“Non lo ripeto: c’è qualcuno in casa? Se non avrò ancora risposta sarò costretta a far intervenire gli agenti”, gridò una voce autoritaria di donna.
Il mio pianto continuo e disperato fù l’unico suono che giunse in risposta dall’interno della nostra baracca.
“Intervenite. Io ho fatto il mio dovere, abbiamo aspettato abbastanza”.
Due robusti ragazzotti in uniforme si fecero avanti e superarono gli assistenti sociali. Tolsero le pistole dalle fondine, si avvicinarono cautamente alla fragile porta e con uno sguardo di intesa uno dei due si gettò su di essa. Non fu affatto difficile abbatterla. Il collega gli coprì le spalle e insieme entrarono.
Il silenzio per un attimo fu assoluto; persino il mio pianto si bloccò quando vidi i due sconosciuti entrare in casa.
Le facce del gruppo di curiosi che si era formata davanti alla nostra abitazione si caricò di preoccupazione e turbamento. Non li vedevo ma sentivo chiaramente le loro voci.
“Finalmente intervenite, era ora!”
“Povere creature!”
“Glieli porterete via tutti e tre voglio sperare!”
“Non passa giorno che non si senta piangere”
“Io testimonieró”
“Io la sera lo incontro sempre ubriaco, é un padre che non merita figli!”
La proprietaria del piccolo chiosco, la Signora Buona, piangeva in silenzio scuotendo la testa per la disapprovazione di quanto era accaduto dentro la nostra baracca pezzente.
La vista improvvisa di quei due uomini mi spaventò in maniera incontrollata. Ripresi a piangere con maggiore disperazione.
Tutti, fuori, trattennero il fiato.
Gli agenti, in un primo momento mi ignorarono e perlustrarono l’ abitazione.
“Almeno poteva lasciarle entrare un poco di luce”, disse uno dei due scostando dalla finestra il blocco di legno che mio padre ci aveva appoggiato davanti.
Terminata la loro attenta ispezione, uno dei due mi si accostò, mi prese la mano prigioniera della catena e mi guardò dritta negli occhi.
“Non preoccuparti. Ora ti tireremo fuori di qui. Tra poco verrà una donna a prenderti. Non temere, siamo qui per aiutarti, non per farti del male. Resterò qui vicino a te finché la signora non arriverà, tu, però, smetti di piangere, mi hai capito?”, disse a voce alta per sovrastare il mio lamento. Mi accarezzò la testa con la mano guantata. Quel contatto non gli bastò. Nessun estraneo si era mai rivolto a me con tanta dolcezza. Mi accarezzó il viso, mi asciugò le lacrime e mi abbracció. Riuscí a tranquillizzarmi.
Avvenne quanto aveva promesso.
Ci volle del tempo perché fu necessario tagliare la robusta catena che mi teneva segregata dentro casa. Appena fu recisa, una donna mi si avvicinò con una coperta e mi portò fuori dalla mia prigione.
Il piccolo gruppo di spettatori commossi si impietosì a vedermi uscire in braccio ai servizi sociali . A gruppi, in molti si mossero in direzioni diverse; chi a prendere dei vestitini, chi un po’ di cibo, chi per offrirsi come testimone in caso di bisogno. Si sparpagliarono come uno sciame di api operaie, ciascuno sentendo il bisogno di rendersi utile in qualunque modo.
Mio padre arrivò alcune ore dopo insieme ai miei fratelli. Io ero già stata portata via.
Il vecchio rischiò il linciaggio. A malincuore gli agenti furono costretti a proteggerlo, anche se non si sforzarono di parare tutti i calci e i pugni che quel giorno vollero colpirlo.
“Ho dovuto farlo, la bambina ha già rischiato la vita una volta e io devo allontanarmi per lavorare! Che potevo fare se non questo? La madre mi ha abbandonato con tre figli da tirare su!”, cercò di giustificarsi mio padre; ma la gente si arrabbiò ancora di più a queste parole.
“Bastardo!”,
“Le nutriamo noi le tue creature quando le vediamo vagabondare vicino alle nostre case mentre tu bevi e ti ubriachi! Figlio di una cagna, dillo che con i pochi soldi che fai ti ci compri l’alcol!”,
“Crepa in prigione pidocchio! Finalmente giustizia sarà fatta!”.
Tutto questo e molto altro gridarono al mio vecchio padre quando la volante degli agenti lo portò via. A testa china ascoltava tutti gli insulti che gli furono urlati contro. Pugnalate roventi in pieno petto per lui. Una scena che fu il simbolo di quello che era diventata la sua vita, un’ esistenza misera e penosa.
Pianse di nuovo, dopo tanti anni. Furono lacrime amare, tipiche di un uomo che odia se stesso e il relitto che è diventato.
Al culmine della sua disperazione rimpianse di non essere ubriaco in quel terribile momento.