Giungemmo nella famosa casa dei bambini.
Perdere il mio protettore, il mioTed, mi aveva sconvolta.
Avrei potuto rinunciare a tutto, ma non a lui.
Persi la curiosità, la vivacità. Il desiderio di scoprire la nuova vita che mi era stata promessa.
Divenni incapace di intendere e volere; ebbi un vero e proprio blackout interno, regredii paurosamente.
Appena giunti, fui consegnata alle donne della struttura.
“Attenzione, ha subito un forte trauma”, dissero nel lasciarmi.
Informazione inutile. Al mio ostinato silenzio le sconosciute furono solo capaci di dire:
“A si? E sei diventata muta? Cerca di ritrovare le parole carina perché qui nessuno è disposto a offrirti un trattamento speciale. Se iniziamo a pensare ad ogni vostro singolo problema non finiremo mai! Voi siete in tanti, troppi per così poche mani adulte, perciò adeguati alla situazione. Limitati a fare quello che ti viene richiesto. Per noi puoi restare pure muta per sempre. Non è un nostro problema. Cerca solo di non darci fastidio”.
L’eccessiva e quotidiana vicinanza ad un innumerevole numero bambini sfortunati, con il tempo, aveva reso queste donne insensibili. Arrivarono a preferire una la fredda praticità che una dolorosa sensibilità. Se così non avessero fatto sarebbero arrivate molto presto alla pazzia.
Mi svegliai con una sensazione di bagnato. Il mio pigiama era zuppo di urina.
Non me ne preoccupai più di tanto. Paziensa. Sapevo che non era mia. Mi accorsi di aver puntati oddosso coppie di occhi curiosi e sfrontati. Ricambiai lo sguardo delle mie compagne di letto. Persi subito interesse per loro. Rimasi immobile sopra le lenzuola fradicie e mi guardai intorno per avere una visuale completa della stanza. Il piccolo gruppo delle mie spettatrici, però non perse il contatto visivo con me. Ciascuna di loro immaginò una cosa soltanto: dare a me la colpa dell’umido letto così da evitare la punizione che sarebbe di sicuro sopraggiunta. Paziensa. Non mi importava nulla. Per me non aveva nessuna importanza. Mettevo a fuoco e giravo la testa perchè era questo che il mio corpo doveva fare ma dentro ero vuota. Profondamente addormentata.
Vidi un gran numero di bambine scendere freneticamente dal letto e spogliarsi di fretta. Le mie sfortunate compagne. Mi apparvero come uno sciame di vespe impazzite, il caos fu straordinario. Tutte nude, si misero in fila e si fermarono in attesa di qualcuno o qualcosa.
Io ero ancora lì, sopra al letto, quando entrò nella stanza una rotonda donna adulta. Squadrò la fila ordinata e poi individuò me, ancora sul letto.
“Perché sei lì tu?” , mi chiese acida avvicinandosi a grandi passi mentre tutta la sua molle mole tremolava nel camminare. Mi tastò bruscamente. La rabbia le esplose improvvisa. “Adesso ti sveglio io! Grande e grossa e ancora la pipì al letto! Subito alle doccie, di corsa!”. Dopo avermi dato un sonoro schiaffone, senza controllare la sua forza, mi trascinò dietro le altre.
Il gregge di bambine scattò subito. Il piccolo fiume si diresse compatto verso un luogo ben preciso.
Le più forti si infilarono per prime nelle grandi docce, le più piccole e deboli entrarono dopo.
Io arrivai per ultima. Guardai passiva quel luogo del tutto nuovo per me.
Il donnone che mi aveva trascinato mi strappò letteralmente di dosso il pigiama bagnato e mi spinse di nuovo dietro le ultime. Fissai mogia mogia l’acqua scendere dal soffitto. Incredibile. Era calda. Come poteva uscire acqua calda da un tubo? Benchè il box della doccia fosse di dimensione notevole, noi eravamo in troppe per poter usufruire dei bocchettoni dell’acqua. Questo non fu mai un problema per le nostre sorveglianti che, per guadagnare tempo, munite di grosse bacinelle, ci gettavano addosso secchiate di acqua. Poco importava la temperatura. Solitamente era fredda. Molto fredda.
Quell’inattesa doccia gelata risvegliò tutta la mia sopita intelligenza.
Mi ripromisi che avrei dormito quasi sul bordo del letto per evitare di essere bagnata dalle altre. Era da molto tempo che non bagnavo il letto, mi sembrò strano che avessi ripreso a farlo.
Era stato il mio mutismo a determinare la scelta del mio letto. Mi era stato chiesto se avevo il controllo della vescica. Il mio silenzio non mi aveva aiutato. Le donne avevano preferito non correre rischi, perciò mi avevano relegato nel letto delle incontinenti.
Mi giurai che, dalla mattina del giorno successivo, avrei dovuto essere tra le prime ad entrare nelle doccia per evitare i getti di acqua gelida. Mi sforzai di far uscire la voce per evitare altre situazioni imbarazzanti.
Già dal quel primo giorno compresi che tutto era determinato dalla competizione. Essere tra le ultime significava essere deboli e essere deboli significava essere capri espiatori in qualunque circostanza. Dovevo farmi valere tra le altre con le mie sole forze.
Per la prima volta ero completamente sola.
Non so quanti giorni passai in questo orfanotrofio. Di certo il tempo lì trascorso non fu molto. Non ho ricordi delle giornate lì trascorse, delle compagne o di eventi che mi abbiano colpita.
Passavo le mie giornate a pensare ai miei fratelli. Ero convinta che me li avessero portati via entrambi. Ci avevano trattato come una cucciolata troppo scomoda da tenere tutta insieme. Ci avevano allontanati crudelmente senza dare importanza al dolore che ciò ci avrebbe provocato. Nessuno aveva pensato che non eravamo piccoli cani ma bambini.
Per isolarmi dal dolore della mia perdita trovai una via di fuga nel rifugiarmi nella mia stessa testa. Iniziai ad inventarmi storie fantastiche per fuggire da una realtà che non era affatto allettante. Lunghi e lunghi intrecci che occuparono la mia mente e allontanarono il fantasma della mia solitudine.
Come era cambiata la mia vita? Finalmente ero stata tolta ad un padre poco degno di questo nome. Di certo le mie condizioni igeniche erano molto migliorate. Mangiavo con regolarità e ordine. Avevo scoperto mille cose nuove ed incredibili: il televisore, le vere bambole, il gabinetto, lo spazzolino da denti…Si, era migliorata la mia situazione, ma tutto questo senza i miei fratelli. Come avrei potuto essere felice? La loro assenza mi pesava sul cuore. Dove erano finiti i miei fratelli? Perchè mi avevano tolto l’unica cosa bella della vita? Non riuscivo a gioire dei miglioramenti ricevuti. Mi erano costati troppo. Il prezzo pagato era stato troppo alto.