12- integrazione, scuola, amori

“In piedi! Sveglia! E’ ora!”

In breve tempo mi ero omologata alla perfezione a tutte le altre.

Sotto la guida attenta di Leydi avevo impararto a diventare una bambina sempre attenta alla conseguenzialità causa-effetto. Misuravo attenta le mie azioni. Mi facevo valere con le mie compagne e passavo inosservata agli occhi degli adulti. La mia integrazione in orfanotrofio era pressoché perfetta.

Avevo iniziato la scuola.

Per alcuni anni questa fu la mia vita. Ero pienamente inserita nell’orfanotrofio nel quale sarei rimasta per lungo tempo.

Quel risveglio era identico a quello di ogni altro giorno. Sempre lo stesso disco.

Mi riscossi dal sonno alla svelta immediatamente e corsi verso il grosso armadio.

Tra coppie di braccia frenetiche acchiappai quella che mi sembrava essere la mia uniforme scolastica. Avevo cercato di metterla per prima davanti a tutte le altre, avendo cura di essere stata l’ultima a mettere a posto la divisa.

Trassi un sospiro disperato e in parte arrabbiato quando le iniziali tracciate con il seme di un mango mi rivelarono che non era affatto la mia. Mi liberai di quanto avevo tra le mani buttandolo a terra dietro di me e presi la seconda divisa appesa tra le altre. Per fortuna era quella giusta.

Indossai di fretta la camicia bianca; la gonna stile scozzese sulle tonalità del blu, del grigio e del bianco; il gilet dello stesso intenso color blu notte dei calzini. Acchiappai a caso un paio di scarpe del mio numero e corsi giù per le preghiere del mattino lasciandomi alle spalle la furia delle voci di chi urlava.

“Quella divisa è la mia, dammela!”

“Scordatelo, dammi qua!”

“Lasciala!”

“Chi ha preso la mia divisaaaaa!”

Arrivai con largo anticipo nella sala della tv. Fuori era ancora buio. Mi sedetti nel posto che predileggevo da sempre: vicino alla finestra.

Nella veranda esterna, all’umido del mattino, si stavano lavando le bambine che avevano fatto la pipì al letto. Mi arrivò alle orecchie il loro pianto quando l’acqua fredda fu loro gettata addosso.

Mi venne la pelle d’oca. Mi dispiaceva per loro, ma non potevo fare nulla per quelle piccole sennò provare pietà. Un’empatia che aveva la durata di qualche battito di ciglia. Ogni mattina i miei pensieri erano necessariamente altri: acchiappare le mie cose e scendere in tempo a pregare per non fare tardi e dover saltare la colazione.

Era un impegno continuo il dover pensare ai miei esclusivi interessi per poter avere il tempo di pensare alle altre.

La legge era da sempre la stessa: chi non pregava non mangiava. Lo stesso era sempre valso per chi arrivava tardi alle letture del mattino. Qualunque fosse il motivo non esistevano scusanti. Per nessuna.

Terminate le noiose ed interminabili preghiere del mattino, ingurgitai con passione la colazione. Aspettai che le altre finissero di mangiare e, presa la tracolla con i miei quaderni, corsi fuori casa per recarmi a scuola pochi istanti prima di tutte le altre.

“Clara aspettami!”, mi gridò dietro Suly, una che io non sopportavo ma che a mio fratello piaceva da morire per i suoi modi mascolini.

“Maurizio, ieri, prima di uscire dalla classe, mi ha detto dove dobbiamo aspettarlo”,

“Ah, davvero? Dove?”,

“Se mi aspetti te lo mostro”, mi fegò.

Fui costretta a rallentare per aspettarla. Fosse stato per me non mi sarei certo fermata; mi era davvero troppo antipatica. In gruppo la sopportavo; da sola la soffrivo. Perché mio fratello la trovava così interessante? Forse per la stessa ragione per cui a me piaceva Jose. L’adorabile biondo Josè.

“Come mai tanta fretta?”, mi chiese lei,

“Uno della classe vicina alla mia mi vuole parlare prima che iniziano le lezioni”. Lei scoppiò a ridere.

“Quel riccetto che ti segue sempre fuori dalla scuola? Ti viene sempre dietro come un cagnolino! L’ho visto, sai? Devo dirlo a tuo fratello?”

“A me non mi segue nessuno”, dissi, stupita di quell’informazione. Io non mi ero mai accorta di nulla.

Per andare a scuola ci muovevamo a piccoli gruppi. Andavamo soli senza occhi adulti a curarsi di noi.

Imbarazzata di queste novità cambiai discorso, “Avete compiti in classe oggi?”

“Non lo so e sinceramente non mi interessa!”

“Ah…ma non hai paura di andare male a scuola? Chi ha una brutta pagella viene punito!”

“Non mi interessa”.

Non capivo il suo disinteresse per la questione, anzi, mi dava un po’ fastidio la sua noncuranza. Coraggio o stupidità? Possibile che a mio fratello piacesse proprio perché era tanto coraggiosa da non curarsi dei suoi voti a scuola?

“Che hai fatto?”, mi domandò Javier, dopo essere sbucato all’improvviso da dietro un angolo della strada. Io sobbalzai per essermelo trovato davanti da un attimo all’altro.

“Niente ho fatto! Stupido, mi hai spaventata!”, mi uscì dalla gola e gli diedi un sonoro schiaffo.

Lui scoppiò a ridere divertito della mia reazione. Dietro di lui sbucò Josè. Divenni rossa come un peperone alla vista del bambino che tanto mi piaceva. Mi ammutolii dalla timidezza. Diede una pacca sulla schiena a mio fratello.

“Suly, dovevi vederci ieri sera! Maurizio e io siamo stati troppo forti! Per un pelo siamo scappati al caimano!”, mio fratello rise quando l’altro ammise le loro biricchinate,

“Siamo stati fortunati perché eravamo vicini al nostro letto. Infatti tutti e due abbiamo potuto far finta di dormire. Hai visto che tutti gli altri sono stati beccati?”, si affrettò ad aggiungere. Josè annuì.

“Ancora non vi siete stufati di andare in giro per casa di notte? Non è meglio dormire in pace? Tanto poi avete tutto il giorno per poter fare quello che volete. Siete poco furbi. Che è successo a quelli che sono stati scoperti?”, domandò loro la mia compagna. Ma come gli altri dovevano pensare alle regole quando lei era la prima a ignorarle!? Niente da fare, mi stava davvero troppo antipatica!

“In piedi tutta la notte con le braccia alzate sopra la testa. A quelli che stavano per addormentersi e per sbaglio abbasssavano le braccia il caimano batteva addosso il bastone della scopa”, rispose mio fratello.

“Non hai paura di essere scoperto?”, gli chiesi.

“No,sono troppo furbo e veloce! Sai che ti dico poi, se mi dovesse beccare pazienza: mi picchierà pure ma per farlo anche lei passerà la notte in bianco!”.

Quei tre risero di quest’uscita divertente. Contenti loro. Io contunuavo a non capire il loro stupido coraggio.

“Clara, dietro di noi c’è Rodrigo! Quanto è bello!”, mi sussurrò Suly.

Nemmeno mi girai. Robrigo era uno dei ragazzi più grandi dell’orfanotrofio. Tutte le bambine erano innamorate di lui. Le più grandi tra di noi gli facevano una corte spietata per ricevere le sue attenzioni. Il gallo del pollaio. Tutte impazzite per lui. Eccolo apparire ed ecco che le mie compagne tiravano fuori il seno appena accenato, dentro le pance, via ad accorciare la gonna…volevavo fare le piccole donne ma a me apparivano solo delle galline per le loro risate stridule, le pose tanto marcate da risultare ridicole. Nella mia giovane testolina ritenevo che Rodrigo fosse troppo vecchio perché potessi sposarlo una volta diventata adulta.. Molto meglio Josè che stava in classe con Javier.

Arrivammo a scuola.

Era un immenso edificio pubblico fornito di un bellissimo e vasto giardino. Giunti dinnanzi al grande cancello principale, trovai il famoso riccetto ad aspettarmi. Mi sorrise quando mi vide. Risposi con un cenno della testa.

“Noi andiamo avanti”, mi informò Suly che precedendomi mi fece l’occhietto e allontanò da me Javier. Josè mi lanció uno sguardo piú lungo del solito prima di allontanarsi. Ne rimasi felicemente turbata.

“Che c’è? Che volevi dirmi?”, chiesi al bambino che mi si parò davanti.

“Volevo chiederti di essere la mia ragazza, così da grandi ci sposiamo e facciamo un bambino”

Il cuore mi si fermò nel petto. Suly aveva avuto ragione. O cavoli! Orfani si ma il tempo per l’amore lo avevamo come ogni altro bambino normale. Cotte, fidanzamenti, rotture erano all’ordine del giorno.

