Quella mattina, all’alba, il vecchio si presentò già ubriaco.
Non era rincasato quella notte. Un fatto inusuale nella nostra famiglia.
Era talmente ebbro che a malapena riuscì ad aprire la misera porta della nostra baracca. Ciondolando vistosamente, imprecando, perso nel suo delirio alcolico, quasi per puro caso trovò il suo letto.
Non si curò di noi.
Sapeva bene che solo la paura del buio ci aveva sempre impedito di stare fuori casa di notte.
Ci nascondemmo per evitare che potesse sfogare la sua rabbia su di noi.
Lo temevamo molto quando era alterato dall’alcool.
Avevamo i nostri rifugi per evitare qualsiasi pretesto lo avesse incoraggiato a togliersi la cintura e sferzarla contro i miei fratelli.
Stranamente evitava di toccare me.
Le botte trovavano sfogo solo sulla pelle dei maschi della mia famiglia. O meglio su quanto era rimasto della mia famiglia. Vaghi ricordi mi dicono che mia madre non era affatto esente da schaffi, cinture e persino bastoni. C’era una differenza, tuttavia: le percosse subite dalla madre che mi aveva abbandonato non mi toccavano. Le urla di dolore dei miei fratelli, al contrario, mi facevano torcere le budella.
Trascorsero solo pochi minuti, poi, dal nostro rifugio, sentimmo il giungere di una sonora russata.
“Vado a vedere quanti soldi ha in tasca”, sussurrò Ted.
“Lascia perdere! Se si sveglia ci riempe di botte!”, ribadì uno spaventato Javier.
“No! É troppo sbronzo. Abbiamo tutta la giornata per goderci i soldi che gli prendiamo! Quando ci ricapita? Pensaci! Lo sai: ora beve solo la sera perché così va a dormire ubriaco ma si sveglia bene. La mattina deve andare a lavorare, non beve più di giorno!”, bisbigliò di nuovo il mio impavido ed ingenuo fratello maggiore.
Lo ascoltai attenta, orgogliosa di quel ragazzotto coraggioso. Era il mio odierno e personale Sansone. Era la mia guardia del corpo. Nulla poteva capitarmi se era con me.
Come di consueto bastarono solo poche parole del maggiore di noi affinché Javier fosse convinto a correre pericoli che il suo malleabile e giovane buon senso gli consigliava di evitare.
Si fece coraggio controllando il suo respiro e aspettò il via per dare inizio a quella che sapeva essere una missione suicida.
“Clara, tu aspettaci fuori, non devi avere paura, tra poco verrà la luce. Esci senza far rumore e stai lontana di casa perché così se ci scopre, almeno tu sarai al sicuro!”, mi ordinó il mio fratellone.
“Io ho paura di uscire sola!”,
“Saremo veloci più del vento! E poi già si comincia a vedere il sole! Su, guarda fuori!”
Vero. Le demoniache sagome scure e informi della notte si stavano lentamente trasformando in verdi placidi alberi dalle mille dimensioni.
Dopo aver declutito i miei timori, ubbidii senza alcuna riserva, attenta a non far risuonare i miei movimenti. Mi mossi silenziosa, guidata dalla poca luce filtrata dall’unica lurida finestra.
Ero avvezza a muovermi al buio dentro casa. La totale assenza di elettricità mi aveva abituato i miei occhi all’oscurità.
Mi allontanai quanto sarebbe bastato per non incorrere nella furia di nostro padre nel caso si fosse svegliato.
Nascosta nell’erba alta, ranicchiata al sicuro, guardai quella piccola casa fatta di toppe legno e pezze di latta addossate alle pareti.
Era una struttura minuta sfornita di qualunque servizio: luce, gas, acqua e servizi igenici erano un lusso che noi bambini nemmeno conoscevamo.
Avevamo un’unica piccola finestra nel cucinino spartano e un ampia stanza, che, da una parte costituiva la camera da letto di mio padre, lo si sarebbe capito dal grosso letto matrimoniale: unica mobilia di quell’angolo della pietosa abitazione.
La parte dove dormivamo noi era ugualmente misera: un unico lettino per noi tre.
Un giaciglio che non amavamo e che volentieri lasciavamo a Ted perché a me e Javier piaceva da morire dormire sulla carriola di nostro padre. Meno morbida ma di certo povera di pidocchi. Dovevamo solo fare attenzione a stare ben distribuiti su di essa, giacchè se ci fossimo trovati dalla stessa parte saremmo caduti a terra. Posso assicurare che la notte, durante il sonno capitava spesso. Per noi non era affatto fastidioso: anche se svegliati dalla caduta, ridevamo di cuore nel rialzare il nostro ferroso giaciglio.
