19- Maria

Riunione straordinaria.

La suora-capo ci riunì nella sala tv.

“Bisogna applicare delle modifiche all’interno della nostra casa.

Ci sono alcune bambine piccole per le quali si rende necessario l’intervento di quelle più grandi. Quest’ultime dovranno badare alle prime come se fossero le loro personali sorelle maggiori. Dovranno rispondere dei loro bisogni affettivi e fisici. Saranno del tutto responsabili di esse.”

Solo dopo questo discorso notai la presenza di una decina di bimbe tra i due e i tre anni.

Erano sempre state là eppure non le avevo notate. Come se fino ad allora fossero state trasparenti per me.

Quanto mi aveva reso il cuore freddo la vita in orfanotrofio.

Mi vergognai del mio egosimo.

Le ragazze piú grandi furono chiamate una per una e a ognuna di loro fu affidata una bimba specifica.

“Clara, ti occuperai della piccola Maria”.

La notizia mi colse del tutto impreparata. Caddi dalle nuvole. Non ero di certo tra le più grandi. O si?

Non conoscevo la mia età effettiva ma alcune mie compagne erano senza dubbio maggiori di me. Perchè loro non erano stare chiamate? Forse perché ero di temperamento tranquillo? Per i miei ottimi voti scolastici?

Non ebbi tempo per riflessioni più accurate perché la donna mi guardò in attesa di una mia reazione. Le rivolsi uno sguardo interrogativo.

“Cosa c’è stato di non chiaro nel discorso che ho fatto? Le dovrai fare da madre, ecco tutto. Ora su, vai da lei. Inizia fin da ora a prenderti cura della bambina che ti è stata affidata.”

Ubbidii. Interdetta. Maria. Mi capitava di pregare una certa Maria ed ecco che come risposta alle mie richieste mi si imponeva di accudirne una…Strano l’evolversi della mia esistenza. Bloccai il flusso dei miei pensieri. Due enormi occhi marroni mi accolsero con gratitudine.

Fissai quel visetto infantile. Aveva le narici lucide di un trasparente muco liquido che le finiva in bocca. Fui nauseata da quella vista. Pulirle il naso sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto; appena fosse stato possibile, perché il monologo della suora non era terminato.

“Quante non sono state chiamate possono andare”.

La stanza si svuotò di gran parte delle sue occupanti. Grandi e piccole fissammo la direttrice cercando di presagire quanto sarebbe accaduto. Le grandi per curiosità, le piccine per timore dell’autorità che parlava.

“Avete domande?”.

Le rispose solo il nostro silenzio.

“Stiamo cercando di togliere a tutte il pannolino. Nessuna, di fatto lo indossa più. Tuttavia la maggior parte di esse non ha ancora il contrallo della vescica. Dovete stare attente a pulirle durante il giorno. Dovete essere una figura di suppoto per loro. Il vostro dovere incomincia all’alba e termina la sera. Ricordate sempre che avranno bisogno del vostro affetto. Cercate di portare avanti questo nuovo compito con assiduità e consapevolezza, come se foste le loro mamme. Ora potete andare”.

Presi la piccola Maria per mano e la condussi ai bagni.

“Devi fare pipì?”. Scosse la testa. La avvicinai ai lavandini.

Prenderla in braccio per la prima volta mi fece effetto. Mi sembrava cosí fragile. Se mi fosse caduta perché non l’avevo presa bene?

Non c’era spazio per timori. Avrei dovuto imparare da sola. Non era una novità. Le pulii il naso come se lo avessi fatto per tutta la vita. A mani nude, facendo portar via dall’acqua l’immensa quantità di muco che lei aveva soffiato via dalle narici. Sembrava non finire mai. Le detersi tutto il visetto. Non si lamentò. Si lasciò fare quanto ritenevo necessario. Mi fece tenerezza. Molto piú piccola di me e con lo stesso bisogno di amore e di attenzioni. Pensavo fosse così; la maturità di oggi mi ha insegnato che il suo bisogno era maggiore. Non potevo saperlo. Ero troppo concentrata su me stessa.