“Ok. In cambio di una cosa: mi devi portare tutti i giorni un regalo”.

Questo bambino non mi piaceva così tanto ma era un’opportunità per avere qualcosa che la mia quotidianità non mi avrebbe offerto.

Ogni rapporto durante questi anni era determinato da un semplice fattore: l’interesse. I sentimenti avevano poca importanza. Eravamo profondamente materialisti. Il rapporto con gli altri era importante solo se ci procurava un vantaggio materiale.

“Cosa ti porto?”,

“…Non lo so…Dovrai pensarci tu: merendine, qualche giocattolo…Pensierini…”, perchè limitarlo ad un solo ambito? Lui era una bambino con famiglia: ai miei occhi le sue possibilità erano sconfinate.

Lui rimase interdetto, ma talmente era preso da me che si affrettò ad accettare.

Concordato il nostro fidanzamento ci facemmo promessa di matrimonio e ci prendemmo per mano. La mia cotta per Josè svanì come fumo al vento. Lui era un orfano come me…Non aveva poi così tanto da offrirmi.

Il mio nuovo amore mi accompagnò nella fila della mia classe, mi stampò un frettoloso bacio sulla bocca e si allontanò per raggiungere i suoi compagni. Un bacio? Davanti a tutti? Gonfiai il petto senza seno e diventai gallina anche io.

Da lontano mio fratello mi lancio uno sguardo incredulo che impiegò poco a diventate rabbioso.

Abbandonai istantaneamente la mia posa da gran donna.

Era geloso? O semplicemente arrabbiato di tanta confidenza con un maschio? Un maschio con madre e padre. Frequentavamo la scuola pubblica ma tendevamo a stare tra di noi. Orfani con orfani. Tendenzialmente gli altri si tenevano alla larga da noi. Solo le gnocche orfane erano escluse da questo muro invisibile. Non sto dicendo che ero bella. Questo poveretto mi trovava interessante…Il perchè non l’ho mai saputo. Un caso più unico che raro.

Suly rise di quanto aveva visto accadere, gli posò una mano sulla spalla e gli sussurrò qualcosa. Le sue parole, qualunque fossero, ebbero un immediato effetto calmante su di mio fratello, giacchè si rilassò immediatamente. La mia compagna mi sorrise con un ghigno al quale non fui in grado di essere grata perché mi apparve la tacita dimostrazione che le dovevo un favore che prima o poi avrei dovuto ricambiare. Rivolsi la mia attenzione altrove quando sentii la voce del direttore che ci richiamava all’ordine.

“Il calendario degli impegni del nostro istituto stabilisce che oggi saranno le classi della seconda e della terza a dedicarsi alla pulizia del parco della scuola. Detto questo; solita raccomandazione per tutti: attenzione e costanza negli studi. Tenetelo sempre a mente”, disse la massima autorità circondata dal gruppo delle docenti al completo.

Quelle frasi mi resero doppiamente felice, dato che ciò signifacava che avrei saltato qualche ora di lezione e che mi sarei dedicata ad una grande scorpacciata di merende e dolci.

Per me allora il mondo era diviso in due categorie: quelli come noi e quelli che avevano una madre e un padre. Avevo notato che questa assenza ci rendeva molto differenti da loro. Più attenti a ciò che ci circondava e soprattutto a ciò che non avevamo. Per noi erano divenuti importanti i gesti quotidiani a cui gli altri non badavano semplicemente perché erano scontati. Noi li sognavamo, loro li ignoravano. Nella mia vita tutto si spiegava attraverso questa dicotomia: noi e loro.

I bambini che avevano una famiglia erano soliti buttare con disinvoltura dolciumi e merendine non appena glielo dettava il capriccio. Erano snack che non erano alla mia portata. Per me esistevano solo i soliti biscottini di pasta frolla che ci mettevano dentro lo zaino. Solo e sempre loro. Quel mondo immenso e fantastico di dolciumi che vedevo stringere con disinteresse avevano su di me un potere ipnotico. Se qualcuno avesse buttato uno di quei tesori, io l’avrei semplicemente raccolto.

La pulizia del parco era per me un’occasione per poter banchettare. In questo modo, per anni, ho soddisfatto i capricci del mio appetito di bambina. Non mi vergognai mai di raccogliere un lecca lecca sporco di terra, sciascquarlo nel rubinetto del bagno e poi metterlo in bocca. Non mi turbava essere diventata una sorta di animale spazzino. Provavo vergogna, questo si, nel caso qualcuno mi sorpendesse in quel misero atto di riciclo.

Riportai la mia attenzione alla figura del direttore e mi concentrai su quanto doveva essere fatto. Anche quella mattina, come qualunque altra, cantammo l’inno nazionale con le piccole mani posate sul cuore, recitammo il padre nostro e l’ave maria con i palmi rivolti al cielo. Erano i riti quotidiani con i quali iniziavamo le lezioni scolastiche in qualunque scuola pubblica.

Non avevo avuto difficoltà nell’iniziare le scuole elementari; le ore di lezione non furono mai gravose per me; per fare i compiti non dovevo fare alcuno sforzo, perciò mi recavo a scuola con disinvoltura. Le mie pagelle erano state sempre buone. Le mattinate a scuola mi sembravano volare.

All’ ora di pranzo, terminate le lezioni, le maestre ci salutavano e lasciavano noi alunni da soli a pulire la classe. Adoravo prendermi cura della mia aula; come è solito a tutti i bambini, avevamo trasformato quel momento in un gioco: facevamo a gara a chi fosse più veloce a pulire i banchi, o a chi spazzasse per terra il più velocemente possibile. Ci divertivamo a fingere di pattinare con gli stracci sotto i piedi mentre pulivamo il pavimento. Scene simili in Italia si possono vedere solo nelle seguenze dei manga giapponesi.

Non essendo abituata all’idea di avere un fidanzato, quel giorno, me ne tornai a casa senza degnarlo di un saluto. Mi ricordai di lui solo dopo la siesta pomeridiana.

La mattina seguente mi svegliai con un entusiasmo tutto nuovo: avevo un fidanzato.

Quale sarebbe stato il primo regalo?

Svolsi tutti i miei doveri quotidiani come impossessata da un nuovo vigore.

Ero così curiosa!

Scappai a scuola e feci tutto il tragitto di corsa.

Il mio lui ancora non era giunto.

Il tempo sembrò andare a rallentatore. Poi finalmente arrivò. Con un gran sorriso andai incontro al mio futuro marito. La curiosità mi assalì di nuovo. Vidi tra le sue mani un grosso pacco giallo. Mi avvicinai a lui carica di felicità e aspettative. Avrei ricevuto il mio primo vero dono.

“Ecco, questo è il tuo regalo”.

Il mio timido ragazzo mi stampò un bacio sulle labbra e scappò via senza neanche darmi il tempo di ringraziarlo.

Mi ritrovai tra le mani un grosso libro dalla copertina gialla. Lo sfogliai. Era una Bibbia stampata per bambini, lo capii dai bei disegni del volume.

“Che cos’è? Te lo ha portato il tuo amore?”, mi chiese Suly, che senza alcun rispetto mi strappò il mio dono tra le mani. Mi arrabbiai di quell’intrusione.

“Ma perché mi arrivi sempre alle spalle? Ridammelo subito!”

“Che brutto questo regalo! Fossi in te lo butterei all’istante! Questa è la bibbia dei testimoni di Geova. Se a casa ti trovano con questa nella cartella ti ammazzano di botte!”.

La guardai confusa. Testimoni di chi? Geova? Chi era mai? O cos’era? Forse un luogo? Basta domande. Non avevo la benchè minima idea di chi fossero ma la paura di essere picchiata e subire un brutto castigo mi mise le ali ai piedi e mi portò ad agire.

Acchiappai il mio ragazzetto dalla fila della sua classe.

“Da grande non potrò sposarti: il tuo regalo non mi piace per niente e in più stavi per farmi mettere in castigo! Ho rischiato il digiuno! Avrei preso pure le botte! Non siamo più fidanzati!”.

Mi allontanai da lui senza dargli il tempo di ribattere nulla.

Delusa da quanto era accaduto mi accodai ai miei compagni e aspettai l’arrivo del direttore. Il mio fidanzamento era durato solo un pomeriggio.

La mia cotta per José tornó da me come una rondine a primavera.

11- Prima lezione: mai attirare l’attenzione

“In piedi! Sveglia!”.

All’improvviso la camerata, prima al buoi, si riempì di luce.

Da ogni letto scesero coppie di piedi ubriachi di sonno.

Una condizione che durava un attimo, giacchè come una mandria impazzita, l’ampio gruppo delle mie compagne corse verso un armadio di volume notevole.