Un piccolo tavolo pieno di tarme e quattro sedie regnavano al centro della casa.
C’era, inoltre, un’altra grande camera dalla quale si accedeva attraveso una porta perennemente chiusa a chiave.
Non vidi mai cosa ci fosse dentro; nostro padre ci aveva sempre proibito di avvicinarci a quel misterioso camerone. In famiglia la chiamavamo “la stanza magazzino”.
Mi grattai la testa infestata dai pidocchi e pensai che quel giorno avrei fatto bene a regalarmi un bel bagno al fiume dato che non emanavo un buon odore.
Quella sera, infatti, per sbaglio avevo urtato il secchio dove espletavamo i nostri bisogni.
Mi si era versato sui piedi il suo contenuto. Ignorando l’olezzo, cominciai a sentirmi un po’ impaurita. Perché i miei fratelli non arrivavano? Mi guardai attorno con apprensione. Mi sentii sola in un mondo ancora addormentato. I rumori della natura mi sembrarono ad un tratto sinistri.
La mia paura del buio iniziò a prendere il sopravvento, era come un freddo serpente che mi scivolava sulla pelle. I miei battiti sovrastarono qualunque altro suono. Volevo più luce e soprattutto volevo i miei fratelli.
Prossima alle lacrime guardai verso casa. Solo Ted avrebbe potuto convincermi ad uscire così presto di casa. Non mi aspettavo ci avrebbero messo tanto. Perchè ci stavano imiegando tanto? Dalla baracca non arrivava alcun suono…Che stava succedendo?
Acovacciata a terra iniziai a dondolarmi avanti e indietro per autoconsolarmi.
Vidi due piccole ombre uscire di soppiatto.
Finalmente Ted e Javier mi raggiunsero.
“Sei stata molto coraggiosa, brava!”,
“Il mio cuore è tanto spaventato! Lo sentivo rimbombare più forte di tutto. Stavo per iniziare a piangere!”,
“Quanto la fai lunga! E noi che dovremmo dire?…”,
“Javier falla finita! É spaventata quanto te! Non ignorare la sua paura! È più piccola di te e non ci ha pensato un attimo a fare quello che doveva fare. Tu, là dentro, stavi per fartela addosso,perciò stai zitto!”,
“Sì, però dopo ho fatto anche io quello che mi hai detto di fare! Il vecchio mica pensa alla mia paura mentre mi picchia! Ci avrebbe preso a bastonate allo stesso identico modo a tutti e due!”,
“Non è capitato. Ora abbiamo un bel po’ di grana!”.
“Scusa Clara”.
Un bacio per dare più enfasi alle sue parole e mi prese per mano. Javier era fatto così. Una caramella ripiena. Duro, cocciuto, eppure dolcissimo e morbido all’interno.
“Ted mi fai vedere i soldi di carta? Io non li ho mai visti!”,
“Tieni. Attenta a non farli cadere”.
“Quante cose ci si possono comprare con questi?”.
I miei fratelli si guardarono e scoppiarono a ridere.
“Tante!”, risposero in coro.
Non avevo alcuna idea del valore dei soldi in generale, perciò non seppi mai il valore del denaro che avevamo rubato a nostro padre. Soltanto di una cosa fui certa: con quelli avremmo potuto comprare montagne dolci e caramelle .
Ci allontanammo di corsa.
Ted apriva la strada, io in mezzo e Javier per ultimo. Era sempre questo il nostro assetto quando stavamo fuori casa.
Non avevo alcuna cognizione del concetto di età; sapevo che Carlos era il maggiore di tutti e che io ero la più piccola. Javier era di poco più grande di me. Sin dalla più tenera età ci avevano sempre scambiati per gemelli talmente evidente era la nostra somiglianza.
All’altro fratello ci accomunavano i capelli color pece, due grandi occhi a mandorla di un marrone delicato e il viso colmo di efelidi.
Ad una prima occhiata apparivamo più minuti della nostra effettiva età perché il cibo che nostro padre ci forniva non era affatto abbondante.
Con quei soldi in mano ci sentivamo ricchi, padroni del mondo, furbi, pronti per una giornata straordinaria.
La novità era grande: avevamo denaro da spendere! E quando mai era capitato! Ridevamo a squarcia gola, spingendoci tra di noi, tirandoci i capelli per dispetto. Facevamo le linguacce a tutti i bambini in uniforme scolastica che incrociavano il nostro cammino e li prendevamo in giro. Ci sentivamo liberi e felici mentre raggiungevamo il nostro regno: il bosco.
