5- il fuoco

La casa era immersa nel silenzio.

Dormivano tutti.

Solo io non riuscivo a chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno. Decisi di dedicarmi all’esplorazione della baracca.

C’era una parte di essa in cui il nostro vecchio padre ci ha sempre impedito di andare. Era un grosso capanno attaccato alla nostra casetta di legno e lamiere. Girava voce che questo fosse il luogo dove nostro padre era solito custodire gli oggetti che vendeva quando non trovava un qualche lavoro da fare. Da questo traffico nacque la storia che, una volta, la nostra famiglia fosse stata ricca e che vivesse nel lusso prima di finire in miseria. I miei fratelli dicevano di avere un qualche vago ricordo di quel tempo, in particolare il maggiore, Ted, aveva ancora fissi nella memoria i tempi in cui la mia famiglia biologica stava bene, benché il declino fosse già piú che avanzato. Pare che mio padre lentamente vendesse quanto gli fosse rimasto della sua passata agiatezza.

“Clara la nostra era una casa immensa, avevamo cameriere e maggiodomo. Un giadino che era enorme: avevamo persino cavalli per ognuno di noi. Tutto era semplicemente splendido. Ognuno di noi aveva una camera sua con bagno. Ogni pasto era un banchetto da re. Tu sei troppo piccola per poterlo ricordare. Eri un incanto da vedere, sempre vestita come una principessina. Quelli che oggi ci prendono in giro per la nostra miseria non si immaginano quanta fosse la ricchezza della nostra famiglia. Il poco che ci è rimasto è custodito nel magazzino alle spalle di casa”.

Amavo sentire mio fratello mentre mi raccontava quelle vecchie storie.

La noia delle mie lunghe giornate di prigionia e la mia curiosità di bambina mi spinsero a voler vedere con i miei occhi i tesori custoditi in quel luogo a me ignoto.

Il suolo in terra battuta coprì il rumore dei miei piedi curiosi.

Presi una lampada per illuminare il mio cammino.

Era un oggetto artigianale, fatto in casa, di cui non immaginai la pericolosità; d’altronde, se mi avessero detto che reggevo tra le mani una potenziale bomba non l’avrei toccata. Almeno così mi piace supporre. Ero troppo piccola ed inesperta per poter sapere che tra le mani reggevo una molotov vera e propria.

Quella notte disgraziata strinsi tra i palmi con presa decisa un grande barattolo riempito per metà di benzina, il cui tappo era era stato forato per permettere il passaggio, attraverso di esso, di una pezza che era, ad un’estremità, immersa nel liquido, nell’altra da accendere. Non ho alcun ricordo di come l’avessi accesa, credo di averlo fatto tramite l’ausilio di un fiammifero.

Troppo affascinata alla prospettiva delle scoperte che avrei fatto di lì a poco, non mi accorsi che mi ero avvicinata eccessivamente il barattolo al corpo, ma soprattutto, non mi accorsi di averlo inclinato troppo.

La benzina lentamente mi colò addosso.

Il liquido si infiltrò nella lunga camicia da notte, che essendo larga, non rimaneva a contatto con la pelle. Camminamdo, però, le gambe, dal ginocchio in sú, mi erano entrate in contatto con il tessuto imbevuto del pigiama.

Non ci è voluto molto perchè prendessi fuoco.

Come imbambolata vidi la mia camicia da notte volatilizzarsi. Era rimasto integro solo il tessuto che mi copriva le spalle. Stupita vidi che il rosa di quanto era rimasto del mio completino da notte era diventato di tutt’altro colore.

Poi vidi il fuoco sulle mie cosce.

Ipnotizzata dallo spettacolo rimasi imbambolata a guardare la mia pelle prendere fuoco.. Poi arrivó il dolore, l’odore della mia carne che bruciava.

Urlai dall’orrore.

Un fatto inspiegabile impedì di far saltare in aria l’infausto barattolo che scaraventai a terra. Mi ranicchai in un angolo della casa ma la sofferenza era troppa: insopportabile. Con le mani tentai di spegnere il fuoco dalle mie cosce, ma il fuoco aumentava e con esso una sofferenza indescrivibile. Come avere un ferro da stiro posato sulla pelle. Urlai impazzita con tutta la forza della mia disperazione mentre continuavo ad ardere.

Irrazionalmente iniziai a correre per casa impazzita per il tormento infernale che stavo subendo.

