Anni. Anni. Anni e ancora anni che vivevo in quello stesso orfanotrofio. Decisamente troppi.
La ripetitività delle giornate, dei mesi e infine degli anni aveva iniziato a logorarmi.
Lentamente iniziai ad abbandonare i miei sogni.
La mia unità di misura era rappresentata dalle settimane: aspettavo la domenica perchè era il giorno più bello della settimana; il cibo era migliore , più abbondante e soprattutto si poteva finalmente mangiare un po’ di carne. Era il giorno in cui ci portavano al parco di quartiere.
Altro mio metro era il Natale. Inutile quanto fosse significativo e meraviglioso per me. Più del Capodanno per me rappresentava la fine del vecchio e l’inizio del nuovo. Immersa nella gioia del clima natalizio focalizzavo la mia attenzione sul cibo e sui regali; ma la delusione prendeva il sopravvento ogni ventisei dicembre. Un altro anno era possato e non ero stata adottata. Ne ero rattristata. Non mi interessava che data fosse, semplicemente un altro anno era passato e i miei genitori adottivi non erano arrivati.
Per anni, ogni notte, a occhi aperti, prima di cadere nel sonno, avevo ripetuto la stessa identica bramata fantasia. Il mio appuntamento quotidiano con il mio sogno più grande: un uomo e una donna. Una coppia di sposi che mi stringevano in mezzo a loro. Un abbraccio così desiderato che mi sembrava quasi di poterlo sentire tra il tepore delle coperte. Immaginavo che il pensare a loro sarebbe servito a renderli reali. Li avrebbe avvicinati a me.
“Siamo venuti a prenderti”.
Che meraviglia!
Da brava bambina cattolica confidavo nella piena collaborazione del Signore perciò ogni domenica, da anni, solo una preghiera; sempre la stessa:
“Fammi avere una mamma e un papà”.
Il Signore doveva essere stato davvero indaffarato dalle troppe richieste.
Non sembrava ascoltare le mie parole.
Delusa dall’inesorabile e crudele passare del tempo smisi di pregarlo.
Basta attese che non sembravano essere o voler essere esaudite.
Un sogno ripetuto un po’ troppe volte senza che venisse realizzato.
Anni e anni a sperare senza che arrivasse nessuno per me e per mio fratrello.
Troppa la mia fame. Solo non era la mia pancia a brontolare. Era il mio cuore a lamentarsi.
Cosa fa un cuore quando non viene ascoltato?
Unica maniera per frenare le inutili attese e celarle sotto nuove convinzioni.
Fissare nella mente un’idea che frenasse il brontolio del mio cuore.
Mi convinsi di una cosa: non ci voleva nessuno.
Le mie speranze, lentamente, finirono per spegnersi.
Frenai tutte le mie fantasie da orfana. Basta ai sogni irrealizabili. Smisi di immaginare una famiglia tutta mia.
Il mio cuore lentamente e non senza ribellione diventò silenzioso.
Una volta ritenute utopiche le figure di una madre e un padre, presi ad andare agli incontri con le assistenti sociali con una certa freddezza. Persi tutto l’entusiasmo nel rispondere alle loro domande. Possibile che non capissero che quegli stessi quesiti, una volta amati, ora mi procuravano solo dolore?
Mio fratello non aveva perso il suo entusiasmo. Suppongo che sia questo il motivo per cui le sue risposte ebbero maggiore riscontro con ciò che il fututo aveva in progetto per noi.
Questa volta era una donna magnificamente truccata ad interrogarci. Aveva il volto dipinto con tutte le tonalità di rosa esistenti al mondo. Fissai incantata quel viso femminile.
“Allora..”, lesse i nostri nomi sul fascicolo, “..Maurizio e Clara…Come state bambini? Tutto bene? Vi trattano bene nell’istituto a cui siete stati affidati?”
“Si”.
Non ero mai riuscita a capire la ragione di questa domanda. Se avessimo risposto di no, cosa avrebbero fatto? Visto che era proprio lì che ci avrebbero ricondotto, quale ragione avevamo di ammettere le esagerazioni nei comportamenti degli adulti che erano responsabili di noi?
Una volta un bambino aveva ammesso quanto le sorveglianti alzassero le mani e che obbligassero a saltare i pasti come punizione a determinati comportamenti.
Le suore ricevettero un richiamo.
Il poveretto ricevecette da quelle stesse brave donne di chiesa la giusta punizione per la sua lingua lunga.
