I mesi seguenti furono il periodo peggiore che trascorsi dentro l’orfanotrofio.
Ero stata privata di ogni piccolo bel particolare di quella vita: niente visite allo zoo, niente teatro, niente parco la domenica, niente merenda, niente regali di natale, niente televisione o giochi nella quotidianità.
Non furono privazioni che mi addolorarono in maniera particolare.
Più di ogni altra cosa fu pesante diventare il capro espiatorio di tutte le altre. Passai qualche mese non nella totale solitudine ma nel disprezzo generale. Qualcuno cominciò a cercarmi. Se prima del furto ero ignorata dalle altre, ora ero odiata.
La campagna contro di me fu condotta con entusiamo da due personaggi: Suly, un atteggiamento del tutto giustificabile e un’altra bambina. Una nera che da sempre nutriva rancore nei miei cofronti. Non ne ricordo la ragione, suppongo di esserle stata fortemente antipatica.
Le due mi presero di mira per un innumerevile numero di dispetti quotiani. Pizzichi, tirate di capelli, spinte improvvise.
Le altre ridevano con gusto nel vedermi subire questi giochetti.
Tutte presero a chiamarmi “patas de perro”. Zampe di cane.
Seppero bene dove colpirmi per farmi male. Mi ferirono nell’orgoglio e con grande piacere scoprirono che le mie ustioni erano particolarmente sensibili. I pizzichi, su di esse furono terribilmente dolorosi. Era stata la nera a scoprire casualmente il mio punto debole.
Sedevo al bordo del mio mio letto, quando improvvisamente lei per montare sul letto sopra al mio mi salì sulle cosce. Non fu un contatto fugace, con intenzione mosse i piedi quasi volesse spegnere una sigaretta sulle mie gambe. Il dolore fu indescrivibile. Le mie urla di dolore e le lacrime le diedero molta soddisfazione. Da quel momento in poi cercò sempre di mettere le mani esclusivamente sulle mie cicatrici.
Di notte, gli scherzi di cattivo gusto delle mie compagne raggiungevano l’apice. Amavano colpirmi mentre ero immersa nel sonno.
Le mie lacrime non le intenerirono affatto. Le caricarono maggiormente.
Mi stancai di essere vittima. Dovevo difendermi.
Per noi esistevano solo due armi di difesa: le unghie e la forza delle braccia.
Mi misi di impegno per far crescere la lunghezza della punta delle mie dita.
Girava voce che se avessi mangiato i gusci delle uova le unghie mi sarebbero cresciute più in fretta e più forti. Li mangiai ogni volta che fu possibile. Un buon risultato non tardò ad arrivare. Affilavo i miei artigli e nel frattempo facevo attenzione che le suore non si accorgessero di essi. Se fosse accaduto mi sarebbero state tagliate all’istante.
Era pomeriggio.
Dormivo profondamente con la testa appoggiata al tavolo quando sentii una morsa stringermi una coscia. Il dolore fu simultaneo. Cercai di vincerlo e mi concentrai sull’attacco.
Vidi la mano nera allontanarsi veloce e furtiva dietro di me.
La rabbia mi esplose fulminea.
Mi alzai di scatto e mi girai ad affrontarla. Artigliai le dita e le affondai le unghie sulla guancia.
La mia avversaria si immobilizzò dallo stupore di vedermi reagire.
Vidi sgorgare piccole gocce cremidi dal viso di lei. Vedere quel rosso mi infervorò, perché presi tra le mani i suoi corti capelli simili a lana e tirai forte con tutta l’intenzione di strappare quanto più mi sarebbe stato possibile.
La mia risposta la colse del tutto impreparata perché lei non reagì affatto. Si lasciò torcere violentamente la testa dai miei scossoni rigorosi.
“Non azzardarti più a toccarmi!”, le sussurrai all’orecchio mentre continuavo a scuoterla.
Mollai la presa all’improvviso e mi allontanai da lei velocemente.
I nostri incontri dovevano neccessariamente avvenire a quel modo: concentrati, violenti ma di breve durata: le nostre sorveglianti non dovevano avere il tempo di intervenire o sarebbero stati guai.
Mi girai a guardare la mia aguzzina una volta che mi trovai a debita distanza.
Lei si portò la mano alla guancia e si sentì bruciare al contatto delle dita con le ferite della guancia.
Mossi le mani come a togliermi della polvere. Per farle intendere che erano i suoi ricci quelli di cui mi stavo sprezzantemente liberando.
Le sue lacrime assetarono la mia vendetta.
Mi calmai e le diedi le spalle.
Suly assistette alla scena senza intervenire. Mi aspettavo che reagisse. Almeno verbalmente. Non lo fece. Ammirò la mia reazione al bullismo delle altre e decise di allacciare con me un rapporto pacifico. Lo venni a sapere in seguito e la cosa mi diede fastidio.
Pensavo di essermi liberata per sempre della sua compagnia. Non avevo pensato alla furbizia di Suly. Lei mi cercò con l’intenzione di perdonarmi per averla messa in mezzo ingiustamente. Io ero stata troppo in torto per poter rifiutare il suo invito alla pace.