La forte dipendenza di nostro padre per l’alcol ebbe due effetti principali su di noi: le botte per i miei fratelli e la nostra continua e totale libertà.
Quella giornata si svolse simile alle altre: giravamo il bosco in continua esplorazione.
Giunti alle piccole pozze giocavamo con le migliaia di girini che nuotavano dentro di esse.
Era nostra consuetudine gareggiare a chi riuscisse a prendere quello più grosso di tutti, o chi riuscisse a catturarne di più con le mani.
Rincorrevamo le farfalle, sia quelle piccole che quelle grosse quanto le nostre mani, ci facevamo il bagno dentro le basse acque di un fiumiciattolo. Ridevamo contenti, con i piedi solleticati dalla scivolosa ghiaia subacquea. Io rimanevo nell’acqua bassa, mentre i miei fratelli si addentravano nell’acqua più alta. Nessuno dei tre sapeva nuotare. Io avevo troppa paura di morire affogata per andare oltre l’acqua alle ginocchia, però mi divertivo a vederli giocare come due pesciolini.
Ci asciugavamo al sole sopra grandi sassi, per poi sporcarci di nuovo rotolando giù dai pendii delle nostre collinette preferite.
Stanchi e affamati, a metà giornata, quel giorno ci dirigemmo verso il chiosco della “Signora Buona”. La donna si era guadagnata quest’apellativo perché ci regalava caramelle o merendine e quando poteva persino un bel panino. Appena vide i soldi in mano a Ted se ne stupì.
“E questi da dove arrivano? Non avrete combinato qualche guaio, vero?”. Chiese con apprensione.
Tutti in paese sapevano quanto fossimo poveri. Il quantitativo di denaro nelle nostre mani strideva con il nostro aspetto da vagabondi e la nomea che si aveva della mia famiglia.
“No, non abbiamo fatto niente di male. Li ho trovati per terra, almeno per oggi potremo mangiare come si deve. Dio sa quanto i miei fratellini ne abbiano bisogno”.
Parole dure non pronunciate a caso da un furbetto che sapeva di avere di fronte un cuore sensibile.
Il discorso breve ed efficace colpí dritto al cuore della pia donna.
“Mi stai dicendo la verità Carlos? Tutti conosciamo tuo padre, le sue abitudini e il suo modo di sfogarsi su di voi. Mezzo paese sente le vostre urla…”,
“È la verità. Li proteggo io i miei fratelli”,
“Il modo migliore per proteggerli è stare lontano dai guai. Sei maturo da saperlo, lo so, parlo solo perché mi preoccupo per voi. Per quanto tu voglia fare, non puoi difenderli dalla violenza di tuo padre. Sedetevi. Vi porto io da mangiare. Suppongo che questo sia il primo pasto sano e completo della vostra vita”.
Non fu un pranzo, fu un banchetto. La bontà del cibo quasi mi ubriacò.
Finito l’abbondante pasto ci sdraiammo al sole per godere di quella nuova e strana sensazione che derivò dalla sazietà. Considerammo meravigliosa la sensazione di avere la pancia così gonfia. Ci addormentammo paciosi e rilassati.
Ci svegliò l’abbaiare di due cani, uno dei quali insisteva a leccarmi la guancia.
Era una coppia di cani randagi come noi che avevamo adottato dividendo con loro lo scarso cibo che di solito avevamo e un rifuglio a casa quando pioveva. Quel giorno anche loro mangiarono in abbondanza.
“Guarda Ted, ha la pancia gonfia!” dissi, osservando il ventre rotondo della mia cagnolina bianca.
“Si, è incinta, tra un po’ farà i cuccioli”, mi rispose.
Risi contenta della notizia. Presto avrei avuto tanti piccoli cuccioli tutti miei. Amavo quella vagabonda a quattro zampe. La consideravo una mia proprietà, di conseguenza a ciò anche la sua cucciolata sarebbe stata mia. Mi vantavo di essere l’unica a cui l’animale permettesse di avvicinarsi alle sue creaturine.
“Dobbiamo farla partorire lontano da casa. Le faremo un piccolo rifugio vicino al bosco. Solo così il vecchio non ammazzerà la cucciolata”,
“Perché nostro padre ammazza sempre i cuccioli?”
Perché ci sono troppi cani a spasso intorno a casa nostra. Abbiamo troppo poco cibo per troppe bocche e tanti tanti, troppi pidocchi, vero Ted?”.