Leidi comparve vicina al mio letto; già vestita e con i miei abiti in mano.

“Vieni, indossa questi”. Mi aiutò a prepararmi.

“Dobiamo fare in fretta..Non dobbiamo fare tardi…Senti, sai leggere e scrivere?”. Scossi la testa,

“Va bene. Ascolta: tutte le mattine ci svegliano alla stessa ora; quando siamo pronte dobbiamo scendere nella sala dove sta la tv; lì si legge il Vangelo o la Bibbia, tutto dipende dal calendario liturgico; poi si prega. Finito di fare questo, si fa colazione e si va a scuola. Dato che tu non ci puoi andare fino all’inizio del prossimo anno scolastico, quotidianamente sarai accompagnata nella casa di fronte. É la casa dei maschi. All’ultimo piano c’è una stanza dove raduniamo i più piccoli e li prepariamo a iniziare le elementari. All’ora di pranzo sarai portata di nuovo qui. Dopo pranzo ci riposiamo un po’ e poi si studia. Se le suore sono di buon umore ci danno del tempo per giocare nel tardo pomeriggio. La sera, tv, doccia e letto”.

Mi condusse in un’ampia sala dove c’era un grosso ripiano sul quale era posta una grande tv. Di fronte ad esso c’erano file e file di lunghe panchine di legno sulle quali ci sedemmo.

Iniziarono le preghiere del mattino alle quali partecipai con la sola presenza dato che non ne conoscevo nessuna perché non avevo mai pregato prima e non avevo mai sentito parlare del concetto di Dio, di sacro o di dogmi cristiano cattolici.

Trovai questo momento della giornata davvero noioso, inoltre il gorgoglio del mio stomaco affamato non mi fu di alcun aiuto. Mi sembrò interminabile quel blabla continuo. Era una tortura cercare di rimanere svegli e non pensare all’appetito la cui frenesia cresceva ad ogni amen. Liberando un lungo sbadiglio mi concentrai ad osservare la stanza. Nel guardarmi attorno, la mia attenzione fu attratta da un immenso scafale posto alla mia sinistra. Su di esso erano riposti bambole, barby, minute stoviglie di ogni tipo, sia di metallo che di plastica; un immenso ripostiglio colmo di giocattoli in una quantità che non avevo mai visto. A bocca aperta ammirai quel grande tesoro. Mi formicolavano le mani dal desiderio di toccare quel tesoro di Alibabà.

Una stretta di Leidi sul braccio mi riportò alla realtà.

“Così attiri l’attenzione su di te; anche se per te qui è tutto nuovo, stai attenta: ascolta le letture e fai finta di muovere la bocca. Questo pomeriggio ti insegnerò tutte le preghiere che dovrai sapere a memoria”.

Finita la colazione fui condotta nella stanza adibita a materna. Benchè mi avessero fornita di colori e foglio non li toccai. Stetti molto tempo ad osservare quella mandria di bambini che coloravano, giocavano o litigavano tra di loro.

Sapevo di essere nella casa dove era stato lasciato mio fratello. Mi chiesi dove fosse in quel momento. Mi sedetti vicino alla finestra e osservai il mondo esterno. Le palazzine, i giardini e i passanti non mi sembrarono affatto interessanti. Ancora una volta decisi di dare inizio ad un’ennesima storia fantastica nella mia testa.

“Sono venuta a prendere le bambine”. Il tempo era volato.

La voce di Leidy mi tolse dalla mia ipnosi. Non mi ero accorta che la mattinata fosse trascorsa. Mi voltai per incontrare il suo sguardo. Mi sorrise con gli occhi e con la bocca. Contenta, mi alzai e mi avvicinai a lei per prenderle la mano.

La mia protettrice raggruppò tutte le altre, le mise in fila indiana e ci mettemmo in marcia per uscire, attraversare la strada e fare ritorno alla nostra casa.

Fissai lo sguardo davanti a me, facendomi coraggio a rivolgerle la domanda che desideravo porgerle. Rinunciaì. Di nuovo, cercai di combattere la mia timidezza; feci forza a me stessa, autoconvincendomi che lei fosse buona.

“Sai dove è mio fratello? È arrivato ieri sera con me”, mi scappò, finalmente, di bocca.

“Tuo fratello? Come si chiama?”

“Jav…no,scusa, Maurizio..io sola lo chiamo Javier”, aggiunsi con timidezza.

Fermò la fila all’interno dell’ingresso dell’edificio dei maschi.

“Tutte ferme qua. Guai a chi si muove.”, disse prima di allontanarsi.

“Si. Tuo fratello è qui. Questa mattina è andato a scuola. Tranquilla. Lo rivedrai di sicuro domenica”, mi informò quando fece ritorno pochi minuti dopo.

Domenica? Cos’era la domenica? Allora non conoscevo neppure i giorni della settimana. In quel momento non ci pensai troppo. L’importante era sapere che l’avrei rivisto.

La fila indiana riprese il suo cammino.

“Ora vi accompagnerò nella sala da pranzo. Siediti vicino alle tue compagne, loro sanno cosa devono fare. Tu limitati ad imitarle. Quando saranno arrivate tutte le altre, arriverà una donna con il carrello con il quale distribuirà il pranzo”, mi informò il mio Virgilio personale.

Feci quanto mi aveva raccomandato di fare e restai in attesa di quanto mi aveva predetto.

Il rumore del chiaccherio di noi piccole fu niente in confronto al babele di parole delle nuove arrivate. Le ragazze più grandi entrarono nella sala da pranzo chiaccherando a gran voce. Sembrava una gara a chi parlasse più forte.

Ci fu una vera e propria gara, o meglio dire lotta, all’accaparramento dei posti. Noi eravano già sedute intorno a tre piccoli tavoli bassi. Le altre pranzavano su tavoli più alti sistemati a ferro di cavallo.

Ci fu distribuito il pranzo. Nessuna toccò il cibo che le era posto davanti. Con l’acquolina in bocca aspettai che tutte le altre iniziassero a mangiare. Così non fu. Iniziarono a parlare tutte insieme. Vari cori partirono nello stesso identico momento; alcune rinunciarono alla loro preghiera preferita, altre alzarono ancora di più la voce cosicchè, alla fine, le sconfitte rinunciavano e finalmente tutte ripetevano la stessa litania. Leidy osservò il mio mutismo, mi sorrise per tranquillizzarmi.

Finita la preghiera iniziammo a mangiare.

Ricordo ancora quel primo pasto nel mio nuovo orfanotrofio. C’è una spiegazione a questo ricordo.

Ciascun piatto conteneva: l’immancabile riso in bianco, un uovo e peperoni.

Mentre mascaticavo, stupita, vidi che non appena allontanata la donna che distribuiva il mangiare, iniziò un fitto commercio di cibo. Di soppiatto, ci fu chi scambiò con la propria vicina i peperoni al posto dell’uovo e viceversa. Chi non aveva alcuna voglia di mercanteggiare con le altre si limitò a nascondere il disgustoso cibo sotto il piatto.

Io avevo subito troppo la fame e il suo ricordo era ancora troppo recente perchè avessi il coraggio di rifiutare qualcosa da mangiare, anche nel caso non mi piacesse, perciò, incredula, osservai come qualcuna si alzasse, prendesse il piatto vuoto con una mano e con altra raccogliesse quanto nascosto sotto di esso, posasse la stoviglia sul carrello e con fare disinvolto e veloce buttasse il suo rifiuto nell’unico secchio della spazzatura che c’era nella stanza.

La sfortuna volle che una di queste bambine fosse colta da una suora nell’atto di liberarsi del cibo.

La rabbia della sorvegliante esplose immediata. Si buttò sulla sventurata e la schiaffeggiò con violenza su una guancia. La poveretta rimase pietrificata dal terrore.

“Tu ora raccogli quello che hai buttato e te lo mangi!”, le urlò.

Con gli occhi lucidi prossimi alle lacrime e la guancia di un rosso vivo, la ragazzina si piegò sul secchio dentro al quale c’erano rifiuti di ogni genere. Tremante raccolse un po’ dei suoi peperoni e se li portò alla bocca. I conati di vomito non si fecero aspettare.

Vomitò guanto aveva appena ingurgiatato.

“Ora mangi anche quello”.

Scioccata da quell’ordine, la condannata guardò il suo torturatore con occhi che chiedevano perdono.

“Muoviti”. La risposta alla sua richiesta silenziosa.

Tremando più di prima la sfortunata prese in mano parte del suo stesso vomito. Scossa dai suoi stessi singhiozzi, con forzata lentezza, quasi il suo stesso corpo si rifiutasse a fare quanto gli era stato imposto, lo portò alla bocca. Di nuovo si contorse a causa dei più forti conati che l’afflissero. Rigettò ancora una volta con maggiore violenza. L’aria si riempì di un asfissiante odore acido.

