi piaceva per niente.

Dentro di me avevo solo rabbia, delusione. Gelosia.

Mi ripromisi di non permettere mai che l’odio per la vita non prendesse il sopravvento sulla mia intelligenza.

La mia posizione dentro quella che era diventata la mia casa era ideale. Non avevo nemici. Perfetto. Peccato non avessi amici. Paziensa. La mia condizione di orfana, protratta per troppi anni, aveva plasmato indelebilmente il mio carattere. Ero diventata chiusa, taciturna. Poco disposta verso il prossimo. L’unico sentimento a cui potevo dare libero sfogo era il mio egoismo. Sapevo che nutrire una qualche speranza e venire delusa mi avrebbe distrutta. Avevo imparato ad amare il mio cuore freddo. Era la mia difesa.

Inutile pensare a qualcosa che non avrei mai ottenuto. Basta sognare. Meglio vivere il presente, pensare al prossimo passo da fare tra un secondo. Non andare oltre. Tenere a bada il cervello e non volare su sentieri di fantasia. Significa questo crescere? Farsi grandi significa mettere da parte i propri desideri? Abbandonare i propri sogni? Che tristezza…Eppure ho accettato questo stato di cose. Ho lasciato trascorrere ogni giornata facendo esattamente quanto ci si aspettava da me. Un piccolo automa dal cuore di ghiaccio. Senza alcun sentimento. Nemmeno la paura, perché facevo quanto mi era richiesto affinché fossi lasciata in pace da tutti. Un’anima che ha raggiunto la pace dei sensi nel purgatorio. Ecco cosa mi ero sforzata di diventare.

E Maria? Persino lei mi infastidiva. I miei bisogni? Chi si occupava di loro? Occuparmi di lei quando nessuno lo faceva per me era diventato un peso. Mi sembrava di non valere niente; di non importare a nessuno. Con questo grigiume nel cuore mi era impossibile pensare alla piccola Maria. Non potevo donare un calore che il mio corpo non aveva.

Seguìì la lezione solo con metà del mio cervello. Ero annoiata dalla maestra e dai miei compagni. Le parole di mio fratello mi aiutarono a tenere gli occhi aperti. Ero curiosa. Cosa aveva da dirmi mio fratello?

L’attesa, l’aspettativa diedero un nuovo sapore ad una giornata anonima.

La campanella mi sembrò il suono più bello del mondo.

Scappai fuori dalla classe. Evitai il contatto con chiunque. Mi diressi di corsa verso il parco della scuola. Mi sedetti su di una collinetta per facilitare mio fratello. Mi avrebbe vista subito.

Non mi fece aspettare tanto. Si sedette vicino a me. Attese che la folla che stava uscendo dalla scuola si diradasse, poi, visto che nessuno badó a noi, inizió a parlare.

“Abbiamo deciso di scappare. Siamo un gruppo di quattro. Tu sei l’unica femmina”.

Mi giró la testa. Lo guardai sbigottita esaminandolo con attenzione. Faceva sul serio. Fui attraversata da una fitta di paura.

“Non te la senti?”.

Fuggire. Scappare. Lo ammisi, non ci avevo mai pensato.

Sentir parlare di fuga mi confuse.

Era questa, e suppongo lo sai anche oggi, una realtà più che frequente negli orfanotrofi di tutto il mondo. A gruppi, i bambini abbandonavano un rifugio non gradito per andare a vivere per strada. Leoni, non pecore, pensano loro.

Nella totale ingenuità si ritiene preferibile vivere di stenti e liberi piuttosto che vivere alla buona in orfanotrofio aspettando qualcosa che probabilmente non sarebbe mai arrivato.

Fuggiva chi non aveva piú aspettative.

Chi preferiva l’ignoto ad una sicurezza che prometteva solo una sterile attesa. Chi aveva capito che sarebbe rimasto per sempre un orfano. Chi aveva stabilito che avrebbe scelto personalmente il momento di abbandonare l’orfanotrofio. Chi si rifiutava di obbeddire ancora agli adulti.

