18- vacanze e libera fantasia

I nostri pomeriggi domenicali al parco erano caratterizzati da una relativa libertà. Avevamo una bicicletta e due paia di pattini che dovevamo condividere tutte.

L’attrezzo a due ruote era un enigma per me. Mi chiedevo come facesse la gente a trovare l’equilibrio per non cadere. Più che un’abilità mi sembrava un potere magico il saperla utilzzare.

I pattini mi piacevano ma il dover litigare con le altre per poter avere un solo pattino che avrei potuto utilizzare per dieci minuti non mi appariva producente. Preferivo sfogarmi con giochi di movimento.

Quelli erano i pomeriggi durante i quali io e mio fratello potevamo tornare a giocare come i vecchi tempi.

Una giornata in particolare iniziò a girare un pettegolezzo che ci infervorì tutti.

“Sentita la novità?”,

“Javier io non credo alle fesserie che stanno girando. Ma ti pare che cambiamo casa e che ci danno una villa con bosco e piscina!? Non è possibile!”,

“Suly, dillo anche tu a mia sorella che lo hai sentito dire dalle suore che hanno ordinato alle donne di casa di preparare i bagagli”,

“Clara, tuo fratello ha ragione. Sono uscita per ultima perché dovevo andare in bagno e ho pure visto le valigie tirate fuori per l’accasione. Ho saputo che i costumi da bagno ci sono stati regalati non so da chi, ma ho visto un bustone trasparente che è arrivato proprio mentre voi venivate qui al parco! Sono sicurissima che erano proprio costumi da bagno!”,

“Forse ci portano a un parco divertimenti che ha giochi d’acqua”,

“Nooo! Perché sei così cocciuta! La novità era troppo interessante per questo ho teso le orecchie per benino e sono rimasta a sentite tutto! Una famiglia ricca ci lascerà la loro tenuta per un intero mese! Prima andranno i maschi, poi noi; faremo un po’ per uno. Vedrai che ci diranno qualcosa quando torneremo a casa”.

Guardai scettica Suly. Mio fratello mi fissava per vedere la mia reazione. Io alzai le spalle. Lui mi ricambiò lo stesso gesto.

Giunse la sera e non fummo informate di alcuna novità. Andai al letto pensando che Suly era proprio una cantastorie.

“Sveglia! Su, che dovete partire! Chi fa tardi se ne resta a casa in punizione!”.

Mi svegliai di botto e saltai giù dal letto. Possibile che Suly avesse ragione?

Quasi avesse il potere di leggermi nei pensieri mi si parò davanti.

“Chi è che si inventa le cose? Hai visto che ho ragione! Oggi raggiungiamo tuo fratello in villa!”, gridò tutta entusiasta.

A pensarci bene era un po’ che non avevo visto mio fratello. Avevo supposto che i maschi fossero stati messi in punizione per aver combinato qualche grosso guaio. Effettivamente, però non potevano averli reclusi in casa per più di dieci giorni. Se pure fosse stato così, almeno in chiesa avrei visto Javier. Sarebbe stato inconcepibile saltare la celebrazione domenicale. Era più facile che i maschi venissero murati vivi dentro la chiesa che non il contrario. Dovetti ammettere che l’antipatica Suly doveva aver ragione. Paziensa. La scoperta mi rese euforica.

Fu una sensazione stupenda avere una novità dopo anni e anni di ripetitività.

La follia positiva contagiò tutti, persino le adulte e le suore erano contente.

Il viaggio per arrivare alla nuova destinazione fu meraviglioso. Ridevamo tutte, cantavamo a squarcia gola. Strano ma vero: non vomitò nessuno.

Già solo la vista del grosso cancello della tenuta ci lasciò a bocca aperta. Un robusto cancello di robusto ferro battuto si aprì al nostro arrivo. Magia. La bellezza che ci si rivelò ci lasciò senza fiato. Mi sentii come un bambino di fronte alla fabbrica di cioccolato. Avevamp tutte il viso appiccicato alle finestre dell’autobus, con Il naso schiacciato sul vetro per poter meglio ammirare quel paese dei balocchi. Il silenzio per una attimo fu assoluto.

“Bè, non vuole scendere nessuno?”.

Non ci eravamo neppure accote che l’autobus si era fermato e terminato la sua corsa.

La frase determinò il caos assoluto.