“Che vi sia da esempio. A tutte. Che nessuna di voi si azzardi mai più a buttare del cibo. Fissate bene nella testa questa scena e pensateci bene la prossima volta che vi viene la tentazione di farlo”.

Detto questo, la suora uscì dalla stanza fiera del suo potere e della sua saggezza, quasi sculettando nel suo candido abito grigio perla.

Scioccata, con la bocca aperta, rimasi a guardare la poveretta che si disperava vicino al luogo nel quale era avvenuta la sua tortura. A mani nude raccoglieva i suoi stessi rifiuti e li versava nel secchio della spazzatura. Tutti gli occhi rimasero fissi su di lei, che, ferita nell’orgoglio ricambiò l’occhiata,

“Che vi guardate? Non solo io ho buttato il pranzo:ringraziate che non ho aperto bocca!Stupide galline!”.

Ci fu chi abbassò gli occhi per la vergogna, chi godette della sfortuna della malcapitata, chi non si curò affatto di lei e riprese a chiaccherare e a fare quanto stava facendo prima che arrivasse la suora.

Io fui incapace di distogliere lo sguardo da lei, e se non fosse arrivata Leidy sarei rimasta lì imbambolata a fissarla.

“Hai capito perché non devi mai attirare l’attenzione? Finisci di mangiare che poi ti riposi. Dormirai qui, seduta sul tavolo con la testa poggiata sulle braccia incrociate. Al risveglio ti verrò a cercare così ti insegno le preghiere”.

10- Leidi

“Preparati, hanno deciso che devi essere trasferita in un altro posto”.

Salii di nuovo sopra un fuoristrada, senza alcuna gioia.

Avevo imparato bene la lezione.

Smisi di credermi fortunata.

Mangiavo regolarmente, andavo a fare la cacca e la pipí in un vero bagno, mi potevo lavare con l’acqua calda, dormire tra coperte pulite; eppure avrei rinunciato a tutto questo pur di riavere i miei fratelli.

Sul veicolo c’erano già altri quattro bambini. Nemmeno li guardai in viso.

Concentrai il mio sguardo sul finestrino che avevo al mio fianco. La velocità della macchina mi provocò una lieve sensazione di nausea . Mi rifugiai, ancora una volta, nella mia fantasia per distrarmi dal malessere.

Non mi accorsi quando la macchina si fermò. Non vidi salire il bambino che entrò. Lui mi guardò stupito. Gli si riempirono gli occhi di lacrime e immediatamnete si protesse verso di me per abbracciarmi.

“Maurizio, seduto. La macchina deve ripartire!”.

Quel nome mi fermó il cuore e mi riportò alla realtà come un fulmine a ciel sereno. Guardai incredula il nuovo arrivato. Fu uno shock vedere mio fratello lì; seduto davanti a me che mi fissava. Le sue lacrime richiamarono le mie, che subito arrivarono generose.

Fuori di me dalla gioia, invasa da una sensazione indescrivibile di felicità e rassicurazione, gli tesi una mano che lui subito acciappò. Risi contenta per la prima volta dopo molto tempo. Stentavo a crederci: Javier mi era stato ridato. Potevo sperare che anche Ted sarebbe tornato da me?

Fummo gli ultimi a scendere dall’auto quando giungemmo al termine del viaggio.

La nostra tenerezza aveva commosso le assistenti sociali che ci accompagnavano.

“Adesso accompagno Maurizio a quelle che diventerà la sua casa”, disse la donna che ci aiutò a uscire dal fuoristrada e per rassicurare due piccoli visi spaventati, con un sorriso, aggiunse: “Non vi dovete preoccupare: sarete vicini. Clara, tu vivrai nella casa delle femminucce e tuo fratello di fronte, in quella dei maschietti; così va bene, no? Su, andiamo! ”. Si chinò, ci incoraggió entrambi con un’Qenergica scegherata ai capelli e ci condusse nelle rispettive abitazioni.

Fui condotta nell’orfanotrofio nel quale avrei trascorso gran parte della mia tenera età.

Vi giunsi una sera all’ora di cena, perché ricordo ancora l’odore di cucinato che impregnava l’aria della casa nonostante si fosse già mangiato e le donne fossero occupate nella pulizia dell’immensa cucina.

Mi accolse una donna riccia dal viso mascolino. Mi squadrò da testa a piedi.

“Hai cenato?”

“No”

“Ma perché vi consegnano così dannatamente tardi? Non gli basta un’intera giornata? Sarebbe troppo bello: meglio rompere le palle di sera! Va bene, va bene; lasciamo perdere! Prima di tutto tagliamo quel nido di pulci che hai in testa, poi ti diamo una bella lavata e per ultimo mangi. Leidi, lascia perdere la cucina, prendi le forbici e vieni con me”. Ordinò la donna.

Ci raggiunse una ragazza. I miei occhi si fissarono come pnotizzati sul suo viso.

Aveva la faccia completamente deformata e mangiata da una grave ustione. L’unico bel particolare in mezzo a quella devastazione era costituito da due grandi dolci occhi marroni. Mi lanciò uno sguardo sereno, ignorando pazientemente le mie occhiate moleste. Aveva fatto abitudine alle poco gradevoli attenzioni che le rivolgeva chiunque la guardasse. Mi comportavo come chiunque altro le fissasse il volto, ma si sa: chi di spada ferisce di spada perisce. Molti anni dopo avrei imparato a convivere con quelle stesse sensazioni che le stavo procurando.

Le due mi condussero alle docce. Si trovavano al primo piano della grande casa.

Iniziai a spogliarmi. La loro presenza e la loro attesa mi imbarazzò.

Data la mia lentezza, la giovane si chinò vicino a me per aiutarmi. Una volta tolti i pantaloni la ragazza si ritrovò di fronte alle mie cicatrici. Fu lei, a questo punto,<\ a rimanere a fissare me.

“Che hai fatto alle gambe?”

“Me le sono bruciate con il fuoco”, risposi timida.

Un lampo di profonda comprensione le attraversò il suo sguardo dolce. I suoi occhi si riempirono di un dolore condiviso. Mi sorrise e mi accarezzò una guancia.

“Quando avrete finito di amoreggiare tra sfortunate fatemelo sapere”, disse crudelmente la donna che ci guardava da un po’. Tutti la chiamavano “il caimano”. In seguito seppi il perché. Non certo per dolcezza e sensibilità.

Una volta che fui completamente nuda l’anfibio antropomorfo mi tagliò i capelli a maschietto, li frizionò con aceto e mi lasciò sola con Leidi.

Pulita e pronta per il letto, scesi di nuovo in cucina dove cenai supervisionata dalla giovane.

Dopo il pasto serale mi diede uno spazzolino e mi condusse a lavarmi i denti. Terminato con l’igene orale, mi portò a quello che sarebbe diventato il mio letto.

“Se ti serve qualcosa, chiedila a me. Se qualcuna ti disturba, vieni da me. Fai quello che ti viene detto, non farti notare troppo e qui dentro non avrai problemi”.

Leidi fu la prima estranea a mostrare un genuino affetto nei miei confronti.

Diventò il mio cicerone in quella nuova vita.

Fu sempre pronta a proteggermi dalle cattiverie e dai dispetti delle mie compagne e mi insegnò i trucchi per il buon vivere in una casa piena di bambine di tutte le età. I suoi occhi vegliarono sempre su di me.

Imparai ad amare quel viso deforme e quelle braccia sempre pronte ad accogliermi.

Al buio, nel tepore delle coperte, portai la mano sulla guancia dove lei aveva deposto quella morbida carezza, sorrisi al ricordo di quel gesto e così caddi nel sonno.

9- nuova vita

Giungemmo nella famosa casa dei bambini.

Perdere il mio protettore, il mioTed, mi aveva sconvolta.

Avrei potuto rinunciare a tutto, ma non a lui.

Persi la curiosità, la vivacità. Il desiderio di scoprire la nuova vita che mi era stata promessa.

Divenni incapace di intendere e volere; ebbi un vero e proprio blackout interno, regredii paurosamente.

Appena giunti, fui consegnata alle donne della struttura.

“Attenzione, ha subito un forte trauma”, dissero nel lasciarmi.

Informazione inutile. Al mio ostinato silenzio le sconosciute furono solo capaci di dire:

“A si? E sei diventata muta? Cerca di ritrovare le parole carina perché qui nessuno è disposto a offrirti un trattamento speciale. Se iniziamo a pensare ad ogni vostro singolo problema non finiremo mai! Voi siete in tanti, troppi per così poche mani adulte, perciò adeguati alla situazione. Limitati a fare quello che ti viene richiesto. Per noi puoi restare pure muta per sempre. Non è un nostro problema. Cerca solo di non darci fastidio”.

