“In piedi! Sveglia!”.
All’improvviso la camerata, prima al buoi, si riempì di luce.
Da ogni letto scesero coppie di piedi ubriachi di sonno.
Una condizione che durava un attimo, giacchè come una mandria impazzita, l’ampio gruppo delle mie compagne corse verso un armadio di volume notevole.
Leidi comparve vicina al mio letto; già vestita e con i miei abiti in mano.
“Vieni, indossa questi”. Mi aiutò a prepararmi.
“Dobiamo fare in fretta..Non dobbiamo fare tardi…Senti, sai leggere e scrivere?”. Scossi la testa,
“Va bene. Ascolta: tutte le mattine ci svegliano alla stessa ora; quando siamo pronte dobbiamo scendere nella sala dove sta la tv; lì si legge il Vangelo o la Bibbia, tutto dipende dal calendario liturgico; poi si prega. Finito di fare questo, si fa colazione e si va a scuola. Dato che tu non ci puoi andare fino all’inizio del prossimo anno scolastico, quotidianamente sarai accompagnata nella casa di fronte. É la casa dei maschi. All’ultimo piano c’è una stanza dove raduniamo i più piccoli e li prepariamo a iniziare le elementari. All’ora di pranzo sarai portata di nuovo qui. Dopo pranzo ci riposiamo un po’ e poi si studia. Se le suore sono di buon umore ci danno del tempo per giocare nel tardo pomeriggio. La sera, tv, doccia e letto”.
Mi condusse in un’ampia sala dove c’era un grosso ripiano sul quale era posta una grande tv. Di fronte ad esso c’erano file e file di lunghe panchine di legno sulle quali ci sedemmo.
Iniziarono le preghiere del mattino alle quali partecipai con la sola presenza dato che non ne conoscevo nessuna perché non avevo mai pregato prima e non avevo mai sentito parlare del concetto di Dio, di sacro o di dogmi cristiano cattolici.
Trovai questo momento della giornata davvero noioso, inoltre il gorgoglio del mio stomaco affamato non mi fu di alcun aiuto. Mi sembrò interminabile quel blabla continuo. Era una tortura cercare di rimanere svegli e non pensare all’appetito la cui frenesia cresceva ad ogni amen. Liberando un lungo sbadiglio mi concentrai ad osservare la stanza. Nel guardarmi attorno, la mia attenzione fu attratta da un immenso scafale posto alla mia sinistra. Su di esso erano riposti bambole, barby, minute stoviglie di ogni tipo, sia di metallo che di plastica; un immenso ripostiglio colmo di giocattoli in una quantità che non avevo mai visto. A bocca aperta ammirai quel grande tesoro. Mi formicolavano le mani dal desiderio di toccare quel tesoro di Alibabà.
Una stretta di Leidi sul braccio mi riportò alla realtà.
“Così attiri l’attenzione su di te; anche se per te qui è tutto nuovo, stai attenta: ascolta le letture e fai finta di muovere la bocca. Questo pomeriggio ti insegnerò tutte le preghiere che dovrai sapere a memoria”.
Finita la colazione fui condotta nella stanza adibita a materna. Benchè mi avessero fornita di colori e foglio non li toccai. Stetti molto tempo ad osservare quella mandria di bambini che coloravano, giocavano o litigavano tra di loro.
Sapevo di essere nella casa dove era stato lasciato mio fratello. Mi chiesi dove fosse in quel momento. Mi sedetti vicino alla finestra e osservai il mondo esterno. Le palazzine, i giardini e i passanti non mi sembrarono affatto interessanti. Ancora una volta decisi di dare inizio ad un’ennesima storia fantastica nella mia testa.
“Sono venuta a prendere le bambine”. Il tempo era volato.
La voce di Leidy mi tolse dalla mia ipnosi. Non mi ero accorta che la mattinata fosse trascorsa. Mi voltai per incontrare il suo sguardo. Mi sorrise con gli occhi e con la bocca. Contenta, mi alzai e mi avvicinai a lei per prenderle la mano.
La mia protettrice raggruppò tutte le altre, le mise in fila indiana e ci mettemmo in marcia per uscire, attraversare la strada e fare ritorno alla nostra casa.
Fissai lo sguardo davanti a me, facendomi coraggio a rivolgerle la domanda che desideravo porgerle. Rinunciaì. Di nuovo, cercai di combattere la mia timidezza; feci forza a me stessa, autoconvincendomi che lei fosse buona.
“Sai dove è mio fratello? È arrivato ieri sera con me”, mi scappò, finalmente, di bocca.
“Tuo fratello? Come si chiama?”
“Jav…no,scusa, Maurizio..io sola lo chiamo Javier”, aggiunsi con timidezza.
Fermò la fila all’interno dell’ingresso dell’edificio dei maschi.
“Tutte ferme qua. Guai a chi si muove.”, disse prima di allontanarsi.
“Si. Tuo fratello è qui. Questa mattina è andato a scuola. Tranquilla. Lo rivedrai di sicuro domenica”, mi informò quando fece ritorno pochi minuti dopo.
Domenica? Cos’era la domenica? Allora non conoscevo neppure i giorni della settimana. In quel momento non ci pensai troppo. L’importante era sapere che l’avrei rivisto.
La fila indiana riprese il suo cammino.