Tale fu la frenesia che ci trovammo quasi bloccate tra lo stretto corridoio dei sedili. La gioia era troppa per rovinare il momento. Senza litigare ridemmo tutte. Le suore diressero il traffico con maestria e riuscimmo a scendere tutte. Compatte ci dirigemmo verso la bella casa. Un tenero prato inglese ci accolse dolcemente. Gli alberi e i fiori erano di una bellezza mai vista. Incantate, procedevamo a passi lenti sul viottolo di rocce. La villa era davvero maestosa. Inutile dire quanto fosse bella. Al suo fianco scoprimmo una grossa piscina. La vista di quell’acqua cristallina che brillava al sole faceva venire voglia di gettarsi dentro di essa senza alcun timore. Peccato non sapessi nuotare. Avevamo gli occhi ubriachi di meraviglie. Dinnanzi alla casa, alla sua destra, sorgeva una piccola e perfetta imitazione di essa. Era a misura di bambino. La circondammo per analizzarla. Il suo interno era stupefacente. Era pieno zeppo di giocattoli. Fissammo quel tesoro con l’acquolina in bocca. Una casa piccina strarripante di giocattoli. Il sogno di qualunque bambino.

“Spiacente ragazze. Potrete fare tutto quello che volete in questa proprietà ma dentro questa piccola meraviglia non potete mettere i piedi. I padroni di casa si sono raccomandati che i giochi dei loro figli non siano toccati. Spero sia stato chiaro per tutte”.

Quanto invidiai quei bambini fortunati!

Quanto sarebbe stato semplicemente perfetto essere stata una loro sorella! Con tutta me stessa in quell’attimo pregai affinchè fossi adottata dai propretari di quella tenuta da favola. Un richiamo mi distolse dalle richieste che stavo facendo all’altissimo.

“Clara”, mio fratello mi tirò per la manica, “Vieni a stare un po’ con me perché tra un po’ ci riporteranno a casa”.

“Hai visto dove ci hanno portati!? Non è stupendo?”

“Il brutto è andare via…”

“Come siete stati? Raccontami tutto!”

“Potete fare il bagno tutti i giorni. L’acqua in piscina è bassa perché è stata fatta per dei bambini. Dietro la casa c’è un bosco con un bel corso d’acqua. Anche lì l’acqua è uno spettacolo! A te conviene la piscina perché non sai nuotare. Ci sono anche un sacco di alberi da frutto. A noi non hanno permesso di toccarli. Voi provate a chiedere se potete mangiare qualcosa . Capace che siete più fortunate”

“Mi sembra quasi incredibile! Peccato non poter usare i giocattoli di quella casetta…”

“Io ci sono entrato e ci ho giocato!”

Lo guardai sbalorbita.

“Ci sono potuto entrare solo io. Sono stati tutti invidiosissimi! Ti devo dire una cosa: i padroni di casa vogliono adottarmi! Gli sono piaciuto tantissimo e hanno promesso di prendermi con loro!”.

Mi guardò con il sorriso più bello che avessi mai visto su quel viso bello come quello di un bambolotto. Notizie che mi bloccarono il cuore in petto.

Peccato avesse parlato solo di se stesso. Non potei condividere il suo entusiamo. Ebbi, ansi, un attimo di paura.

“E io? Adotteranno anche me?”

Mi guardò interdetto.

“Tu sei mia sorella. Dovranno per forza prendere anche te!”

Non riuscii proprio a condividere la sua positività.

“Non so se io gli piacerò come hai fatto tu…e se quello che dici è vero allora perché Ted non sta quì con noi?”

Mi guardò addolorato. Gli avevo guastato la giornata.

“Tu rovini sempre tutto! Ci vediamo tra quindici giorni”

“Sempre se non sei stato adottato. Forse non ci vedremo mai più! Addio!”.

Le mie parole lo ferirono maggiormente. Se ne andò senza ribbattere. Giunto a una certa distanza si rigirò verso di me.

“Forse sarebbe meglio così”.

Fu la mia volta di soffrire. Accettai quel dolore. Me lo ero cercato. Mi rammaricai di non aver gioito del racconto di mio fratello. Benchè avessi pregato di entrare a far parte della famiglia dei propretari del paradiso in cui ero stata condotta, avevo la sensazione che il mio desiderio non si sarebbe mai avverato.

“Che hai detto a tuo fratello? Non ha voluto nemmeno salutarmi…Che hai combinato?”

“Suly, fatti gli affari tuoi!”

“Cavolo, come siamo nervosette! Non sei contenta di stare qui? Ok, Lasciamo perdere. Dai, vieni, stanno distribuendo i costumi da bagno!”.

