“Preparati, hanno deciso che devi essere trasferita in un altro posto”.
Salii di nuovo sopra un fuoristrada, senza alcuna gioia.
Avevo imparato bene la lezione.
Smisi di credermi fortunata.
Mangiavo regolarmente, andavo a fare la cacca e la pipí in un vero bagno, mi potevo lavare con l’acqua calda, dormire tra coperte pulite; eppure avrei rinunciato a tutto questo pur di riavere i miei fratelli.
Sul veicolo c’erano già altri quattro bambini. Nemmeno li guardai in viso.
Concentrai il mio sguardo sul finestrino che avevo al mio fianco. La velocità della macchina mi provocò una lieve sensazione di nausea . Mi rifugiai, ancora una volta, nella mia fantasia per distrarmi dal malessere.
Non mi accorsi quando la macchina si fermò. Non vidi salire il bambino che entrò. Lui mi guardò stupito. Gli si riempirono gli occhi di lacrime e immediatamnete si protesse verso di me per abbracciarmi.
“Maurizio, seduto. La macchina deve ripartire!”.
Quel nome mi fermó il cuore e mi riportò alla realtà come un fulmine a ciel sereno. Guardai incredula il nuovo arrivato. Fu uno shock vedere mio fratello lì; seduto davanti a me che mi fissava. Le sue lacrime richiamarono le mie, che subito arrivarono generose.
Fuori di me dalla gioia, invasa da una sensazione indescrivibile di felicità e rassicurazione, gli tesi una mano che lui subito acciappò. Risi contenta per la prima volta dopo molto tempo. Stentavo a crederci: Javier mi era stato ridato. Potevo sperare che anche Ted sarebbe tornato da me?
Fummo gli ultimi a scendere dall’auto quando giungemmo al termine del viaggio.
La nostra tenerezza aveva commosso le assistenti sociali che ci accompagnavano.
“Adesso accompagno Maurizio a quelle che diventerà la sua casa”, disse la donna che ci aiutò a uscire dal fuoristrada e per rassicurare due piccoli visi spaventati, con un sorriso, aggiunse: “Non vi dovete preoccupare: sarete vicini. Clara, tu vivrai nella casa delle femminucce e tuo fratello di fronte, in quella dei maschietti; così va bene, no? Su, andiamo! ”. Si chinò, ci incoraggió entrambi con un’Qenergica scegherata ai capelli e ci condusse nelle rispettive abitazioni.
Fui condotta nell’orfanotrofio nel quale avrei trascorso gran parte della mia tenera età.
Vi giunsi una sera all’ora di cena, perché ricordo ancora l’odore di cucinato che impregnava l’aria della casa nonostante si fosse già mangiato e le donne fossero occupate nella pulizia dell’immensa cucina.
Mi accolse una donna riccia dal viso mascolino. Mi squadrò da testa a piedi.
“Hai cenato?”
“No”
“Ma perché vi consegnano così dannatamente tardi? Non gli basta un’intera giornata? Sarebbe troppo bello: meglio rompere le palle di sera! Va bene, va bene; lasciamo perdere! Prima di tutto tagliamo quel nido di pulci che hai in testa, poi ti diamo una bella lavata e per ultimo mangi. Leidi, lascia perdere la cucina, prendi le forbici e vieni con me”. Ordinò la donna.
Ci raggiunse una ragazza. I miei occhi si fissarono come pnotizzati sul suo viso.
Aveva la faccia completamente deformata e mangiata da una grave ustione. L’unico bel particolare in mezzo a quella devastazione era costituito da due grandi dolci occhi marroni. Mi lanciò uno sguardo sereno, ignorando pazientemente le mie occhiate moleste. Aveva fatto abitudine alle poco gradevoli attenzioni che le rivolgeva chiunque la guardasse. Mi comportavo come chiunque altro le fissasse il volto, ma si sa: chi di spada ferisce di spada perisce. Molti anni dopo avrei imparato a convivere con quelle stesse sensazioni che le stavo procurando.
Le due mi condussero alle docce. Si trovavano al primo piano della grande casa.
Iniziai a spogliarmi. La loro presenza e la loro attesa mi imbarazzò.
Data la mia lentezza, la giovane si chinò vicino a me per aiutarmi. Una volta tolti i pantaloni la ragazza si ritrovò di fronte alle mie cicatrici. Fu lei, a questo punto,<\ a rimanere a fissare me.
“Che hai fatto alle gambe?”
“Me le sono bruciate con il fuoco”, risposi timida.
Un lampo di profonda comprensione le attraversò il suo sguardo dolce. I suoi occhi si riempirono di un dolore condiviso. Mi sorrise e mi accarezzò una guancia.
“Quando avrete finito di amoreggiare tra sfortunate fatemelo sapere”, disse crudelmente la donna che ci guardava da un po’. Tutti la chiamavano “il caimano”. In seguito seppi il perché. Non certo per dolcezza e sensibilità.
Una volta che fui completamente nuda l’anfibio antropomorfo mi tagliò i capelli a maschietto, li frizionò con aceto e mi lasciò sola con Leidi.
Pulita e pronta per il letto, scesi di nuovo in cucina dove cenai supervisionata dalla giovane.
Dopo il pasto serale mi diede uno spazzolino e mi condusse a lavarmi i denti. Terminato con l’igene orale, mi portò a quello che sarebbe diventato il mio letto.
“Se ti serve qualcosa, chiedila a me. Se qualcuna ti disturba, vieni da me. Fai quello che ti viene detto, non farti notare troppo e qui dentro non avrai problemi”.
Leidi fu la prima estranea a mostrare un genuino affetto nei miei confronti.
Diventò il mio cicerone in quella nuova vita.
Fu sempre pronta a proteggermi dalle cattiverie e dai dispetti delle mie compagne e mi insegnò i trucchi per il buon vivere in una casa piena di bambine di tutte le età. I suoi occhi vegliarono sempre su di me.
Imparai ad amare quel viso deforme e quelle braccia sempre pronte ad accogliermi.
Al buio, nel tepore delle coperte, portai la mano sulla guancia dove lei aveva deposto quella morbida carezza, sorrisi al ricordo di quel gesto e così caddi nel sonno.