Essere destinata all’orfanotrofio significa trovarsi a vivere sotto un regime di tipo comunista: non esiste il minimo concetto di proprietà privata: non si era padroni di nulla. Tutto era di tutti, dalle mutande che indossavi alla tazzina di plastica con cui stavi giocando.
Gli adulti ritenevano che questa fosse la scelta più giusta per noi.
Noi bambine non la pensavamo affatto così. Qualunque fosse l’attività in cui eravamo impegnate, il gioco, la doccia, la scelta dei vestiti; solo un fattore regnava: la competizione continua.
Una lotta che durava da quando aprivamo gli occhi a quando li chiudevamo.
In quest’ambiente coatto, di conseguenza, non era possibile che nascesse un rapporto di amicizia propriamente detto. Si formava, soltanto, un rapporto clientelare tipico dell’antica civiltà romana: la tua importanza rispetto alle altre era data dal potere delle tue protettrici; avevi più o meno voce in capitolo a seconda dell’autorità di chi ti copriva le spalle. I primi anni per me furono i più facili perché il mio mecenate era Leidy. Per molto tempo nessuno osò toccarmi o intralciare la mia strada perché tutte sapevano che ero la protetta della ragazza dal volto deforme. Aveva un temperamento buono ma la vita le aveva insegnato a diventate molto cattiva quando era necessario. Se Leidy si arrabbiava diventava una furia inarrestabile.
La mia fortuna, tuttavia, non potè durare troppo lungo: il mio rapporto di protezione con ques’ultima terminò quando Leidy compì la maggiore età. L’arrivo della maturità per lei significò soltanto una cosa: avrebbe dovuto abbandonare l’orfanotrofio, non adottata, ma con le proprie gambe. Da quel momento lei avrebbe dovuto pensare da sola a se stessa come qualunque altra donna adulta. In questo modo diventò donna e responsabile di sé da un giorno all’altro. Fece il suo bagaglio, mi diede un rapido saluto con gesti sereni e sicuri e uscì di casa per l’ultima volta. Rimasi davanti alla porta d’ingresso con gli occhi lucidi finchè non la vidi scomparire.
La incontrai di nuovo molti anni dopo quando ritornò a trovarci. Era felice. Aveva un bel pancione rotondo e un bravo ragazzo che l’accompagnava. Era diventata adulta. Vederla così differente dalla ragazza che conoscevo mi rese timida nei suoi confronti. Quando mi abbracciò non seppi rispondere con l’entusiasmo che avrei desiderato. Non la rividi mai più.
Leidy aveva una sorella di qualche anno più piccola di lei ma comunque più grande rispetto a me. Yoisaira. A quest’ultima la sorella lasciò l’onere di proteggermi. Una ragazza dalla corporatura fragile, talmente corretta con tutti che la sua bontà la metteva sopra tutte le altre. Nessuna osava infastidirla o contraddirla.
Questo era il tipo di relazione che intercorreva tra noi orfane dentro la nostra casa comune.
Il fatto che non si potesse instaurare un legame di amicizia e di genuina fiducia tra di noi marchiò definitivamente il mio carattere. Benchè qualcuna potesse vantarsi di essere partecipe della strana forma di mecenatismo descritta, ci legavamo alle nostra protettrici per una mera questione di vantaggio personale. Nella quotidiana lotta che ci occupava le une contro le altre era meglio avere un alleato; di fatto, non c’era nessun tipo di legame sentimentale autentico.Era come se preferissimo avere un cuore frigido piuttosto che essere ferite da qualcuno che avevamo imparato ad amare. Da ciò, per me (e suppongo per la maggior parte delle mie compagne) ne scaturì una totale chiusura verso il mondo esterno. Non mi affezionai a nessuna e a niente. Vigeva solo una legge: pensare esclusivamente a se stessi. Proteggersi dalle rivalità e le ostilità delle altre. Molti anni dopo scoprii che questa mia chiusura, inserita nell’ambiente famigliare, si sarebbe trasformata in una profonda timidezza. Tutt’oggi ne soffro. Con la conseguenza che, come il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupèry, arrossisco e abbasso gli occhi quando mi trovo al centro dell’attenzione, qualunque sia il luogo o l’argomento di discussione. Un’altra eredità di questo stile di vita è dato dal fatto che pretendo di fare tutto da sola, anche quando è dannnatamente chiaro che dovrei chiedere aiuto. Non ho mai imparato a chiedere il sostegno di qualcuno. Per farlo devo fare forza contro me stessa.
Tra la solitudine e la compagnia gradisco di piú la prima. La solitudine non crea aspettative facili da tradire. Questo mi ha insegnato la mia infansia.