Piansi, urlai terrorizzata. Non c’era via di fuga da quella tortura: ovunque mi rifugiassi le fiamme, implacabili ed insensibili, mi inseguivano per consumarmi.

Finii a terra, artigliai la terra del pavimento con le unghie e mi rifigiai sotto il lettone di mio padre. Mi misi in posizione fetale mentre il fuoco mi divorava, offrendo anche la pancia alle fiamme. Il mio cervello in tilt mi risparmió un po’ di sofferenza. Benché giovanissima, ne ero consapevole: sarei morta cosí. Non esisteva altro: solo io e il fuoco che mi consumava.

Un ultimo pensiero: “Basta, che finisca presto”.

Con uno strattone improvviso e violento mio padre mi tirò fuori dal mio inutile rifugio e mi avvolse in una coperta.

Di quello che accadde subito dopo non ricordo nulla. Fu quasi una fortuna cadere nel morbido mondo dell’incoscienza. Finalmente persi i sensi.

Mi risvegliai su di un letto di ospedale assistita da un’infermiera di cui ho impresse indelebilmente nella memoria le lunghe unghie scarlatte con le quali si aiutò a portar via i lembi di pelle carbonizzato dalle mie cosce. Non faceva alcuna pressione, la carne veniva via da sola. Perché non sentivo dolore?

Stordita caddi di nuovo in un indotto sonno profondo.

Uscii dall’ospedale con ustioni di quarto grado su entrambe le cosce, di secondo sulla pancia, di primo su addome, mani e mento.

Ecco come mi sono procurata le cicatrici che porto su di me a perenne ricordo di un grave duplice errore: mio e del mio disattento genitore.

L’incidente non cambiò radicalmente il mio modus vivendi. Tutt’altro: convinse mio padre che ero pericolosa persino per me stessa.

Di nuovo, il vecchio decise che la cosa migliore per me era quella di restare legata al letto.

Le lacrime che versai in quei giorni tornarono ad essere incalcolabili ma qualcuno le sentì e gli fecero molta rabbia viste le conseguenze che ne seguirono.

Mio padre prese a mettermi in catena di giorno e di notte. Dovevo rimanere ferma il più possibile affinchè le mie ferite rimaginassero senza incorrere in infezioni o senza sforzare i muscoli devastati.

Ho ricordi molto vaghi di questo periodo. Mi vengono in mente solo il dolore indescrivibile che deriva dall’ avere la carne devastata e senza la protezione dell’epidermide. I nervi delle cosce mi scattavano da soli, impazziti, ogni piccolo movimento delle gambe era un tormento, piangevo dalla sofferenza continua. Le fasciature e il lenzuolo sulle cosce mi sembravano pesare una tonnellata.

Mesi e mesi immobilizzata sopra il letto. La guarigione graduale delle mie le terribili ferite non portó sollievo. Al dolore fisico si sostituí un terribile prurito. Tremavo dal fastidio. Mi sarei grattata a sangue se il ricordo delle ferite fresche non fosse stato cosí recente. Niente riusciva a darmi sollievo.

Le mie giornate erano scandite da sonno, pianto, lozioni disinfettanti e idratanti. Più passava il tempo più mi era difficile tenere le mie unghie lontane dalle mie cicatrici. Per proteggermi da me stessa mio padre abbondava nelle fasciature.

“Sei una stupida! Quanto vuoi rovinarti ancora? In quale altro disastro vuoi finire? Non te le devi toccare!”, mi ordinava rabbioso mentre mi scuoteva per la disperazione.

Di giorno riuscivo ad ubbidirgli. La notte no. Non mi accorgevo neppure di essermi tolta le garze dalle ustioni. Lo facevo, senza che me ne rendessi conto. I risultati erano fin troppo chiari la mattina: trovavo le lenzuola letteralmente attaccate alle ferite ancora non del tutto asciutte. Toglierle era una vera tortura.

I medici suggerirono a mio padre di togliermi la biancheria appiccicata facendola ammorbidire attraverso bagni di erbe; era l’unico modo per non danneggiare la pelle già devastata che tentava di guarire. Ed, è questo, infatti, il ricordo più vivo di questa fase della mia vita: io immersa nell’acqua profumata di erbe e fiori con il mio lenzuolo, ammollo per ore prima di essere di nuovo libera di essere legata.

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