L’eccessiva e quotidiana vicinanza ad un innumerevole numero bambini sfortunati, con il tempo, aveva reso queste donne insensibili. Arrivarono a preferire una la fredda praticità che una dolorosa sensibilità. Se così non avessero fatto sarebbero arrivate molto presto alla pazzia.

Mi svegliai con una sensazione di bagnato. Il mio pigiama era zuppo di urina.

Non me ne preoccupai più di tanto. Paziensa. Sapevo che non era mia. Mi accorsi di aver puntati oddosso coppie di occhi curiosi e sfrontati. Ricambiai lo sguardo delle mie compagne di letto. Persi subito interesse per loro. Rimasi immobile sopra le lenzuola fradicie e mi guardai intorno per avere una visuale completa della stanza. Il piccolo gruppo delle mie spettatrici, però non perse il contatto visivo con me. Ciascuna di loro immaginò una cosa soltanto: dare a me la colpa dell’umido letto così da evitare la punizione che sarebbe di sicuro sopraggiunta. Paziensa. Non mi importava nulla. Per me non aveva nessuna importanza. Mettevo a fuoco e giravo la testa perchè era questo che il mio corpo doveva fare ma dentro ero vuota. Profondamente addormentata.

Vidi un gran numero di bambine scendere freneticamente dal letto e spogliarsi di fretta. Le mie sfortunate compagne. Mi apparvero come uno sciame di vespe impazzite, il caos fu straordinario. Tutte nude, si misero in fila e si fermarono in attesa di qualcuno o qualcosa.

Io ero ancora lì, sopra al letto, quando entrò nella stanza una rotonda donna adulta. Squadrò la fila ordinata e poi individuò me, ancora sul letto.

“Perché sei lì tu?” , mi chiese acida avvicinandosi a grandi passi mentre tutta la sua molle mole tremolava nel camminare. Mi tastò bruscamente. La rabbia le esplose improvvisa. “Adesso ti sveglio io! Grande e grossa e ancora la pipì al letto! Subito alle doccie, di corsa!”. Dopo avermi dato un sonoro schiaffone, senza controllare la sua forza, mi trascinò dietro le altre.

Il gregge di bambine scattò subito. Il piccolo fiume si diresse compatto verso un luogo ben preciso.

Le più forti si infilarono per prime nelle grandi docce, le più piccole e deboli entrarono dopo.

Io arrivai per ultima. Guardai passiva quel luogo del tutto nuovo per me.

Il donnone che mi aveva trascinato mi strappò letteralmente di dosso il pigiama bagnato e mi spinse di nuovo dietro le ultime. Fissai mogia mogia l’acqua scendere dal soffitto. Incredibile. Era calda. Come poteva uscire acqua calda da un tubo? Benchè il box della doccia fosse di dimensione notevole, noi eravamo in troppe per poter usufruire dei bocchettoni dell’acqua. Questo non fu mai un problema per le nostre sorveglianti che, per guadagnare tempo, munite di grosse bacinelle, ci gettavano addosso secchiate di acqua. Poco importava la temperatura. Solitamente era fredda. Molto fredda.

Quell’inattesa doccia gelata risvegliò tutta la mia sopita intelligenza.

Mi ripromisi che avrei dormito quasi sul bordo del letto per evitare di essere bagnata dalle altre. Era da molto tempo che non bagnavo il letto, mi sembrò strano che avessi ripreso a farlo.

Era stato il mio mutismo a determinare la scelta del mio letto. Mi era stato chiesto se avevo il controllo della vescica. Il mio silenzio non mi aveva aiutato. Le donne avevano preferito non correre rischi, perciò mi avevano relegato nel letto delle incontinenti.

Mi giurai che, dalla mattina del giorno successivo, avrei dovuto essere tra le prime ad entrare nelle doccia per evitare i getti di acqua gelida. Mi sforzai di far uscire la voce per evitare altre situazioni imbarazzanti.

Già dal quel primo giorno compresi che tutto era determinato dalla competizione. Essere tra le ultime significava essere deboli e essere deboli significava essere capri espiatori in qualunque circostanza. Dovevo farmi valere tra le altre con le mie sole forze.

Per la prima volta ero completamente sola.

Non so quanti giorni passai in questo orfanotrofio. Di certo il tempo lì trascorso non fu molto. Non ho ricordi delle giornate lì trascorse, delle compagne o di eventi che mi abbiano colpita.

Passavo le mie giornate a pensare ai miei fratelli. Ero convinta che me li avessero portati via entrambi. Ci avevano trattato come una cucciolata troppo scomoda da tenere tutta insieme. Ci avevano allontanati crudelmente senza dare importanza al dolore che ciò ci avrebbe provocato. Nessuno aveva pensato che non eravamo piccoli cani ma bambini.

Per isolarmi dal dolore della mia perdita trovai una via di fuga nel rifugiarmi nella mia stessa testa. Iniziai ad inventarmi storie fantastiche per fuggire da una realtà che non era affatto allettante. Lunghi e lunghi intrecci che occuparono la mia mente e allontanarono il fantasma della mia solitudine.

Come era cambiata la mia vita? Finalmente ero stata tolta ad un padre poco degno di questo nome. Di certo le mie condizioni igeniche erano molto migliorate. Mangiavo con regolarità e ordine. Avevo scoperto mille cose nuove ed incredibili: il televisore, le vere bambole, il gabinetto, lo spazzolino da denti…Si, era migliorata la mia situazione, ma tutto questo senza i miei fratelli. Come avrei potuto essere felice? La loro assenza mi pesava sul cuore. Dove erano finiti i miei fratelli? Perchè mi avevano tolto l’unica cosa bella della vita? Non riuscivo a gioire dei miglioramenti ricevuti. Mi erano costati troppo. Il prezzo pagato era stato troppo alto.

8- Ted

Il risveglio la mattina del giorno dopo fu dolce.

Ciascuno con i muscoli indolenziti per la scomoda posizione avuta durante il sonno ma troppo entusiasti alla prospettiva delle prossime novità per pensarci.

Dopo colazione fummo preparati per un lungo viaggio.

Giunsero due grosse fuoristrada. Le guardammo come un uomo può guardare un alieno, dal momento che quella era la prima volta che vedevamo da vicino macchine grandi come quelle.

“Due? Perché due?”, si chiese Ted in un sussurro.

“Salite. Clara e Maurizio sulla jeep davanti con me. Carlos su quella dietro”, stabilì la voce femminile della donna che scese da uno dei veicoli.

Mi disorientò sapere che ci avrebbero fatti viaggiare lontani l’uno dall’altro.

“Perché Ted deve viaggiare solo? Così si annoia e diventa triste”, dissi alla donna.

“Piccola, puoi stare tranqulla che tuo fratello non viaggerà solo. Lui è grande, perciò viaggerà con due adulti. Carlos è un uomo ormai”, ribatte lei,

“É grande perché è il maggiore tra noi ma è ancora piccolo. Ted non è una persona grande come voi. Senza di noi si sentirà solo”.

Javier annuì sicuro con la testa per dare maggiore enfasi alle sue parole, anche lui convinto, come me, che le sue qualità oratorie e il suoi occhioni grandi ed espressivi fossero irresistibili.

Dopo un lungo sospiro lei si abbassò alla nostra altezza e disse:

“Carlos non sarà solo, quindi non si annoierà. Possiamo fare così: a metà del viaggio faremo una sosta. Potrete aprofittare di quel momento per stare ancora un po’ insieme e salutarlo come meglio credete..”.

“Stai parlando un po’ troppo”, la interruppe improvvisamente un uomo,

“Fatti uscire dalla bocca qualche parola di più rispetto al dovuto e il viaggio diventerà un incubo. Già sarà lungo, figurati se inizieranno a lagnarsi prima che la traversata abbia inizio. Meglio non sappiano. Su, muoviamoci e lasciamo perdere questo fare cerimonioso. I bambini dovranno ubbidirci senza troppe storie. Ora partiamo”.

“Si capo”, ribattè la donna con un lungo sospiro.

Il fare netto e autaritario dell’uomo spense il brio delle nostre pretese. Mi zittii e mi nascosi dietro a Javier.

Non diedi alcun peso alle parole dello sconosciuto talmente mi aveva spaventata la sua aria severa. Solo Ted le notò e gli diede peso. Soffermò gli occhi sull’uomo. Per un attimo si fissarono. In quell’attimo ciascuno fù consapevole che l’altro avesse capito tutto. Poi, con noncuranza, l’adulto si accostò a mio fratello. Si girò e gli diede le spalle.

