14- la ladra

“Nignito Jesus nasido en Belèn, benedise la mesa y  nosotros tambien”.

Quel giorno vinse la mia preghiera preferita. Breve. Chiara. Concisa ed efficace. Dio non avrebbe certo fatto caso alla durata delle nostre preghiere: importante era l’intenzione. Il Signore sarebbe stato felicissimo di un semplice “Grazie”, detto di cuore. Iniziai a mangiare senza alcun gusto.

A me Dio mi avrebbe sbattuta all’inferno senza alcun ripensamento.

Mi ero pentita dell’azione che avevo commesso quella stessa mattina a scuola.

Consapevole delle terribili conseguenze che avrebbe comportato il mio gesto decisi che il giorno dopo avrei cercato di rimediare per rimettere tutto a posto. Il cuore mi batteva in petto come impazzito.

Come mi era venuto in mente di rubare un paio di forbici in classe? Erano di una mia compagna! Lei aveva pianto per riaverle. Io le desideravo troppo per confessarle che erano nascoste dentro la mia cartella. Me le ero portate a casa. Ora desideravo non averlo mai fatto. Il mio turbamento non faceva che aumentare. Odiavo questo stato d’animo. Non era tollerabile. Presi la decisione più giusta: il giorno dopo avrei restituito quel piccolo arnese alla legittima proprietaria. Quanto ero pentita della mia azione! Pregai perché Dio mi perdonasse. Sarei riuscita a scampare le fiamme infernali che avrebbero corrotto la mia anima? Quale terribile castigo avrei subito in eterno?

Troppo in colpa per poter dormire beatamente, posai la testa sulle braccia che avevo posato sul tavolo e finsi di fare una serena siesta pomeridiana. Nel silenzio della stanza mi sembrava che dalla mia cartella giungesse un leggero cigolio. Erano le forbici, divenute incandescenti, stavano facendo bruciareil tessuto della borsa scolastica. Presto tutti avrebbero visto il fumo. Ordinai a me stessa di smetterla con la mia stupida immaginazione. Le avevo desiderate così tanto. Erano di un bel rosa. Le avevo volute e le avevo prese. Le avevo rubate. Che cretina ero stata. Il giorno seguente avrei risistemato le cose. Smisi di pensare. Fissai il vuoto nella speranza di riuscire ad assopirmi. Il sonno non arrivò.

Accolsi con una nervosa gratitudine il risveglio di tutte le mie compagne. Dopo aver fatto un grosso sbadiglio e finto di stirarmi, corsi a prendere la mia cartella. A gli occhi degli altri l’avrei presa per iniziare a fare i compiti; io volevo sincerarmi che l’aggetto stesse ancora lì e fosse ben nascosto. Tirai fuori con attenzione i miei due quaderni.

Il silenzio assoluto accolse il rumore di un paio di forbici che cadevano a terra. C’ero solo io nella stanza perché le altre erano corse via a prendere ciascuna il prorio zaino. Mi si fermò il cuore quando vidi che nella stanza con me c’era una suora. Uno sguardo perplesso era fisso sulle forbici. La donna guardò l’oggetto come se fosse stata un arma da fuoco. Non avevo scampo.

“Da dove le hai prese queste?”, mi urlò contro, mentre si avvicinava a me pericolosa come un serpente che ha individuato la preda. Deglutii. Il panico mi rallentò il flusso sanguigno. Pallida e immobile sentii la ferrea presa con la quale la giovane suora mi torse l’orecchio. Pensai solo una cosa: “Sono nella cacca”.

“Ti ho chiesto dove le hai prese? Devi fare male a qualcuno con queste? Lo sai che qui non devono entrare oggetti che vengono dall’esterno e men che mai oggetti pericolosi con i quali potete farvi male! Ti ho chiesto: chi te le ha date queste?”, mi urlo a voce sempre più alta. Scosse ferocemente il mio corpo usando il mio povero orecchio come perno. Il terrore aveva bloccato persino le lacrime.

“Me le ha date Suly”, sputai fuori senza pensare.

La poveretta, per la prima volta in vita sua innocente, si sentì morire quando feci il suo nome. Chi se ne frega! Mi stava troppo antipatica, e poi meglio che la suora si sfogasse su di lei che su di me! Mi avrebbe certamente creduta, Suly era famosa per il suo carattere difficile e disubbidiente. Io non avevo mai dato problemi. Ora non c’era posto per il senso di colpa e gli esami di coscienza. Dovevo solo togliermi da questa imbarazzante e pericolosa situazione.

Inaspettatamente la donna non mi mollò. Si limitò a prendere anche l’altra per l’orecchio.

“Allora da dove saltano fuori queste?”, chiese con finta calma,

“Non lo so. Io non le ho mai viste”.

Abituata al comportamento ribelle e strafottente della mia compagna, non le credette nemmeno per un istante. Con uno strattone la allontanò da sé e le stampò due sonori schiaffoni sulle guance. Tutto procedeva come avevo programmato, tuttavia, il rumore secco di quelle mani sul viso dell’altra mi turbò.

“Che diavolo stai facendo?”, pensai.

“Io non le ho mai viste quelle forbici! Non so di chi sono! Non le ho mai date a nessuno!”, urlò rabbiosamente.