Io e Maria ci guardammo negli occhi e poi ci sorridemmo. Sembrava così felice del tocco delle mie braccia, del mio calore, delle mie attenzioni. Inconsapevolmente le donavo sensazioni che erano come acqua per il piccolo fiore che era. Ci legammo l’una all’altra. Uno sguardo. Null’altro. Non ci fu bisogno di nient’altro.

Mi piacque la mia nuova responsabilità. Avrei fatto del bene e mi avrebbe tenuto la mente occupata. Una sola titubanza mi turbava un pochino: come avrei potuto essere una buona madre, o almeno, tentato di esserlo se io stessa non ne avevo avuta alcuna? Ero una bambina; non mi era stato chiesto troppo?

Vedere Maria così piccola e indifesa attivò la mia sensibilità verso gli altri. Iniziai a focalizzare non solo i miei bisogni e i miei desideri ma a preoccuparmi per quelli degli altri. Anche se non aveva la mia stessa acerba consapevolezza, di certo le sue carenze affettive dovevano essere più forti delle mie. Decisi di amarla e darle quanto era in mio potere. Mi sarei comportata come Leidy aveva fatto con me. Le avrei insegnato i trucchi per lo sviluppo in orfanotrofio. Con una differenza: avrebbe avuto tutto il mio affetto e non solo un rispetto giustificato dalla condivisione di comuni dolori. L’avrei amata come io stessa desideravo essere amata.

Superate le prime difficoltà, imparai a gestire il tempo in modo di rispondere ai bisogni della piccola e contemporaeamente rispettare i miei vecchi obblighi quotidiani.

Con un certo disappunto scoprii che la mia protetta era davvero piagnucolosa. Il suo pianto era continuo e improvviso. Perchè prima di allora non lo avevo mai sentito? Mi capitava di dover correre sia di giorno che di notte per calmarla. Con un certo sforzo a forza di rimproveri, assenze alle sue chiamate e schiaffetti, le feci capire che le lacrime non costituivano il giusto mezzo per richiamare la mia attenzione. Maria capì e imparò a controllare le sue crisi di pianto. Finalmente convinta che io sarei sempre stata al suo fianco si calmò.

Fu bellissimo vederla sbocciare grazie alle mie cure.

Occuparmi di lei fu un efficace lenitivo per la mia anima ferita.

Avevo finito per accettare il fatto che non avrei mai avuto dei genitori.

Il fatto che mi avessero affidato la piccola Maria non era forse un messaggio indiretto per dirmi che ormai ero troppo grande per poter essere adottata? Mi si dava l’opportunità di essere madre perchè questo sarei diventata una volta uscita da quelle mura. Avrei saltato lo step del ruolo della figlia. Non mi era destinato.

Presi a pensarla in questo modo. Mi convinsi che fosse vero. La mia vita sarebbe continuata. Sarei andata comunque avanti. Ok, non sarei uscita da quella casa sottobraccio a due genitori. Ne sarei uscita da sola. Maggiorenne. Avrei comunque dovuto iniziare la vita da zero. Avrei comunque iniziato la mia vita. Mi incoraggiavo da sola. Solo qualunque aspettativa perdeva colore senza la presenza di una famiglia tutta mia. Questa consapevolezza mi addolorava terribilmente. Un dolore profondo, muto, inespresso.

Nonostante tutto questo, una minuscola lanternina era custodita dentro di me, nascosta dietro al mio pessimismo. Piccina, minutina eppure sempre accesa. Lo so perchè la vedo oggi, anche se in quei momenti io non ne ero consapevole. Non avevo accettato il fatto che per me non ci sarebbero mai stati un padre e una madre; mi convincevo di averlo accettato.

Nulla di tutto questo mi impedì di sentirmi soffocare dalla gelosia.

Una gelosia talmente intensa da farti uscire le lacrime dalla disperazione.

Una gelosia che diventava rabbia. Rabbia che ti mangiava dentro.

Veder andare via qualcuna di noi e poi non vederla tornare mai più significava solo una cosa: era stata adottata.

Mi ritrovavo a indirizzare tutto il mio odio verso la fortunata di turno. Stringevo i pugni fino a farmi male, sentivo le lacrime scendere dolorosamente dalle mie guancie sul mio cuscino e con rabbia mi chiedevo:

“Perché lei si e io no?”.

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