“In macchina. Tutti.”, ordinò a voce alta. Scattammo ai suoi ordini. Solo Ted restò immobile.

“Ora basta con le tragedie greche. Non vorremo mica far soffrire i fratellini, vero Carlos?…Meglio che non sappiano…Soffrirebbero così tanto…”, sussurrò sottovoce l’uomo in direzione di Ted.

Rigido, mio fratello annuì. Gli sembrò che nelle vene gli scorresse, non sangue, ma giacchio. Il gelo gli invase il corpo. Tutte le sue speranze morirono in quel momento. Con la stessa velocità con cui il mare insensibile mangia le dolci scritte che gli inammorati sprovveduti scrivono sul bagnasciuga, così Ted comprese che la sua vita non era affatto migliorata.

Disilluso, come uno zombie, salì in macchina senza rivolgerci il minimo sguardo.

Il viaggio iniziò.

Più chilometri le macchine percorrevano più io mi sentivo inquieta.

In principio fui affascinata, e perciò distratta, dalla velocità del veicolo. Fui sbalordita dal variare dei paesaggi che vedevo attraverso il finestrino. Un meraviglioso susseguirsi di boschi e pianure di un rigoglioso verde smeraldo. Le strade tortuose, il loro inclinarsi a ridosso delle montane, il rombante suono delle acque delle immense cascate che incontrammo lungo il cammino. La bellezza delle preziose case coloniali, la maestosità dei primi palazzi moderni. Osservai ammirata realtà che non avevo vista prima.

Poi iniziai a pensare al mio fratello.

Perché prima del viaggio Ted non ci aveva salutati? Perché non aveva insistito affinchè viaggiassimo al suo fianco? Lui era il coraggioso; perchè non aveva puntato i piedi? Ne ero rimasta offesa. Mi voltai. Fissai il veicolo su cui viaggiava tutto solo. Non staccai più gli occhi dal parabrezza della macchina che ci seguiva benchè non riuscissi a vederlo.

Se fossi stata a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco mi sarei fatta strappare il cuore pur di fare quel viaggio insieme a lui. Avrei voluto condividere ogni istante di quei momenti con lui. Tutti, fino all’ultimo; fino a quando fosse stato possibile.

Se io ero ignara, Ted sapeva.

Già allora lui conosceva il nostro amaro destino. Soffrì in silenzio, interiorizzando un dolore profondisimo. Si fece forza per amor nostro.

Avrebbe voluto urlare di rabbia, eppure tacque. Si sforzò di farlo. Avrebbe voluto scappare, lì, subito; eppure rimase immobile. Per il bene, non suo, ma nostro. Il tempo avrebbe portato con sé il momento giusto per farlo. Il mio campione preferì concentrarsi nella memoria il nostro viso. Pensò al nostro carattere, ai mille pregi e difetti, a ciò che amavamo e odiavamo, alle nostre abitudini. Si dannò a memorizzare questi particolari perché consapevole che avrebbe finito per dimenticare i nostri volti. Conscio che l’amore che ci legava non sarebbe mai stato dimenticato.

Si maledì di non essere abbastanza grande da poter prendersi cura di noi. Ne carne ne pesce. Ecco cos’era. Né bambino né adulto. Non avrebbe condiviso il nostro destino. Questo gli era stato detto e imposto. Era servito a questo l’averci allontanati da nostro padre? Meglio la fame, le botte, la miseria, purchè ci avessero fatti rimanere insieme. Lui non fù d’accordo con le decisioni che erano state prese per noi. Soprattutto per lui. Non volle un destino stabilito da altri. Non lo avrebbe permesso. Avrebbe scelto da sé il suo fato. Poi ci avrebbe cercati. Promise che avrebbe fatto di tutto pur di riaverci. Eravamo tutto per lui.

Ted, né bambino né adulto, ma che per noi era più di un padre. Ci aveva protetto e vegliato per quando era stato possibile senza il minimo tentennamento. Ed ecco arrivare dei totali estranei a separarci, a legiferare sul nostro destino. Maledetti adulti; quelli che avevano deciso per noi, giudici incapaci di vite umane. Vite distrutte per scelte leggere e sbagliate.

A testa china, braccia conserte, Ted si alienò del tutto dai suoi compagni di viaggio. A mascelle serrate si fissò sui suoi piedi e nonstante i gli sforzi non potè fare a meno di piangere. In silenzio, per non farsi udire dagli altri. Si maledì per quelle lacrime e con tutta la sua forza d’animo si impose di ricacciarle indietro. Si asciugò con il dorso di una mano, deciso a concentrarsi su qualcos’altro. Trovò immediatamente la risposta. L’odio. Si sarebbe concentrato sull’odio che provava per tutti gli adulti che aveva incontrato nella sua giovane vita. Scoprì che così era più facile controllare le lacrime e ricacciare indietro la sua disperazione.

“Piccolo uomo”, lo richiamò il meno disgraziato dei due assistenti sociali, “Tra un po’ ci fermeremo. Sii forte, salutali ma ti prego: non rendere le cose più difficili. Lo avrai capito da solo: tu sei troppo grande per avere la speranza di essere adottato insieme a loro. Separandovi diamo più chanse a Javier e Clara di una nuova vita. Loro due cresceranno insieme in una nuova e buona famiglia. Se riusciamo, anche per te sarà lo stesso…Solo come figlio unico…Ho capito che sei un ragazzo forte. Salutali con la consapevolezza che è l’ultima volta che li vedi”.

Il suo collega, mentre guidava, si limitò a guardarlo dallo specchietto retrovisore e destinagli uno sguardo gelido.

Mio fratello acconsentì con la testa. Avrebbe fatto il bravo. Per ora, poi, al momento giusto, avrebbe fatto la sua mossa e ci avrebbe ricercati. Non importava quanti anni sarebbero stati necessari: noi saremo tornati insieme. Noi tre saremo stati la nostra famiglia. Questo pensava il mio fratellone mentre le macchine cominciavano a decellerare.

Ci fermammo in una piazzola di sosta. Nemmeno eravamo fermi che io e Javier saltammo fuori dal veicolo per venire incontro a nostro fratello.

“Ted, eccomi Ted!”, urlai.

Solo io lo chiamavo con quel nomignolo. Ancora oggi non so da che derivasse.

Lui fece fatica a restare padrone di se stesso. Fece per scendere.

“Aspetta”, gli disse il boss bloccandolo, “Tu non mi piaci. Smonti dopo di me e stai al mio fianco. Non una mossa azzardata”.

Ted, con il cuore infranto, fece come gli era stato imposto, nonostante il mio viso fosse una forte tentazione, uno stimolo forte alla disubbidienza. Stette fermo, si limitò a sorridermi.

Fu il sorriso più brutto della sua vita.

Fui allarmata da quello che mi parve un ghigno. Ero carica di nervosismo. Quella visione mi cece scoppiare. Mai mi era capitato di vedere il viso di mio fratello così tirato. Che era successo?

Neanche le botte più violente che aveva ricevuto avevano avuto un effetto cosí distruttivo su di lui. Mi sembrò che avesse pianto.

Disorientata feci un passo indietro e presi la mano di Javier come per trarre coraggio da quel contatto.

Le lacrime che mi esplosero fuori dagli occhi furono così copiose da non riuscire a mettere a fuoco il viso del mio amato fratello. Ciò mi disorientò maggiormente.

Ebbi la netta sensazione che ci fosse una lastra di giaccio a separarci; una parete molto più spessa della distanza fisica che ci separava e delle lamine della jeep; una parete il cui gravoso e gelido peso irreale mi straziò l’anima.

Persi il controllo. Ted non potè resistere un attimo di più. Noncurante dell’ordine imposto spalancò la portiera e si gettò su di me serrandomi con un abbraccio che stupì persino se stesso.

Piangemmo insieme, freneticamente. Entrambi stranamente consapevoli che quello sarebbe stato il nostro ultimo disperato contatto.

Javier assisteva pietrificato, incapace di capire cosa stesse succedendo.

“Mi dispiace tanto! Verrò a prenderti! Non ti preoccupare, io verrò a cercarti!”, mi singhiozzò.

Sentire queste parole non servì a calmarmi. Mi sembrò che qualcosa mi si spezzasse dentro. Mi aggrappai ancora di più a lui, decisa a non permettere a nessuno di separarci.

Neanche il tempo di pensarlo che ecco intervenire mani estranee. Con forza si impegnarono a districare il nodo che avevamo composto con le braccia.

Quell’intrusione fu una violenza per me. Mi dimenai per evitare quell’odiato tocco che non conoscevo.

Incapace di resistere a quella forza adulta, per quanto mi dibbattessi, fui costretta ad allontanarmi da Ted. Urlai con tutta la disperazione che poteva uscire dal corpo della piccola Clara che allora ero.

