“In piedi! Sveglia! E’ ora!”
In breve tempo mi ero omologata alla perfezione a tutte le altre.
Sotto la guida attenta di Leydi avevo impararto a diventare una bambina sempre attenta alla conseguenzialità causa-effetto. Misuravo attenta le mie azioni. Mi facevo valere con le mie compagne e passavo inosservata agli occhi degli adulti. La mia integrazione in orfanotrofio era pressoché perfetta.
Avevo iniziato la scuola.
Per alcuni anni questa fu la mia vita. Ero pienamente inserita nell’orfanotrofio nel quale sarei rimasta per lungo tempo.
Quel risveglio era identico a quello di ogni altro giorno. Sempre lo stesso disco.
Mi riscossi dal sonno alla svelta immediatamente e corsi verso il grosso armadio.
Tra coppie di braccia frenetiche acchiappai quella che mi sembrava essere la mia uniforme scolastica. Avevo cercato di metterla per prima davanti a tutte le altre, avendo cura di essere stata l’ultima a mettere a posto la divisa.
Trassi un sospiro disperato e in parte arrabbiato quando le iniziali tracciate con il seme di un mango mi rivelarono che non era affatto la mia. Mi liberai di quanto avevo tra le mani buttandolo a terra dietro di me e presi la seconda divisa appesa tra le altre. Per fortuna era quella giusta.
Indossai di fretta la camicia bianca; la gonna stile scozzese sulle tonalità del blu, del grigio e del bianco; il gilet dello stesso intenso color blu notte dei calzini. Acchiappai a caso un paio di scarpe del mio numero e corsi giù per le preghiere del mattino lasciandomi alle spalle la furia delle voci di chi urlava.
“Quella divisa è la mia, dammela!”
“Scordatelo, dammi qua!”
“Lasciala!”
“Chi ha preso la mia divisaaaaa!”
Arrivai con largo anticipo nella sala della tv. Fuori era ancora buio. Mi sedetti nel posto che predileggevo da sempre: vicino alla finestra.
Nella veranda esterna, all’umido del mattino, si stavano lavando le bambine che avevano fatto la pipì al letto. Mi arrivò alle orecchie il loro pianto quando l’acqua fredda fu loro gettata addosso.
Mi venne la pelle d’oca. Mi dispiaceva per loro, ma non potevo fare nulla per quelle piccole sennò provare pietà. Un’empatia che aveva la durata di qualche battito di ciglia. Ogni mattina i miei pensieri erano necessariamente altri: acchiappare le mie cose e scendere in tempo a pregare per non fare tardi e dover saltare la colazione.
Era un impegno continuo il dover pensare ai miei esclusivi interessi per poter avere il tempo di pensare alle altre.
La legge era da sempre la stessa: chi non pregava non mangiava. Lo stesso era sempre valso per chi arrivava tardi alle letture del mattino. Qualunque fosse il motivo non esistevano scusanti. Per nessuna.
Terminate le noiose ed interminabili preghiere del mattino, ingurgitai con passione la colazione. Aspettai che le altre finissero di mangiare e, presa la tracolla con i miei quaderni, corsi fuori casa per recarmi a scuola pochi istanti prima di tutte le altre.
“Clara aspettami!”, mi gridò dietro Suly, una che io non sopportavo ma che a mio fratello piaceva da morire per i suoi modi mascolini.
“Maurizio, ieri, prima di uscire dalla classe, mi ha detto dove dobbiamo aspettarlo”,
“Ah, davvero? Dove?”,
“Se mi aspetti te lo mostro”, mi fegò.
Fui costretta a rallentare per aspettarla. Fosse stato per me non mi sarei certo fermata; mi era davvero troppo antipatica. In gruppo la sopportavo; da sola la soffrivo. Perché mio fratello la trovava così interessante? Forse per la stessa ragione per cui a me piaceva Jose. L’adorabile biondo Josè.
“Come mai tanta fretta?”, mi chiese lei,
“Uno della classe vicina alla mia mi vuole parlare prima che iniziano le lezioni”. Lei scoppiò a ridere.
“Quel riccetto che ti segue sempre fuori dalla scuola? Ti viene sempre dietro come un cagnolino! L’ho visto, sai? Devo dirlo a tuo fratello?”
“A me non mi segue nessuno”, dissi, stupita di quell’informazione. Io non mi ero mai accorta di nulla.