Mi guardò con rabbia. “Dì la verità e non mettermi in mezzo! Non è giusto!”, disse rivolta a me.

Proprio quando pensai di essermela cavata, a lei, per la prima volta, fu creduto.

Negli occhi della suora vidi riflesse le fiamme dell’inferno.

Ricevetti tutti gli schiaffi che mi ero meritata.

Fui sbattuta addosso al muro e mentre mi veniva strofinata la testa sulla stessa parete sulla quale ero stata spinta, mentre una mano mi schiacciava il viso e mi impedivala la respirazione, sentii una voce fredda urlarmi nell’orecchio.

“Dove hai preso queste forbici? Dimmi la verità sennò ti spezzo addosso la scopa a suon di bastonate!”.

Con le lacrime che uscivano quattro a quattro. Terrorizzata. Ancora senza riflettere, sentii una voce che non riconobbi come mia:

“Me le ha regalate mio fratello”.

La suora scoppiò a ridere divertita. Mi trascinò fuori dalla mensa per un orecchio. Per un attimo pensai che me lo avrebbe strappato. Lo sentivo pulsare sotto la sua presa, mi sembrava che fosse diventato bollente. Prese il telefono.

“Carmen, dovresti farmi un favore. Chiedi a Maurizio Barrera se ha regalato alla sorella un paio di forbici. Gli devi cacciare fuori la verità”.

Mi sentii morire. Il caimano avrebbe interrogato Javier. Iniziai a singhiozzare, consapevole che per colpa della mia codardia mio fratello sarebbe stato picchiato selvaggiamente. Fui condotta nella casa dei maschi.

Tutte le altre bambine mi fissarono sbalorbite come se stessero assistendo alla visione di un triller avvincente. Yoisaira mi guardò con una faccia incredula. Del tutto incapace di venire in mio soccorso. Il ghigno che mi dedicò Suly fu una premonizione di ciò che avrei subito. Mi si gelò il sangue e mi si rizzarono i peli su tutto il corpo.

Un piccolo corteo di suore mi accompagnava. A occhi estranei sarei apparsa come una strega alla quale era stato decretato il rogo.

Il mio pubblico diventò tutto di sesso maschile. Provai una grande vergogna. Mi spinsero davanti a mio fratello. Lo guardai cercando di chiedergli perdono in silenzio. Lui nemmeno volle guardarmi negli occhi. Il rossore indotto sulle sue guance disse tutto. Mi maledissi per la mia stupidità. Quanto avevo dannatamente peggiorato la mia situazione!

“Il fratello non le ha dato nulla. Lo conosco abbastanza bene da capire che è stato sincero”.

Le parole del caimano decretarono la mia condanna.

Pizzicata in ogni parte del corpo, schiaffeggiata, spinta a terra, fui battuta per la mia azione. Le botte e le punizioni furono esemplari: le conseguenze del mio gesto dovevano fare da monito a tutti affinchè nessuno ripetesse quanto io avevo fatto.

Quella notte, supina a pancia sotto, perché il dolore sui glutei e la schiena era insopportabile, piansi tutta la mia vergogna. Mi sentivo le guance in fiamme e il padiglione auricolare come dotato di un cuore interno tutto suo. Pulsava dolorosamente. Prima di cadere in un sonno profondo, ebbi il coraggio di ammettere la dura verità. “Te lo sei meritato tutto; sei solo una grande stupida”, dissi a me stessa. Mi odiai da sola. Il dolore fisico che mi sembrava scorrere nel corpo insieme al sangue era giusto. Accettai le conseguenze del mio reato consapevole della mia colpa e quella stessa sofferenza sembrò purificarmi.

Presi una decisione: promisi che mai sarei diventata una ragazzina cattiva e che avrei rigato dritto per non diventare come Suly. Non avrei mai più trasgredito alle regole che Leidy si era sforzata di insegarmi. Mi sarei comportata bene e non avrei mai più attirato l’attenzione su di me.

La mattina seguente una sorvegliante mi accompagnò a scuola. La donna avrebbe dovuto accertarsi che restituissi le forbici alla legittima proprietaria.

Il direttore fu informato della presenza della religiosa e, di consegenza, di tutto l’accaduto. Mi aspettavo un richiamo davanti a tutti i bambini della scuola e alle maestre. Non lo fece. Si presentò in classe proprio subito dopo che ebbi ceduto l’oggetto rubato.

“Barrera, devi abbandonare immediatamente questo istituto. Questa scuola non perdona determinati atteggiamenti. Avrai un po’ di tempo per riflettere sulle tue azioni. Potrai tornare l’anno prossimo per ripetere l’anno”. Detto questo si girò per tornare nel suo ufficio.

Mi stupii di avere ancora lacrime da versare. Pensavo di averle terminate tutte il giorno prima. Ero stata umiliata anche a scuola. Quella bocciatuta aveva compromesso maggiormente la mia situazione. Ero divenuta la vergogna dell’orfanotrofio. Fui letteralmente trascinata a casa.

“Vattene dai bambini della prescolare. Togliti da davanti alla mia vista prima che ti ammazzi di botte”. Ubbidii immediatamente all’ordine che mi fu urlato contro. Scappai da lei quando in realtà sarei voluta scappare dal mondo intero.

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