“Ora vi accompagnerò nella sala da pranzo. Siediti vicino alle tue compagne, loro sanno cosa devono fare. Tu limitati ad imitarle. Quando saranno arrivate tutte le altre, arriverà una donna con il carrello con il quale distribuirà il pranzo”, mi informò il mio Virgilio personale.
Feci quanto mi aveva raccomandato di fare e restai in attesa di quanto mi aveva predetto.
Il rumore del chiaccherio di noi piccole fu niente in confronto al babele di parole delle nuove arrivate. Le ragazze più grandi entrarono nella sala da pranzo chiaccherando a gran voce. Sembrava una gara a chi parlasse più forte.
Ci fu una vera e propria gara, o meglio dire lotta, all’accaparramento dei posti. Noi eravano già sedute intorno a tre piccoli tavoli bassi. Le altre pranzavano su tavoli più alti sistemati a ferro di cavallo.
Ci fu distribuito il pranzo. Nessuna toccò il cibo che le era posto davanti. Con l’acquolina in bocca aspettai che tutte le altre iniziassero a mangiare. Così non fu. Iniziarono a parlare tutte insieme. Vari cori partirono nello stesso identico momento; alcune rinunciarono alla loro preghiera preferita, altre alzarono ancora di più la voce cosicchè, alla fine, le sconfitte rinunciavano e finalmente tutte ripetevano la stessa litania. Leidy osservò il mio mutismo, mi sorrise per tranquillizzarmi.
Finita la preghiera iniziammo a mangiare.
Ricordo ancora quel primo pasto nel mio nuovo orfanotrofio. C’è una spiegazione a questo ricordo.
Ciascun piatto conteneva: l’immancabile riso in bianco, un uovo e peperoni.
Mentre mascaticavo, stupita, vidi che non appena allontanata la donna che distribuiva il mangiare, iniziò un fitto commercio di cibo. Di soppiatto, ci fu chi scambiò con la propria vicina i peperoni al posto dell’uovo e viceversa. Chi non aveva alcuna voglia di mercanteggiare con le altre si limitò a nascondere il disgustoso cibo sotto il piatto.
Io avevo subito troppo la fame e il suo ricordo era ancora troppo recente perchè avessi il coraggio di rifiutare qualcosa da mangiare, anche nel caso non mi piacesse, perciò, incredula, osservai come qualcuna si alzasse, prendesse il piatto vuoto con una mano e con altra raccogliesse quanto nascosto sotto di esso, posasse la stoviglia sul carrello e con fare disinvolto e veloce buttasse il suo rifiuto nell’unico secchio della spazzatura che c’era nella stanza.
La sfortuna volle che una di queste bambine fosse colta da una suora nell’atto di liberarsi del cibo.
La rabbia della sorvegliante esplose immediata. Si buttò sulla sventurata e la schiaffeggiò con violenza su una guancia. La poveretta rimase pietrificata dal terrore.
“Tu ora raccogli quello che hai buttato e te lo mangi!”, le urlò.
Con gli occhi lucidi prossimi alle lacrime e la guancia di un rosso vivo, la ragazzina si piegò sul secchio dentro al quale c’erano rifiuti di ogni genere. Tremante raccolse un po’ dei suoi peperoni e se li portò alla bocca. I conati di vomito non si fecero aspettare.
Vomitò guanto aveva appena ingurgiatato.
“Ora mangi anche quello”.
Scioccata da quell’ordine, la condannata guardò il suo torturatore con occhi che chiedevano perdono.
“Muoviti”. La risposta alla sua richiesta silenziosa.
Tremando più di prima la sfortunata prese in mano parte del suo stesso vomito. Scossa dai suoi stessi singhiozzi, con forzata lentezza, quasi il suo stesso corpo si rifiutasse a fare quanto gli era stato imposto, lo portò alla bocca. Di nuovo si contorse a causa dei più forti conati che l’afflissero. Rigettò ancora una volta con maggiore violenza. L’aria si riempì di un asfissiante odore acido.
“Che vi sia da esempio. A tutte. Che nessuna di voi si azzardi mai più a buttare del cibo. Fissate bene nella testa questa scena e pensateci bene la prossima volta che vi viene la tentazione di farlo”.
Detto questo, la suora uscì dalla stanza fiera del suo potere e della sua saggezza, quasi sculettando nel suo candido abito grigio perla.
Scioccata, con la bocca aperta, rimasi a guardare la poveretta che si disperava vicino al luogo nel quale era avvenuta la sua tortura. A mani nude raccoglieva i suoi stessi rifiuti e li versava nel secchio della spazzatura. Tutti gli occhi rimasero fissi su di lei, che, ferita nell’orgoglio ricambiò l’occhiata,
“Che vi guardate? Non solo io ho buttato il pranzo:ringraziate che non ho aperto bocca!Stupide galline!”.
Ci fu chi abbassò gli occhi per la vergogna, chi godette della sfortuna della malcapitata, chi non si curò affatto di lei e riprese a chiaccherare e a fare quanto stava facendo prima che arrivasse la suora.
Io fui incapace di distogliere lo sguardo da lei, e se non fosse arrivata Leidy sarei rimasta lì imbambolata a fissarla.
“Hai capito perché non devi mai attirare l’attenzione? Finisci di mangiare che poi ti riposi. Dormirai qui, seduta sul tavolo con la testa poggiata sulle braccia incrociate. Al risveglio ti verrò a cercare così ti insegno le preghiere”.