Mi lasciai tracinare dalla mia compagna. Mi trovai un pezzo di stoffa tra le mani. Era rosso a pois neri. Aveva delle balze sulla pancia. Sorrisi. Il primo costume della mia vita superava tutte le mie aspettative. Guardai Suly. Le donai uno sguardo di gratitudine.

“Dai, andiamo a cambiarci e buttiamoci in acqua!”

Mi trascinò dentro casa come se già la conoscesse.

“Io non so nuotare”

“Perché è importante per poter giocare in acqua bassa?”.

Abbandonai le mie stupide resistenze e mi spogliai per indossare la mia tenuta da piscina.

Javier aveva avuto ragione. Fu quasi doloroso lasciare quella villa. Le giornate là dentro furono da favola. Ci permisero persino di cibarci del frutteto. Fare merenda prendendo direttamente dall’albero fu un’esperienza emozionante. Cibo a portata di mano per tutto il giorno. Fummo devastanti come uno sciamevdi cavallette. Nessuno si lamentó della cosa.

Il viaggio di ritorno fu silenzioso e triste. Eravamo dovute andare via dal paradiso in terra. Ci sarebbe mai capitata un’esperienza simile? Sognai un pochino sull’autobus. Immaginai di essere adottata dai proprietari della villa. Avrei avuto a disposizione quel ben di Dio in qualunque momento dell’anno. Avrei avuto tutto. Il meglio del meglio. E soprattutto due genitori. Sarebbe stato semplicemente perfetto.

La nostra casa aveva subito delle trasformazioni in nostra assenza. Al nostro arrivo c’erano ancora un paio di muratori e l’idraulico. Ciò comportò due scoperte che mi scombussolarono la vita. Mi presi una cotta terribile per uno dei muratori e scoprii di avere una gemella. E se dico gemella, dico gemella. Non una banale somiglianza, ma uno sbalorditivo doppio di me stessa. Come vedermi allo specchio.

Avevo notato che l’idraulico mi aveva guardata come sconvolto. Sapevo di non essere uno spettacolo. La sua reazione mi portò a credere che dovevo essere proprio brutta per farlo reagire a quel modo. Rassegnata di questa verità, cercai di evitarlo. Più io mi sforzavo di non incrociarlo più i suoi occhi erano su di me.

Il giorno seguente l’uomo portò la figlia al lavoro con se. La presenza della bambina portò lo scompiglio nell’orfanotrofio. A me sconvolse. Ci fissammo a bocca aperta. Era incredibile. Eravamo ciascuna la copia dell’altra. Una vera e propria riproduzione. Un’unica differenza erano i capelli, lei li aveva lunghi e io corti. Restammo immobili, pietrificate dalla sorpresa a fissarci. Il padre la richiamò. Fu la prima e l’ultima volta che la vidi. Un breve e semplice contatto che ricordo ancora per le strane sensazioni che mi provocò vederla. È sconvolgente trovarsi di fronte ad un sosia perfetto di cui non si era mai sognata l’esistenza. Fu come scoprire di non essere unica nel mondo. Una sensazione che non trovai affatto piacevole.

Tralasciata la sensazione di non esclusività mi trovai a pensare che lei avrebbe potuto essere veramente una mia sorella. Se mia madre si fosse sposata con l’idraulico e lei fosse stata la figlia avuta insieme a lui? Di sicuro l’uomo le avrebbe parlato dello strano caso di una sosia della bambina e allora mia madre si sarebbe ricordata di me e mi sarebbe venuta a prendere…Una famiglia…Con la mia vera mamma…si, quando mai! Mi sentii una sciocca per aver fantasticato avvenimenti tanto bizzarri.

Fu difficile non pensare piú allo strano incontro: in casa e per anni tutti mi diedero un sopranome. Niente di originale o simpatico: la figlia dell’idraulico.

Passarono i giorni e poi le settimane. Mia madre non si ricordó di me e non mi venne a prendere. Già, dovevo mettermelo ben in testa: mia mamma non voleva aver piú niente a che fare con me; se lo avesse voluto veramente mi avrebbe già riportata a casa. Per lei, ovunque si trovasse, non ero nient’altro che un lontano ricordo. Sarebbe stato saggio ricordare che anche lei, per me, era solo un lontano ricordo..meno, a dila tutta: non la ricordavo affatto.

L’inaspettata vacanza aveva tolta i freni inibitori alla mia fantasia sfrenata. Avrei dovuto smetterla. Mi sarei fatta solo del male ad avere solo falsi riscontri con la vita reale. Il mio cuore non brontolava: cantava a squarcia gola. Avrei dovuto zittirlo di nuovo.

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