Per andare a scuola ci muovevamo a piccoli gruppi. Andavamo soli senza occhi adulti a curarsi di noi.
Imbarazzata di queste novità cambiai discorso, “Avete compiti in classe oggi?”
“Non lo so e sinceramente non mi interessa!”
“Ah…ma non hai paura di andare male a scuola? Chi ha una brutta pagella viene punito!”
“Non mi interessa”.
Non capivo il suo disinteresse per la questione, anzi, mi dava un po’ fastidio la sua noncuranza. Coraggio o stupidità? Possibile che a mio fratello piacesse proprio perché era tanto coraggiosa da non curarsi dei suoi voti a scuola?
“Che hai fatto?”, mi domandò Javier, dopo essere sbucato all’improvviso da dietro un angolo della strada. Io sobbalzai per essermelo trovato davanti da un attimo all’altro.
“Niente ho fatto! Stupido, mi hai spaventata!”, mi uscì dalla gola e gli diedi un sonoro schiaffo.
Lui scoppiò a ridere divertito della mia reazione. Dietro di lui sbucò Josè. Divenni rossa come un peperone alla vista del bambino che tanto mi piaceva. Mi ammutolii dalla timidezza. Diede una pacca sulla schiena a mio fratello.
“Suly, dovevi vederci ieri sera! Maurizio e io siamo stati troppo forti! Per un pelo siamo scappati al caimano!”, mio fratello rise quando l’altro ammise le loro biricchinate,
“Siamo stati fortunati perché eravamo vicini al nostro letto. Infatti tutti e due abbiamo potuto far finta di dormire. Hai visto che tutti gli altri sono stati beccati?”, si affrettò ad aggiungere. Josè annuì.
“Ancora non vi siete stufati di andare in giro per casa di notte? Non è meglio dormire in pace? Tanto poi avete tutto il giorno per poter fare quello che volete. Siete poco furbi. Che è successo a quelli che sono stati scoperti?”, domandò loro la mia compagna. Ma come gli altri dovevano pensare alle regole quando lei era la prima a ignorarle!? Niente da fare, mi stava davvero troppo antipatica!
“In piedi tutta la notte con le braccia alzate sopra la testa. A quelli che stavano per addormentersi e per sbaglio abbasssavano le braccia il caimano batteva addosso il bastone della scopa”, rispose mio fratello.
“Non hai paura di essere scoperto?”, gli chiesi.
“No,sono troppo furbo e veloce! Sai che ti dico poi, se mi dovesse beccare pazienza: mi picchierà pure ma per farlo anche lei passerà la notte in bianco!”.
Quei tre risero di quest’uscita divertente. Contenti loro. Io contunuavo a non capire il loro stupido coraggio.
“Clara, dietro di noi c’è Rodrigo! Quanto è bello!”, mi sussurrò Suly.
Nemmeno mi girai. Robrigo era uno dei ragazzi più grandi dell’orfanotrofio. Tutte le bambine erano innamorate di lui. Le più grandi tra di noi gli facevano una corte spietata per ricevere le sue attenzioni. Il gallo del pollaio. Tutte impazzite per lui. Eccolo apparire ed ecco che le mie compagne tiravano fuori il seno appena accenato, dentro le pance, via ad accorciare la gonna…volevavo fare le piccole donne ma a me apparivano solo delle galline per le loro risate stridule, le pose tanto marcate da risultare ridicole. Nella mia giovane testolina ritenevo che Rodrigo fosse troppo vecchio perché potessi sposarlo una volta diventata adulta.. Molto meglio Josè che stava in classe con Javier.
Arrivammo a scuola.
Era un immenso edificio pubblico fornito di un bellissimo e vasto giardino. Giunti dinnanzi al grande cancello principale, trovai il famoso riccetto ad aspettarmi. Mi sorrise quando mi vide. Risposi con un cenno della testa.
“Noi andiamo avanti”, mi informò Suly che precedendomi mi fece l’occhietto e allontanò da me Javier. Josè mi lanció uno sguardo piú lungo del solito prima di allontanarsi. Ne rimasi felicemente turbata.
“Che c’è? Che volevi dirmi?”, chiesi al bambino che mi si parò davanti.
