4- denti e catene

Giravo per il paese in compagnia di Javier. Ci si avvicinò una suora.

“Bambini, volete delle caramelle? Su, venite con me”.

Un invito a nozze. La seguimmo con la salivazione già in fermento per le semplici parole.

Ci condusse in una stanza presso un edificio adiacente alla chiesa. Dentro di essa c’erano due uomini con una bizzarra divisa azzurra. distribuivano caramelle ai bambini che entravano.

“Se volete le caramelle dovrete far vedere i denti al medico che sta nell’altra stanza”.

Niente di piú facile. Presi i dolciumi rimanemmo in attesa del dottore. Una suora ci prelevava due alla volta. Nel raggiungere il percorso incrociammo un bambino che piangeva come un forsennato e si reggeva la guancia. Perplessi e un poco spaventati seguimmo la suora con minor entusiasmo.

Giunti davanti la porta sentimmo un urlo disumano.

“Noi preferiamo andare via”

“Non fate gli sciocchi, su entrate e andate dai dentisti che vi stanno aspettando”

Dentisti? E cosa mai erano i dentisti? Due uomini vestiti di azzurro come gli altri ci vennero incontro.

“Venite bambini, fateci vedere i dentini”.

Malvolentieri ci sedemmo su una sedia molto comoda ma stranamente inquietante.

“Si, a lui sono da togliere due…E a lei…Anche!”, disse il proprietario delle estranee mani guantate che mi esplorarono la bocca.

Togliere!?

“Noi adesso andiamo a casa. Nostro padre ci aspetta”, dichiarò mio fratello.

“Non volete togliere i denti malati?”

Le urla del bambino che lo stava facendo in quel momento ci sollecitarono a rispondere.

“No”,

“E se vi diamo un premio, tipo altre caramelle?”

“Perché non ci date dei soldi? Noi preferiamo i soldi”

“Va bene”.

Prima Javier. Indicarono i denti da estirpare e lo presero per i polsi.

Le urla di dolore di mio fratello arrivarono non appena il dentista inizió a tirare con uno strano attrezzo il suo primo dente. Mi venne la pelle d’oca. Javier inizió a dimenarsi come un folle. Piú il medico tirava piú lui strillava. A fatica gli altri due riuscirono a tenerlo.

Finalmente il dente venne fuori. Piangendo disperatamente mio fratello sputó una grande quantità di sangue. Il mio unico desiderio fu quello di scappare via prima che uccidessero anche me. Braccia forti mi impedirono la fuga. Iniziai a piangere come un animale destinato al macello.

“Togliamo il secondo”

“Non mi toccate! Basta, non mi toccate!”,urló invano il mio sfortunato fratello.

La tortura ricominció.

“Non farti spaventare da un pó di dolore, passerà subito!”.

I lamenti animaleschi di mio fratello dicevano tutto l’opposto.

Quando lo rimisero a terra aveva il viso fradicio di lacrime, la bocca completamente piena di sangue. Non finiva di sputare quel fiume scarlatto. Con le mani sulle guance gonfie piangeva disperatamente.

Arrivò il mio turno. Il dolore rischió di farmi svenire. Mi sembró che mi stessero tirando via la vita stessa. Senza alcuna anestesia mi tolsero anche a me, a forza e senza alcuna anestesia un dente fisso. Mi lamentai con tutta la forza della mia disperazione. Finalmente il dente cedette, ma il tormento non terminó. Fu come accorgersi all’improvviso di aver il piú terribile mal di denti. La gengiva mi sembrava pulsare. Capii perché mio fratello si reggesse la guancia.

“Prendete queste pasticche quando il dolore sarà insopportabile”.

Ci diedero due pasticche per uno.

Doloranti, umiliati, ce ne andammo mano nella mano. Il fastidio duro per qualche giorno.

Perché ci avevano fatto soffrire a quel modo?

Ted ci prese in giro,

“Stupidi! Non dovete fidarvi di nessuno; non c’è divisa, colore o estraneo che vi vuole fare bel bene per il gusto di farlo! E’ sempre così! Chi si avvicina a miserabili come noi lo fa perché gli serve qualcosa. Al mondo siamo solo noi tre. Si vede che a quelli servivano i vostri denti!”

“Ted, di chi posso fidarmi?”

“Di me e di Maurizio. Nessun altro”.

Non so se a casa giunse mai una qualche voce dei giochi tra me e i mie mariti. Di certo, tuttavia, da un giorno ad una altro, mio padre inizió a chiudermi dentro casa per impedirmi di uscire da sola.

Mi legava alle sbarre de nostro lettino serrandomi il polso con una catena.

Obbligata a stare ogni giorno sul solito materasso non potei far null’altro se non dormire.

Dopo un po’ persino il sonno mi stancò. Nemmeno il giungere dei miei fratelli riusciva a risollevarmi.

Solo mio padre aveva le chiavi della catena che mi impediva di muovermi liberamente. Abituata alla totale libertà, questa clausura imposta mi risultò intollerabile. Iniziai a piangere tutti i giorni e a chiedere aiuto a squarcia gola affinchè qualcuno mi liberasse. Ted e Javier si sforzarono di farmi compagnia, però la noia e le mie lacrime continue la vincevano sul loro amore fraterno e quando non riuscivano più a tollerare i miei lamenti uscivano per andare a giocare. Con vergogna uscivano da casa, allontanandosi in fretta per non dover sentire il mio pianto. Una volta superato il loro senso di colpa sfogavano la loro vitalità in attività ludiche tipiche dei maschietti. Si sentirono liberi di lasciar andare tutta la loro irruenza mascolina dato che non dovevano badare a me o giocare insieme ad una femminuccia. Li vedevo tornare sorridenti e sudati. Li invidiavo e mi arrabbiavo con loro per la loro felicità. Per amor mio capirono che dovevano tornare a casa mogi mogi anche nel caso in cui le loro scorribande fossero state davvero memorabili.

Quando finalmente mio padre faceva rientro e mi liberava Ted e Javier mi dedicavano tutte le loro attenzioni coccolandomi e permettendomi di scegliere sempre a quale gioco dedicarci. Fu un lungo periodo in cui i miei fratelli spesso e volentieri furono costretti a giocare con le mie finte bambole fatte di stracci o a far finta di essere loro stessi i miei figli.

La sera non dormivo quasi più data la monotonia delle mie giornate. Il mio ritmo biologico era sfalsato. Di giorno cercavo di dormire per fuggire la noia e la tristezza. Il sonno mi distraeva dal piangere. Ciò mi evitava il mal di testa, gli occhi gonfi e la gola arrossata.

Anche la notte diventò lunga da far passare, se non altro ero libera di muovermi dentro casa a mio piacimento. Fù per questo motivo che una sera rischiai di perdere la vita.

Lascia un commento