Come rispondere a mio fratello?

Ero stanca di quella mia vita. Ero pronta per il cambiamento? Un cambiamento radicale. Improvviso e drastico. Perché pensarci? Si. Deciso. Pronta. Se nessuno si era mosso per me io stessa avrei fatto la prima mossa. I timori mi scivolarono di dosso. Sparirono.

“Si. Verrò con voi.”

“Ci siamo organizzati bene. Tra un mese ce ne andiamo. Non dovrai consumare più le tue merende. Cercheremo di conservare tutto ciò che non si rovinerà. Sarà il nostro mangiare per i primi giorni. Andremo via dopo la scuola. Non ne parlare assolutamente con nessuno. Sarà il nostro segreto”

“E Suly?”

“Suly é una rompipalle. Non la porteremo con noi. Non la vuole nessuno. Sono contento che non ti sei tirata indietro. Sarà felice anche Josè: lui viene con noi”.

Ecco qua. La mia vita sarebbe cambiata radicalmente. Meno male: aria di novità. Tutto sarebbe stato perfetto.

Non chiesi il nome degli altri due. Mio fratello e José. Erano loro ad essere indispensabili.

La notizia appena appresa e le propettive per il futuro mi riaccesero.

Fui brava a fare quanto mio fratello aveva stabilito. Iniziai a fare il conto alla rovescia. Non ebbi la benchè minima esitazione o dubbio riguardo il nostro progetto. Non mi spaventò il pensiero della fame: di sicuro avremo escogitato il modo di procurarci il cibo. Non mi spaventò il pensiero del freddo, della pioggia o del buoi: rifugi ne avremo trovati tanti, la città intera sarebbe diventata la nostra casa, un ambiente immenso che di certo non sarebbe stato carente di piccoli angoli nei quali avremo trovato conforto dalle aggressioni dell’ambiente.

Bogotà intera sarebbe divenuta la dispensa di ogni nostro bisogno.

Mancavano solo tre giorni. Così poco all’inizio della mia nuova vita. Le nostre riserve di cibo erano state nascoste in un posto sicuro dentro la scuola. Solo chi le aveva nascoste sapeva dove fossero state riposte. Mi fidavo ciecamente. Avevamo stabilito che non ci sarebbero dovuti essere errori. Avevo pensato di prendere con me qualche indumento in più. Avrei dovuto rubare da casa biancheria e qualcosa per potermi cambiare. Avrei preso il necessario la mattina stessa della mia fuga. Prima sarebbe stato impossibile: il rischio sarebbe stato troppo grande. Non potevo rischiare di essere scoperta. Avevo già pensato a ogni piccolo particolare. Non avrei fatto alcun tipo di errore.

Avevo mille pensieri mentre ero china sul mio quaderno a far finta di studiare quando successe l’impensabile.

La direttrice entrò nella sala dove studiavamo. Io non mi accorsi di niente. Mi cercó con lo sguardo, si avvicinó alle mie inconsapevoli spalle, posó una mano su si esse per farmi girare, e mi guardó attentamente negli occhi.

Sentii che stavo per svenire. Ci avevano scoperti. O merda. Avevo decretato la mia condanna a morte. Iniziai a sudare freddo.

“Viviana dov’è?”, chiese.

Viviana? Perchè Viviana? Lei era la spia che aveva confessato tutto? Come poteva essere? Eravamo stati così attenti…Cosa sarebbe accaduto ora? Iniziai a tremare. Lei mi guardó con aria interrogativa. Troppo tranquillamente. Ció significava solo una cosa: era veramente incazzata. Incazzata nera. Tranquillità uguale arrabbiatura nera. Ultimo saluto: addio mondo crudele.

Lei parlò e le sue parole mi bloccarono la respirazione.

“Clara e Viviana, andate a fare la doccia. I vostri genitori adottivi sono arrivati”.

Lascia un commento