Tesi ancora una volta disperatamente le braccia verso Ted: l’ultima e vana richiesta che mi fosse ridato indietro.

Come un sacco di patate fui riportata in macchina.

Quel dolore di un lontano passato vive ancora in me. Ero troppo piccola per poter accettare quella sofferenza. Non un dolore fisico ma dell’anima. Pensai mi avessero tolto l’aria. Fu come se mi avessero scorticata viva e fossi rimasta con tutti i nervi del corpo scoperti. Soffrivo come mai mi era capitato. Del tutto incapace di manifestare un dolore indescrivibile.

Esausta, esaurita, smisi di piangere. Avevo la testa dolorante, gli occhi arrossati e gonfi, la gola in fiamme. Trovai rifugio tra le braccia di Javier, che mi fece poggiare la testa sulle sue ginocchia. Mi pose le piccole mani sulla testa e cercò di confortarmi con soffici carezze. Anche lui era distrutto. Riprese il suo silenzioso pianto; un fiume lacrime pesanti come piombo che durava già da tempo.

7- speranza

Il giorno dopo pensai di vivere in un sogno.

Per la prima volta dormii su un materasso morbido, intatto e tutto per me.

Dopo una cena abbondante, quando fummo riuniti e lasciati finalmente in pace, io e i miei fratelli stemmo vicini vicini come un allegra cucciolata che si era ritrovata. Stavamo dritti di profilo. Ognuno di noi ostentava una orgogliosa pancia gonfia sotto il soffice pigiama mentre cercavamo di giudicare quale fosse quella più rotonda e bella. Eravamo entusiasti, sorridenti, pieni di meravigliose aspettative e con le gote rosse dovute allo sforzo di far lievitare maggiormente il ventre già dilatato.

Eravamo decisamente contenti di essere stati allontanati definitivamente dal nostro vecchio padre incompetente.

“Mi hanno fatto mille domande. Su papà, su mamma, su quanto mangiamo di solito, su cosa faccio solitamente di giorno..su tutto insomma!”, ammise uno sconcertato Ted.

“Pure a me!” aggiunse Javier,

“Soprattutto di mamma mi hanno chiesto..”, mi guardò protettivo il mio fratellone,

“Clara, tu te la ricordi? Forse vogliono mandarci da lei”.

Io lo guardai, impressionata che sapesse così tante cose.

“No, io non la ricordo. Papà dice sempre che è una puttana. Io l’ho detto alla polizia”, dichiarai con una certa confusione.

Ted si fece due risate,

“Lo capirai da grande perché il vecchio ha detto così. Meglio dire che lei è una zoccola pittosto che dire che lui è un cornuto manesco”.

Lo guardai senza capire nulla di quanto avesse detto.

“Non credo che andremo a vivere con lei, per il momento. Mi hanno detto che prima devono fare delle ricerche. Mi hanno fatto sapere che probabilmente andremo a vivere in una casa piena di altri bambini come noi.” Aggiunse.

“Come pinocchio nella casa dei balocchi!”, esclamò felice Javier.

E chi era adessto questo pinocchio!?…Poco importava. Mi feci contagiare dal suo entusiasmo. Battei le mani con vigore.

“Lì c’è cibo, giochi, acqua calda per lavarsi!…Tutto!”.

Accolsi con gioia sempre maggiore le notizie appena dette da Javier e applaudii ancor più forte e più velocemente.

“Che ne dite di dormire tutti insieme!?”

“Siii!”, fù l’urlo comune.

Dopo aver dato quell’ottimo suggerimento, Ted mi prese in braccio, mi sdraiò sul letto, mi abbracciò stretta e mi baciò con forza sulla guancia. Sopraggiunse Javier che si gettò con vigore su di noi ridendo sornione. Ci stringemmo ognuno all’altro, e, tutti e tre quella notte, noncuranti di quei due bei letti liberi preparati esclusivamente per noi, preferimmo dormire avvinghiati l’uno all’altro.

Senza alcuna esitazione, preferimmo quella scomoda ma dolcissima vicinanza.

5- il fuoco

La casa era immersa nel silenzio.

Dormivano tutti.

Solo io non riuscivo a chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno. Decisi di dedicarmi all’esplorazione della baracca.

C’era una parte di essa in cui il nostro vecchio padre ci ha sempre impedito di andare. Era un grosso capanno attaccato alla nostra casetta di legno e lamiere. Girava voce che questo fosse il luogo dove nostro padre era solito custodire gli oggetti che vendeva quando non trovava un qualche lavoro da fare. Da questo traffico nacque la storia che, una volta, la nostra famiglia fosse stata ricca e che vivesse nel lusso prima di finire in miseria. I miei fratelli dicevano di avere un qualche vago ricordo di quel tempo, in particolare il maggiore, Ted, aveva ancora fissi nella memoria i tempi in cui la mia famiglia biologica stava bene, benché il declino fosse già piú che avanzato. Pare che mio padre lentamente vendesse quanto gli fosse rimasto della sua passata agiatezza.

“Clara la nostra era una casa immensa, avevamo cameriere e maggiodomo. Un giadino che era enorme: avevamo persino cavalli per ognuno di noi. Tutto era semplicemente splendido. Ognuno di noi aveva una camera sua con bagno. Ogni pasto era un banchetto da re. Tu sei troppo piccola per poterlo ricordare. Eri un incanto da vedere, sempre vestita come una principessina. Quelli che oggi ci prendono in giro per la nostra miseria non si immaginano quanta fosse la ricchezza della nostra famiglia. Il poco che ci è rimasto è custodito nel magazzino alle spalle di casa”.

Amavo sentire mio fratello mentre mi raccontava quelle vecchie storie.

La noia delle mie lunghe giornate di prigionia e la mia curiosità di bambina mi spinsero a voler vedere con i miei occhi i tesori custoditi in quel luogo a me ignoto.

Il suolo in terra battuta coprì il rumore dei miei piedi curiosi.

Presi una lampada per illuminare il mio cammino.

Era un oggetto artigianale, fatto in casa, di cui non immaginai la pericolosità; d’altronde, se mi avessero detto che reggevo tra le mani una potenziale bomba non l’avrei toccata. Almeno così mi piace supporre. Ero troppo piccola ed inesperta per poter sapere che tra le mani reggevo una molotov vera e propria.

Quella notte disgraziata strinsi tra i palmi con presa decisa un grande barattolo riempito per metà di benzina, il cui tappo era era stato forato per permettere il passaggio, attraverso di esso, di una pezza che era, ad un’estremità, immersa nel liquido, nell’altra da accendere. Non ho alcun ricordo di come l’avessi accesa, credo di averlo fatto tramite l’ausilio di un fiammifero.

Troppo affascinata alla prospettiva delle scoperte che avrei fatto di lì a poco, non mi accorsi che mi ero avvicinata eccessivamente il barattolo al corpo, ma soprattutto, non mi accorsi di averlo inclinato troppo.

La benzina lentamente mi colò addosso.

Il liquido si infiltrò nella lunga camicia da notte, che essendo larga, non rimaneva a contatto con la pelle. Camminamdo, però, le gambe, dal ginocchio in sú, mi erano entrate in contatto con il tessuto imbevuto del pigiama.

Non ci è voluto molto perchè prendessi fuoco.

Come imbambolata vidi la mia camicia da notte volatilizzarsi. Era rimasto integro solo il tessuto che mi copriva le spalle. Stupita vidi che il rosa di quanto era rimasto del mio completino da notte era diventato di tutt’altro colore.

Poi vidi il fuoco sulle mie cosce.

Ipnotizzata dallo spettacolo rimasi imbambolata a guardare la mia pelle prendere fuoco.. Poi arrivó il dolore, l’odore della mia carne che bruciava.

Urlai dall’orrore.

Un fatto inspiegabile impedì di far saltare in aria l’infausto barattolo che scaraventai a terra. Mi ranicchai in un angolo della casa ma la sofferenza era troppa: insopportabile. Con le mani tentai di spegnere il fuoco dalle mie cosce, ma il fuoco aumentava e con esso una sofferenza indescrivibile. Come avere un ferro da stiro posato sulla pelle. Urlai impazzita con tutta la forza della mia disperazione mentre continuavo ad ardere.

Irrazionalmente iniziai a correre per casa impazzita per il tormento infernale che stavo subendo.

Piansi, urlai terrorizzata. Non c’era via di fuga da quella tortura: ovunque mi rifugiassi le fiamme, implacabili ed insensibili, mi inseguivano per consumarmi.