Mio fratello annuì mestamente.
“Javier mi prude tanto la testa…mi ammazzi un poco di pidocchi?”
“Solo se Ted spulcia me mentre spulcio te!”
“Quanto sei stronzo! Dopo, peró, dovrai ricambiare il favore!”
“Ted, te lo faccio io: sono più brava di Javier a toglierli!”.
Ci ammazzavamo un po’ di pidocchi a vicenda. Era un modo per passare il tempo e per darci reciproco sollievo.
La nostra tecnica? La potete ammirare vedendo un qualunque documentario sulle scimmie, con una solo differenza: noi non li mangiavamo: li schiacciavamo pazientemente tra le unghie dei pollici dopo averli rimossi dal cuoio capelluto, ci piaceva troppo lo scrocchiolio che producevano nell’ammazzarli. Una piccola vendetta in confronto al costante fastidio che ci procuravano. Era una nostra abitudine. Non ci vedevo nulla di strano od umilante.
Erano in particolare tre le compagnie che odiavo a quei tempi: la fame costante, gli implacabili e terribili pidocchi, e i vermi che cacciavo via dal corpo nel defecare, mi faceva senso vederli uscire dal mio sedere e muoversi tra la mia cacca.
Era pomeriggio inoltrato. Il tempo era volato. Presto avremmo dovuto far ritorno a casa. Avremo potuto ritardare il rientro, ma all’ora di cena, con il buio, si sarebbe reso necessario. Non più rimandabile.
“Che facciamo?”, chiese Javier in un sospiro.
Ora si che si pentiva di aver sottratto quei soldi ad un padre che non lo riteneva degno nemmeno di un nome. Non Javier o Maurizio, bensí: “Bastardo”.
Gli sembrò di non aver digerito affatto il bel pranzo che aveva consumato. Gli venne la pelle d’oca e gli sembró che l’aria fosse diventata gelida. Aveva sempre temuto la violenza di nostro padre. La sua paura era centuplicata dalla consapevolezza di non importare nulla per il vecchio. Perché lo odiava tanto? Perché mamma non lo aveva portato via con sé quando aveva deciso di andarsene? Perché si era lasciato convincere a rubarare quei soldi al vecchio?
Questo ed altro ancora si domandava il mio terrorizzato fratello.
Persino Ted aveva abbandonato tutta la sua baldanza. Rimase seduto a terra con la testa china al suolo. Si strofinò nervosamente le mani e cercò di pulire le unghie solitamente nere per distrarsi dai suoi stessi brutti pensieri. L’avevamo combinata troppo grossa. Niente li avrebbe salvati dalla cinta del vecchio. Io ero ignara del loro terrore, continuavo a giocare felice con la mia cagnolina.
“Possiamo dirgli che li ha persi lui perché era ubriaco, o che qualcuno glieli ha rubati..”, si incoraggiò Javier.
“Di sicuro un’ idea migliore rispetto a quando gli hai detto che non eravamo stati noi a mangiarci il cocco ma che era lui che era fuggito via volando dalla finestra! Qualunque balla ci inventiamo il risultato sarà sempre lo stesso: ci picchierà a sangue comunque perché o sarà convinto che siamo stati noi o per sfogarsi di esserli fatti rubare. Te lo ripeto di nuovo un’altra volta e te lo ripeterò sempre: qualunque dolore, anche quello che ti sembra il più terribile passa sempre. Ci sembra terribile perché dobbiamo subirlo. Già mentre sentirai il dolore sulla tua pelle vorrà dire che il brutto sta passando”.
Come tutti gli sfortunati Ted a volte sapeva essere più maturo della sua età effettiva. Aveva sviluppato una certa saggezza dopo anni e anni di sofferenze e ora incoraggiava il fratello minore a farsi forza e ad accettare le conseguenze delle sue azioni. Era pronto ad affrontare l’ira del vecchio, rimpiangeva solo di averci guidato verso un grosso guaio. Ora si che comprendeva le parole della Signora Buona. Si sentí in colpa, terribilmente stupido, ancora incapace di arginare i suoi istinti bambineschi per prendersi cura dei suoi fratelli minori.
Non sarebbe accaduto di nuovo. Andavamo protetti non aiutati a cadere. Si sarebbe preso a pugni per la sua poca lungimiranza, eppure sapeva che ai nostri occhi doveva sempre mostrarsi forte, mai debole, mai confuso. Era il nostro eroe. Si fece forza. Si alzó per primo e ci aprí il cammino per il ritorno.