Io e mio fratello eravamo abbastanza furbi da non metterci in una situazione simile.
Da dire che personalmente non avevo problemi in casa. Avevo raggiunto un equilibrio pressochè perfetto: le mie compagne non mi infastidivano, le suore non si curavano di me, mangiavo il dovuto, ero pulita, stavo bene…Stavo fisicamente bene. Non volevo ammetterlo, ma mi mancava solo una famiglia.
“Quale tipologia di famiglia preferireste: padre e madre, o l’uno o l’altro?”
“Io preferisco averli entrambi”,
“Io preferisco vivere solo con una mamma. Io e Javier abbiamo vissuto con papà e non è andata per niente bene; la donna è più brava con i bambini”,
“Ma in casa serve un uomo! Perché devi fare a meno di un papà? Il nostro papà adottivo non sarà come il nostro vecchio! Sarà il papà perfetto!”.
Come potevo ribattere all’energia di mio fratello? Rimasi in silenzio ad aspettare la domanda seguente. Che importanza potevano avere le nostre parole?
“Dove vorreste vivere?”
“In qualunque posto. L’importante è che sia un luogo che ha la neve”
“Io vorrei vivere vicino a Topolino”.
Non ero pazza semplicemente sognavo di vivere nei pressi di Disney Land. Allora non sapevo neppure che si chiamasse così. Era un luogo fantastico che mi capitava di vedere nell’unico calnale televisivo che ci era permesso vedere. Ne ero rimasta affacinata ed era un posto che avevo preso ad amare.
“Non avete gli stessi desideri. Non volete vivere insieme?”
La guardammo interdetti. Era sottinteso che nessuno voleva fare a meno dell’altro; però aveva ragione, quali aspettative dovevano avere la precedenza?
“Anche a me piace la neve e tutto sommato mio fratello ha ragione: meglio avere una madre e un padre”. Ritenevo questo chiaccherare sterile, rispondevo per educazione. Senza entusiasmo.
La donna ci sorrise e con un cenno approvò quanto avevo appena detto.
Durante il viaggio di ritorno a casa mio fratello fu frenetico. Era in attività continua, o si muoveva o parlava. Non mi lasciò un momento di quiete.
I colloqui con le assistenti sociali avevano il potere di caricarlo. A me avevano iniziato a fare l’effetto contrario. Mi sentii depressa e inconsolabile.
Quando la suora intimò a mio fratello di tranquillizzarsi altrimenti lo avrebbe lanciato fuori dalla macchina in corsa, la ringraziai mentalmente. Sentivo davvero bisogno di tranquillità.
Il fatto che fosse venerdì mi incupì di più. Si avvicinava la domenica.
Sentii che stavo iniziando ad innervosirmi.
Di solito la domenica pomeriggio la si impegnava al parco; nelle circostanze più fortunate a vedere qualche spettacolo teatrale o circense; il massimo era quando ci portavano allo zoo e al parco divertimenti. Capitava, tuttavia, di dover restare a casa. Questo obbligo mi pesava come una tortura.
La domenica pomeriggio per alcune bambine rappresentava il giorno di visita.
Le bambine non dichiarate in stato di abbandono assoluto avevano la possibilità di vedere i genitori una volta a settimana.
Da principio ero del tutto indifferente a quest’evento.
Il fatto che i miei genitori adottivi non giungessero mai mi aveva cambiata.
Ero diventata talmente gelosa di quelle bambine che avevo preso ad odiarle. Di nascosto, spiavo i loro incontri. Con gli occhi cercavo di rubare parte del loro amore. Fissavo quasi soffrendo i loro abbracci, le loro carezze. Il loro bisbigliare piano piano mi infastidiva. La loro intimità mi sembrava un affronto. I giocattoli, i dolci e qualunque regalo quelle bambine ricevessero mi sembravano un ingiustizia verso tutte le altre che non potevano essere partecipi di quei momenti.
Ero troppo piccola per capire che quelle stesse bambine di cui io ero così invidiosa stavano sulla mia stessa barca.
Io soffrivo perché non avevo una madre e un padre. Loro soffrivano perché li avevano ma non potevano averli con sé e viverli nel quotidiano.
L’unica cosa che quelle mie occhiate ingenue riuscivano a vedere, non era una carenza condivisa, piuttosto piccoli e brevi gesti di amore che a me mancavano come l’ossigeno.