“Volevo chiederti di essere la mia ragazza, così da grandi ci sposiamo e facciamo un bambino”
Il cuore mi si fermò nel petto. Suly aveva avuto ragione. O cavoli! Orfani si ma il tempo per l’amore lo avevamo come ogni altro bambino normale. Cotte, fidanzamenti, rotture erano all’ordine del giorno.
“Ok. In cambio di una cosa: mi devi portare tutti i giorni un regalo”.
Questo bambino non mi piaceva così tanto ma era un’opportunità per avere qualcosa che la mia quotidianità non mi avrebbe offerto.
Ogni rapporto durante questi anni era determinato da un semplice fattore: l’interesse. I sentimenti avevano poca importanza. Eravamo profondamente materialisti. Il rapporto con gli altri era importante solo se ci procurava un vantaggio materiale.
“Cosa ti porto?”,
“…Non lo so…Dovrai pensarci tu: merendine, qualche giocattolo…Pensierini…”, perchè limitarlo ad un solo ambito? Lui era una bambino con famiglia: ai miei occhi le sue possibilità erano sconfinate.
Lui rimase interdetto, ma talmente era preso da me che si affrettò ad accettare.
Concordato il nostro fidanzamento ci facemmo promessa di matrimonio e ci prendemmo per mano. La mia cotta per Josè svanì come fumo al vento. Lui era un orfano come me…Non aveva poi così tanto da offrirmi.
Il mio nuovo amore mi accompagnò nella fila della mia classe, mi stampò un frettoloso bacio sulla bocca e si allontanò per raggiungere i suoi compagni. Un bacio? Davanti a tutti? Gonfiai il petto senza seno e diventai gallina anche io.
Da lontano mio fratello mi lancio uno sguardo incredulo che impiegò poco a diventate rabbioso.
Abbandonai istantaneamente la mia posa da gran donna.
Era geloso? O semplicemente arrabbiato di tanta confidenza con un maschio? Un maschio con madre e padre. Frequentavamo la scuola pubblica ma tendevamo a stare tra di noi. Orfani con orfani. Tendenzialmente gli altri si tenevano alla larga da noi. Solo le gnocche orfane erano escluse da questo muro invisibile. Non sto dicendo che ero bella. Questo poveretto mi trovava interessante…Il perchè non l’ho mai saputo. Un caso più unico che raro.
Suly rise di quanto aveva visto accadere, gli posò una mano sulla spalla e gli sussurrò qualcosa. Le sue parole, qualunque fossero, ebbero un immediato effetto calmante su di mio fratello, giacchè si rilassò immediatamente. La mia compagna mi sorrise con un ghigno al quale non fui in grado di essere grata perché mi apparve la tacita dimostrazione che le dovevo un favore che prima o poi avrei dovuto ricambiare. Rivolsi la mia attenzione altrove quando sentii la voce del direttore che ci richiamava all’ordine.
“Il calendario degli impegni del nostro istituto stabilisce che oggi saranno le classi della seconda e della terza a dedicarsi alla pulizia del parco della scuola. Detto questo; solita raccomandazione per tutti: attenzione e costanza negli studi. Tenetelo sempre a mente”, disse la massima autorità circondata dal gruppo delle docenti al completo.
Quelle frasi mi resero doppiamente felice, dato che ciò signifacava che avrei saltato qualche ora di lezione e che mi sarei dedicata ad una grande scorpacciata di merende e dolci.
Per me allora il mondo era diviso in due categorie: quelli come noi e quelli che avevano una madre e un padre. Avevo notato che questa assenza ci rendeva molto differenti da loro. Più attenti a ciò che ci circondava e soprattutto a ciò che non avevamo. Per noi erano divenuti importanti i gesti quotidiani a cui gli altri non badavano semplicemente perché erano scontati. Noi li sognavamo, loro li ignoravano. Nella mia vita tutto si spiegava attraverso questa dicotomia: noi e loro.
I bambini che avevano una famiglia erano soliti buttare con disinvoltura dolciumi e merendine non appena glielo dettava il capriccio. Erano snack che non erano alla mia portata. Per me esistevano solo i soliti biscottini di pasta frolla che ci mettevano dentro lo zaino. Solo e sempre loro. Quel mondo immenso e fantastico di dolciumi che vedevo stringere con disinteresse avevano su di me un potere ipnotico. Se qualcuno avesse buttato uno di quei tesori, io l’avrei semplicemente raccolto.