Finii a terra, artigliai la terra del pavimento con le unghie e mi rifigiai sotto il lettone di mio padre. Mi misi in posizione fetale mentre il fuoco mi divorava, offrendo anche la pancia alle fiamme. Il mio cervello in tilt mi risparmió un po’ di sofferenza. Benché giovanissima, ne ero consapevole: sarei morta cosí. Non esisteva altro: solo io e il fuoco che mi consumava.

Un ultimo pensiero: “Basta, che finisca presto”.

Con uno strattone improvviso e violento mio padre mi tirò fuori dal mio inutile rifugio e mi avvolse in una coperta.

Di quello che accadde subito dopo non ricordo nulla. Fu quasi una fortuna cadere nel morbido mondo dell’incoscienza. Finalmente persi i sensi.

Mi risvegliai su di un letto di ospedale assistita da un’infermiera di cui ho impresse indelebilmente nella memoria le lunghe unghie scarlatte con le quali si aiutò a portar via i lembi di pelle carbonizzato dalle mie cosce. Non faceva alcuna pressione, la carne veniva via da sola. Perché non sentivo dolore?

Stordita caddi di nuovo in un indotto sonno profondo.

Uscii dall’ospedale con ustioni di quarto grado su entrambe le cosce, di secondo sulla pancia, di primo su addome, mani e mento.

Ecco come mi sono procurata le cicatrici che porto su di me a perenne ricordo di un grave duplice errore: mio e del mio disattento genitore.

L’incidente non cambiò radicalmente il mio modus vivendi. Tutt’altro: convinse mio padre che ero pericolosa persino per me stessa.

Di nuovo, il vecchio decise che la cosa migliore per me era quella di restare legata al letto.

Le lacrime che versai in quei giorni tornarono ad essere incalcolabili ma qualcuno le sentì e gli fecero molta rabbia viste le conseguenze che ne seguirono.

Mio padre prese a mettermi in catena di giorno e di notte. Dovevo rimanere ferma il più possibile affinchè le mie ferite rimaginassero senza incorrere in infezioni o senza sforzare i muscoli devastati.

Ho ricordi molto vaghi di questo periodo. Mi vengono in mente solo il dolore indescrivibile che deriva dall’ avere la carne devastata e senza la protezione dell’epidermide. I nervi delle cosce mi scattavano da soli, impazziti, ogni piccolo movimento delle gambe era un tormento, piangevo dalla sofferenza continua. Le fasciature e il lenzuolo sulle cosce mi sembravano pesare una tonnellata.

Mesi e mesi immobilizzata sopra il letto. La guarigione graduale delle mie le terribili ferite non portó sollievo. Al dolore fisico si sostituí un terribile prurito. Tremavo dal fastidio. Mi sarei grattata a sangue se il ricordo delle ferite fresche non fosse stato cosí recente. Niente riusciva a darmi sollievo.

Le mie giornate erano scandite da sonno, pianto, lozioni disinfettanti e idratanti. Più passava il tempo più mi era difficile tenere le mie unghie lontane dalle mie cicatrici. Per proteggermi da me stessa mio padre abbondava nelle fasciature.

“Sei una stupida! Quanto vuoi rovinarti ancora? In quale altro disastro vuoi finire? Non te le devi toccare!”, mi ordinava rabbioso mentre mi scuoteva per la disperazione.

Di giorno riuscivo ad ubbidirgli. La notte no. Non mi accorgevo neppure di essermi tolta le garze dalle ustioni. Lo facevo, senza che me ne rendessi conto. I risultati erano fin troppo chiari la mattina: trovavo le lenzuola letteralmente attaccate alle ferite ancora non del tutto asciutte. Toglierle era una vera tortura.

I medici suggerirono a mio padre di togliermi la biancheria appiccicata facendola ammorbidire attraverso bagni di erbe; era l’unico modo per non danneggiare la pelle già devastata che tentava di guarire. Ed, è questo, infatti, il ricordo più vivo di questa fase della mia vita: io immersa nell’acqua profumata di erbe e fiori con il mio lenzuolo, ammollo per ore prima di essere di nuovo libera di essere legata.

6- pietà, rabbia e umiliazione

“Non lo ripeto: c’è qualcuno in casa? Se non avrò ancora risposta sarò costretta a far intervenire gli agenti”, gridò una voce autoritaria di donna.

Il mio pianto continuo e disperato fù l’unico suono che giunse in risposta dall’interno della nostra baracca.

“Intervenite. Io ho fatto il mio dovere, abbiamo aspettato abbastanza”.

Due robusti ragazzotti in uniforme si fecero avanti e superarono gli assistenti sociali. Tolsero le pistole dalle fondine, si avvicinarono cautamente alla fragile porta e con uno sguardo di intesa uno dei due si gettò su di essa. Non fu affatto difficile abbatterla. Il collega gli coprì le spalle e insieme entrarono.

Il silenzio per un attimo fu assoluto; persino il mio pianto si bloccò quando vidi i due sconosciuti entrare in casa.

Le facce del gruppo di curiosi che si era formata davanti alla nostra abitazione si caricò di preoccupazione e turbamento. Non li vedevo ma sentivo chiaramente le loro voci.

“Finalmente intervenite, era ora!”

“Povere creature!”

“Glieli porterete via tutti e tre voglio sperare!”

“Non passa giorno che non si senta piangere”

“Io testimonieró”

“Io la sera lo incontro sempre ubriaco, é un padre che non merita figli!”

La proprietaria del piccolo chiosco, la Signora Buona, piangeva in silenzio scuotendo la testa per la disapprovazione di quanto era accaduto dentro la nostra baracca pezzente.

La vista improvvisa di quei due uomini mi spaventò in maniera incontrollata. Ripresi a piangere con maggiore disperazione.

Tutti, fuori, trattennero il fiato.

Gli agenti, in un primo momento mi ignorarono e perlustrarono l’ abitazione.

“Almeno poteva lasciarle entrare un poco di luce”, disse uno dei due scostando dalla finestra il blocco di legno che mio padre ci aveva appoggiato davanti.

Terminata la loro attenta ispezione, uno dei due mi si accostò, mi prese la mano prigioniera della catena e mi guardò dritta negli occhi.

“Non preoccuparti. Ora ti tireremo fuori di qui. Tra poco verrà una donna a prenderti. Non temere, siamo qui per aiutarti, non per farti del male. Resterò qui vicino a te finché la signora non arriverà, tu, però, smetti di piangere, mi hai capito?”, disse a voce alta per sovrastare il mio lamento. Mi accarezzò la testa con la mano guantata. Quel contatto non gli bastò. Nessun estraneo si era mai rivolto a me con tanta dolcezza. Mi accarezzó il viso, mi asciugò le lacrime e mi abbracció. Riuscí a tranquillizzarmi.

Avvenne quanto aveva promesso.

Ci volle del tempo perché fu necessario tagliare la robusta catena che mi teneva segregata dentro casa. Appena fu recisa, una donna mi si avvicinò con una coperta e mi portò fuori dalla mia prigione.

Il piccolo gruppo di spettatori commossi si impietosì a vedermi uscire in braccio ai servizi sociali . A gruppi, in molti si mossero in direzioni diverse; chi a prendere dei vestitini, chi un po’ di cibo, chi per offrirsi come testimone in caso di bisogno. Si sparpagliarono come uno sciame di api operaie, ciascuno sentendo il bisogno di rendersi utile in qualunque modo.

Mio padre arrivò alcune ore dopo insieme ai miei fratelli. Io ero già stata portata via.

Il vecchio rischiò il linciaggio. A malincuore gli agenti furono costretti a proteggerlo, anche se non si sforzarono di parare tutti i calci e i pugni che quel giorno vollero colpirlo.

“Ho dovuto farlo, la bambina ha già rischiato la vita una volta e io devo allontanarmi per lavorare! Che potevo fare se non questo? La madre mi ha abbandonato con tre figli da tirare su!”, cercò di giustificarsi mio padre; ma la gente si arrabbiò ancora di più a queste parole.

“Bastardo!”,

“Le nutriamo noi le tue creature quando le vediamo vagabondare vicino alle nostre case mentre tu bevi e ti ubriachi! Figlio di una cagna, dillo che con i pochi soldi che fai ti ci compri l’alcol!”,

“Crepa in prigione pidocchio! Finalmente giustizia sarà fatta!”.

Tutto questo e molto altro gridarono al mio vecchio padre quando la volante degli agenti lo portò via. A testa china ascoltava tutti gli insulti che gli furono urlati contro. Pugnalate roventi in pieno petto per lui. Una scena che fu il simbolo di quello che era diventata la sua vita, un’ esistenza misera e penosa.

Pianse di nuovo, dopo tanti anni. Furono lacrime amare, tipiche di un uomo che odia se stesso e il relitto che è diventato.

Al culmine della sua disperazione rimpianse di non essere ubriaco in quel terribile momento.