La pulizia del parco era per me un’occasione per poter banchettare. In questo modo, per anni, ho soddisfatto i capricci del mio appetito di bambina. Non mi vergognai mai di raccogliere un lecca lecca sporco di terra, sciascquarlo nel rubinetto del bagno e poi metterlo in bocca. Non mi turbava essere diventata una sorta di animale spazzino. Provavo vergogna, questo si, nel caso qualcuno mi sorpendesse in quel misero atto di riciclo.
Riportai la mia attenzione alla figura del direttore e mi concentrai su quanto doveva essere fatto. Anche quella mattina, come qualunque altra, cantammo l’inno nazionale con le piccole mani posate sul cuore, recitammo il padre nostro e l’ave maria con i palmi rivolti al cielo. Erano i riti quotidiani con i quali iniziavamo le lezioni scolastiche in qualunque scuola pubblica.
Non avevo avuto difficoltà nell’iniziare le scuole elementari; le ore di lezione non furono mai gravose per me; per fare i compiti non dovevo fare alcuno sforzo, perciò mi recavo a scuola con disinvoltura. Le mie pagelle erano state sempre buone. Le mattinate a scuola mi sembravano volare.
All’ ora di pranzo, terminate le lezioni, le maestre ci salutavano e lasciavano noi alunni da soli a pulire la classe. Adoravo prendermi cura della mia aula; come è solito a tutti i bambini, avevamo trasformato quel momento in un gioco: facevamo a gara a chi fosse più veloce a pulire i banchi, o a chi spazzasse per terra il più velocemente possibile. Ci divertivamo a fingere di pattinare con gli stracci sotto i piedi mentre pulivamo il pavimento. Scene simili in Italia si possono vedere solo nelle seguenze dei manga giapponesi.
Non essendo abituata all’idea di avere un fidanzato, quel giorno, me ne tornai a casa senza degnarlo di un saluto. Mi ricordai di lui solo dopo la siesta pomeridiana.
La mattina seguente mi svegliai con un entusiasmo tutto nuovo: avevo un fidanzato.
Quale sarebbe stato il primo regalo?
Svolsi tutti i miei doveri quotidiani come impossessata da un nuovo vigore.
Ero così curiosa!
Scappai a scuola e feci tutto il tragitto di corsa.
Il mio lui ancora non era giunto.
Il tempo sembrò andare a rallentatore. Poi finalmente arrivò. Con un gran sorriso andai incontro al mio futuro marito. La curiosità mi assalì di nuovo. Vidi tra le sue mani un grosso pacco giallo. Mi avvicinai a lui carica di felicità e aspettative. Avrei ricevuto il mio primo vero dono.
“Ecco, questo è il tuo regalo”.
Il mio timido ragazzo mi stampò un bacio sulle labbra e scappò via senza neanche darmi il tempo di ringraziarlo.
Mi ritrovai tra le mani un grosso libro dalla copertina gialla. Lo sfogliai. Era una Bibbia stampata per bambini, lo capii dai bei disegni del volume.
“Che cos’è? Te lo ha portato il tuo amore?”, mi chiese Suly, che senza alcun rispetto mi strappò il mio dono tra le mani. Mi arrabbiai di quell’intrusione.
“Ma perché mi arrivi sempre alle spalle? Ridammelo subito!”
“Che brutto questo regalo! Fossi in te lo butterei all’istante! Questa è la bibbia dei testimoni di Geova. Se a casa ti trovano con questa nella cartella ti ammazzano di botte!”.
La guardai confusa. Testimoni di chi? Geova? Chi era mai? O cos’era? Forse un luogo? Basta domande. Non avevo la benchè minima idea di chi fossero ma la paura di essere picchiata e subire un brutto castigo mi mise le ali ai piedi e mi portò ad agire.
Acchiappai il mio ragazzetto dalla fila della sua classe.
“Da grande non potrò sposarti: il tuo regalo non mi piace per niente e in più stavi per farmi mettere in castigo! Ho rischiato il digiuno! Avrei preso pure le botte! Non siamo più fidanzati!”.
Mi allontanai da lui senza dargli il tempo di ribattere nulla.
Delusa da quanto era accaduto mi accodai ai miei compagni e aspettai l’arrivo del direttore. Il mio fidanzamento era durato solo un pomeriggio.
La mia cotta per José tornó da me come una rondine a primavera.

